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Sette personaggi in cerca dell’annullamento dell’Io

Recensione de I sette in fuga, di Frederic Prokosch

Fazi, Le porte, 2002

”In una notte settembrina, fonda e senza vento, ventidue uomini e una donna bellissima attraversarono il greto di un fiume in secca sulla pista che da Kashgar conduce a oriente, verso Aksu. Uno dietro l’altro, i quindici portatori procedevano faticosamente tra i massi, guidando i muli e i cammelli carichi di bauli imbrattati e logorati dalle intemperie.
Il letto del fiume era largo più di un chilometro e arido come un deserto: nuvolette di polvere si levavano a ogni passo. Il paesaggio, tuttavia, aveva un che di illusoriamente liquido e soffice. Entrambe le rive erano disseminate di piccoli ciottoli neri, schegge di basalto e ossidiana che al chiarore delle stelle sprigionavano lampi di colori diversi: verde scuro, viola, rame, grigio perla.
La terra, arida come un deserto, si sgretolava come cenere, altrettanto calda sebbene fosse da tempo trascorsa la mezzanotte, e altrettanto impalpabile. I passi si susseguivano in un silenzio perfetto. L’unico suono era il sussurro irregolare e incalzante dei loro respiri e il fruscio dei bauli ricoperti di paglia contro il dorso dei cammelli.”

Credo di non aver mai iniziato il mio commento a un romanzo con il suo incipit; stavolta ho voluto fare un’eccezione, perché la prosa che Frederic Prokosch dispiega in questo I sette in fuga è talmente avvolgente, talmente capace di evocare atmosfere e sensazioni che mi è sembrato giusto offrirne ai pochi lettori di queste note un assaggio, tanto più che – essendo da anni il romanzo non più disponibile nelle librerie – ritengo che pochissimi avranno il piacere di gustarne le pagine.
Prokosch è infatti uno dei tanti autori ormai snobbati dalla nostra editoria; oggi si possono conoscere poche delle sue opere solo grazie ad Adelphi, che negli anni ‘80 propose due suoi romanzi: Gli asiatici, con cui nel 1935 Prokosch esordì con grande successo di critica, e Il manoscritto di Missolungi, fittizia autobiografia di Byron; nel 2017 l’editore pubblicò Voci, libro di memorie centrato sugli incontri dello scrittore con altri grandi della letteratura novecentesca.
Come spesso mi capita di constatare, ben diversa era la situazione nei primi decenni del dopoguerra, quando numerose opere di Prokosch erano pubblicate da grandi editori come Mondadori, Bompiani e Longanesi. Il progressivo abbandono editoriale di questo autore non può essere spiegato con la naturale distillazione che il tempo opera sulla produzione letteraria di un’epoca, perché – come cercherò di argomentare – Prokosch è a mio avviso autore importante e attuale, tassello se non imprescindibile almeno rilevante della letteratura occidentale della prima metà del ‘900. È quindi necessario tessere ancora una volta le lodi di Adelphi, che con tutti i suoi limiti rappresenta (o ha rappresentato per alcuni decenni?) la casa editrice di riferimento per i lettori che vanno alla ricerca di opere ed autori altrimenti negletti. Per la verità I sette in fuga, secondo romanzo di Prokosch, del 1937, è stato riproposto nel nostro paese – dopo la storica edizione Bompiani del 1949 – da Fazi nei primi anni 2000, ma si è trattato di un episodio isolato nel catalogo di questa casa editrice, ed oggi questa edizione è di difficile reperibilità anche sul mercato dell’usato.
Poco sopra mi sono riferito a Prokosch come ad un autore occidentale. È infatti difficile, a mio avviso, circoscrivere questo autore entro i confini di un’area geografica più definita.
Frederic Prokosch nacque nel 1908 nel Wisconsin da una famiglia di intellettuali austriaci immigrati: il padre insegnava germanistica a Yale e la madre era pianista. Studiò a Yale e a Cambridge, viaggiando molto attraverso l’Europa sin da giovane. Durante la guerra fu addetto all’ambasciata USA in Svezia, e nel dopoguerra si trasferì in una casa isolata presso Grasse, in Provenza, dove morì nel 1989. Tra il 1935 e il 1984 pubblicò quasi una ventina di romanzi e alcune raccolte di poesie. Fu in gioventù un ottimo giocatore di tennis e campione di squash e coltivò come Nabokov la passione per lo studio dei lepidotteri; a Grasse stampava da solo, in serie limitate, le poesie di autori che amava. Scrisse di sé: ”Ho trascorso la mia vita solo, completamente solo, e nessuna mia biografia potrebbe andare oltre lo scalfirne la superficie. […] Nonostante tutta la sua superficiale ‘rispettabilità’ diplomatica, accademica e i suoi illustri contatti sociali, la mia vita reale è stata sovversiva, anarchica, viziosa, solitaria e capricciosa.”
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Uno spettro si aggira per l’Europa: se il Perutz “politico” non va oltre il genere

Recensione de La neve di San Pietro, di Leo Perutz

Fazi, Le porte, 1998

Le mie uniche letture di libri di Leo Perutz risalivano ad un decennio fa: allora avevo affrontato, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due romanzi dello scrittore praghese (o viennese?): Il marchese di Bolibar e Il cavaliere svedese. Già a quel tempo avevo preso l’abitudine di lasciare in rete brevi commenti sulle mie letture: andandoli a rileggere oggi vi ho trovato la conferma di un entusiasmo che, ricordavo, aveva accompagnato la mia scoperta di questo autore. Entrambi i romanzi avevano meritato giudizi più che positivi, e del protagonista de Il cavaliere svedese mi ero spinto ad affermare, con non poca enfasi, che ”… è forse una delle più belle figure della letteratura moderna”. Mi aveva in particolare colpito la capacità di Perutz di ammantare di atmosfere fantastiche e cariche di suspense storie che esploravano sentimenti umanissimi quali l’amore, il tradimento dell’amicizia, la disperazione esistenziale; questi romanzi mi erano sembrati inoltre parte integrante della letteratura di un’epoca e di un ambiente culturale molto preciso, la Mitteleuropa sospesa tra lo sfaldamento dell’impero austroungarico e l’avvento del nazismo; Praga e Vienna sono state notoriamente due degli epicentri più importanti di tale ambiente, ciascuna dotata di elementi specifici, e le opere di Perutz mi erano sembrate coglierne, attraverso la sapiente costruzione di atmosfere peculiari, i tratti distintivi e le drammatiche convulsioni.
Tali atmosfere derivano dal retaggio che l’autore assorbe da entrambe le città, come alcuni cenni biografici possono sommariamente indicare. Nato a Praga nel 1882 da una agiata famiglia di commercianti ebraici secolarizzati, si trasferì diciannovenne a Vienna, città dove visse sino al 1934; analogamente a Franz Kafka, che peraltro conobbe, lavorò per una compagnia assicurativa, occupandosi di matematica e statistica, prima di ottenere un grande successo editoriale a partire dal 1915, in particolare sul mercato tedesco. Frequentò attivamente i circoli letterari viennesi degli anni ‘20, legandosi a molti dei più importanti intellettuali dell’epoca. Nel 1933 il nazismo vieta la pubblicazione delle sue opere in Germania, quindi nel 1938, a seguito dell’Ansclhuss, deve rifugiarsi in Palestina, dove la sua famiglia paterna ha già trasferito l’attività. Non si integrerà mai nel nuovo ambiente, continuando tra l’altro a parlare tedesco e, finita la guerra, tornerà spesso in Austria, dove la morte lo coglierà nel 1957.
Recentemente il mio antico apprezzamento per Perutz è stato confermato dalla recensione, come sempre ampia e profonda, di Raffaele, sul suo blog Il collezionista di letture, del romanzo Dalle nove alle nove, da me non ancora letto. Raffaele sottolinea con precisione la duplicità dell’identità culturale di Perutz, nella quale si incarnano ”… due ‘Patrie’: Vienna realtà sia di vita che intellettuale, essendo stato Perutz partecipe a pieno titolo della vita culturale della città dei primi decenni del ‘900, e Praga luogo dell’anima e della memoria”, e più avanti: “Perutz rappresenta uno dei massimi esiti di quella grande cultura mitteleuropea di cui, unendo i diversi influssi di cui fu portatore, egli realizzò, di fatto, una sintesi esemplare”. A questi elementi anagrafici aggiungerei anche il suo essere ad un tempo affascinato dalla razionalità (la formazione matematico-statistica) e dall’occulto, soprattutto dopo la morte della amata prima moglie Ida, avvenuta nel 1928.
Notevoli erano quindi su queste basi le mie aspettative quando ho iniziato a leggere La neve di San Pietro, pubblicato in Germania all’inizio del 1933, poco prima che le opere di Perutz venissero bandite dal regime: purtroppo queste aspettative sono andate in buona parte deluse. Non ho infatti ritrovato in questo romanzo il riuscito mix tra esoterismo e mistero praghese ed introiezione psicologica e analisi sociale di stampo viennese, né la capacità di condurre la narrazione su almeno due livelli compenetrati, quello della trama, avvincente e misteriosa, e quello dell’esplorazione di sentimenti personali e collettivi, che formano la cifra della letteratura di Perutz nelle sue opere più riuscite.
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Lo “skaz a tesi” di un reazionario problematico

Recensione di Una famiglia decaduta, di Nikolaj S. Leskov

Fazi, Le porte, 1996

Alla fine della lettura di Una famiglia decaduta, romanzo di Nikolaj Semënovič Leskov, sono rimasto un po’ perplesso, avendo avuto l’impressione di un finale affrettato, se non in qualche modo sospeso. Se infatti esso coincide con la fine della vicenda terrena della protagonista, principessa Varvara Nikanorovna Protozanova, è altrettanto vero che alcuni sviluppi della storia della sua famiglia, preannunciati nel corso della narrazione, non vengono sviluppati, e sembrano rimandare ad un prosieguo mancante; appare anche strano che Mefodij Mironyč Červev, personaggio di cui si percepisce la potenziale importanza nell’economia del romanzo, venga fatto entrare in scena solo nell’ultimo capitolo. Curiosamente, né Mauro Martini nella introduzione al volume, né l’editore né le poche recensioni reperite in rete accennano al fatto che Una famiglia decaduta è un romanzo incompiuto. Le due parti che lo compongono furono infatti pubblicate nel 1874 sulla rivista letteraria e politica Russkij vestnik, il cui fondatore e direttore, Michail Nikiforovič Katkov, abbandonate le originarie posizioni liberali, era approdato a lidi conservatori e panslavisti. La rivista operò numerosi tagli al romanzo, e Katkov ebbe a dire alla redazione, a proposito di Leskov: ”Abbiamo fatto un errore, non è dei nostri”. La pubblicazione si interruppe e Leskov non scrisse mai la terza parte del romanzo, uscito in volume nel 1875 ”nella mia versione, non in quella di Katkov”, come affermato dall’autore in una lettera indirizzata a Ivan Aksakov. Forse a quella prima edizione in volume risale l’affrettato finale.
Le vicende editoriali di Una famiglia decaduta sono paradigmatiche della ambigua collocazione culturale di Leskov nella Russia della seconda metà del XIX secolo. Apparentemente non vi è discussione in proposito: sin dai suoi esordi nei primi Anni ‘60 l’autore si era infatti attestato su posizioni di netta critica al movimento anarco-rivoluzionario russo dell’epoca, universalmente noto come nichilismo. Dopo la pubblicazione, nel 1862, di un articolo nel quale avanzava il sospetto che alcuni incendi verificatisi a San Pietroburgo fossero in realtà attentati legati alle dimostrazioni studentesche di protesta per la timidezza delle riforme di Alessandro II, i circoli intellettuali progressisti lo accusarono di stare dalla parte del governo. Negli anni successivi Leskov pubblicò alcuni romanzi che attaccavano frontalmente i nichilisti, dipingendoli come uomini senza ideali o veri e propri criminali. Queste controverse opere, dal contenuto direttamente politico e generalmente considerate oggi di scarso valore artistico, gli valsero da un lato un isolamento intellettuale pressoché totale – solo Dostoevskij sulla sua rivista Epocha e il già citato Katkov pubblicheranno suoi lavori – dall’altro la riconoscenza dell’autorità zarista, che lo assunse al Ministero dell’educazione. Il giudizio del conservatore Katkov – quel suo famoso ne naš – ed anche il fatto che dal suo incarico ministeriale sia stato allontanato a seguito della pubblicazione di alcuni racconti nei quali criticava la chiesa ortodossa, lasciano però intravedere una figura culturalmente più complessa rispetto a quella di un reazionario tout-court, in coerenza con la difficoltà di tipizzare le correnti intellettuali e politiche russe dell’800 (e non solo) quando le si traguardi usando lenti interpretative occidentali. Una famiglia decaduta esemplifica perfettamente questa sostanziale ambiguità, o per meglio dire problematicità dell’autore: se sostanzialmente è un romanzo nel quale traspare palesemente la nostalgia dell’autore per la Russia rurale, la sua antica nobiltà terriera e i valori che ne erano parte integrante, ormai negati in una società che sta cambiando sia pur lentamente, non pochi elementi apparentemente secondari contribuiscono a rendere più complessa la sua interpretazione, che forse avrebbe potuto essere resa più univoca proprio dalla parte mancante; non è detto comunque che ciò sia un male, visto che a mio parere spesso le opere incompiute sono in realtà perfette, e in questo caso un finale conseguente avrebbe forse potuto accentuare il senso di romanzo a tesi che a tratti si avverte leggendolo.
Prima di addentrarmi nel tentativo di analizzare il contenuto del romanzo mi sia però concessa una digressione riguardante la sua forma, il modo in cui è scritto, perché essa consente di conoscere meglio questo autore tutto sommato negletto rispetto ai grandissimi scrittori russi del suo tempo.
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Abnegazione e senso del dovere nei racconti di un antesignano di Giovanni Drogo

Recensione di Servitù e grandezza della vita militare, di Alfred de Vigny

Fazi, Le porte, 1996

Poco più di un anno fa la lettura di Stello mi ha portato alla scoperta di uno dei grandi autori del romanticismo (meglio sarebbe dire dei romanticismi) francese: Alfred de Vigny. Autore essenzialmente di poemi e pezzi teatrali, l’opera in prosa cui de Vigny ha indissolubilmente legato il suo nome è Servitù e grandezza della vita militare, da me letta nell’elegante (anche se non scevro da qualche imperfezione) e oggi quasi introvabile volume edito da Fazi oltre venti anni fa, corredata da una prefazione di Eraldo Affinati; l’opera oggi è comunque reperibile in libreria in un’altra edizione e traduzione.
De Vigny la pubblicò nel 1835, tre anni dopo Stello, nel suo periodo di massima attività creativa, riunendovi tre racconti già pubblicati poco tempo prima sulla Revue des Deux Mondes, ed accompagnando ciascuno con una sorta di prefazione. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di vademecum filosofico per il soldato, un libro per mezzo del quale avrebbe potuto riflettere sul suo status, sul suo rapporto con la società, sui principi, grandi e al tempo stesso contraddittori, che regolano la vita e l’organizzazione di quel corpo separato che è l’esercito.
Alla fonte della scrittura del libro troviamo l’esperienza militare di Vigny. Figlio di una famiglia dell’antica nobiltà della Turenna, egli credeva fermamente nelle passate virtù dell’aristocrazia come classe in grado di costituire la nazione, come emerge anche dalla lettura di Stello e ancora più programmaticamente nel suo romanzo storico Cinq-Mars; era però anche perfettamente conscio che il ruolo guida dell’aristocrazia si era perso per sempre, che il periodo dell’Impero prima, quindi la restaurazione con la sua mediocrità culturale e morale, e infine la monarchia di Luglio stavano lì a dimostrare l’inadeguatezza dell’aristocrazia del suo tempo, ormai ridotta a una sorta di club autoreferenziale aggrappato a privilegi che la Storia le stava inesorabilmente sottraendo.
Emblema di questa decadenza è l’esercito: alla sete per la gloria e per la battaglia ed anche alla barbarie della guerra di un tempo si è sostituita una vita militare routinaria, fatta di noia ed esercitazioni che non portano mai all’azione; ma soprattutto, per Vigny, mentre un tempo, ” fino alla fine del regno di Luigi XIV, l’Esercito rappresentava la Nazione […] dato che il soldato era l’uomo del Nobile, da lui reclutato nella sua terra e condotto al suo seguito nell’esercito, a lui solo obbediente”, oggi ”la condizione […] dell’Esercito è tutt’altra: la centralizzazione del Potere l’ha reso […] un corpo separato dal gran corpo della Nazione, simile al corpo di un bambino, tanto è carente per intelligenza e si trova nell’impossibilità di crescere.”
Nel mondo moderno, l’esercito non serve più per fare la guerra, ma a perpetuare sé stesso: con una buona dose di ottimismo di matrice positivista, che contrasta peraltro con il pessimismo di derivazione stoica che caratterizza il suo pensiero, Vigny è convinto che gli eserciti siano destinati a scomparire in breve tempo, perché i progressi della tecnologia renderanno superflue le guerre.
L’autore come detto trae le sue convinzioni sulla vita militare dalla propria esperienza diretta: arruolatosi come sottotenente nei Gendarmi del Re il 6 luglio 1814, tre mesi dopo la prima abdicazione di Napoleone, è uno degli uomini che scortano Luigi XVIII durante la sua fuga a Gand dopo il ritorno dell’Imperatore dall’Elba. Durante i Cento Giorni rimane nascosto in casa di familiari, per tornare a servire nella Guardia del Re all’inizio della seconda restaurazione. La vita militare scorre noiosa e monotona; quando, nel 1823, il reggimento del quale è capitano deve attraversare i Pirenei per partecipare alla spedizione contro i moti liberali in Spagna, sembra che finalmente i suoi sogni di gloria si avverino: una breve licenza lo tiene però lontano dal conflitto, che si conclude in pochi giorni. Così nel 1827, disilluso e ormai guarito dalla sua malattia militare, Vigny si dimette dall’Esercito per dedicarsi alla letteratura.
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Il capolavoro destinato a generare un capolavoro del tutto diverso

BarryLyndonRecensione di Le memorie di Barry Lyndon, di William Makepeace Thackeray

Fazi, Tascabili, 2003

Considero Barry Lyndon di Stanley Kubrick uno dei capolavori assoluti della cinematografia. Da quando uscì, nel lontano 1975, l’ho visto, o meglio l’ho assorbito numerose volte, sia nelle sale cinematografiche sia in casa, avvalendomi in questi ultimi casi di mezzi, videocassetta VHS prima e DVD poi, che pur mortificandone, complice il piccolo schermo, la magnificenza estetica non riuscivano a scalfire la bellezza complessiva del film, fatta non solo della leggendaria fotografia, ma anche di una sceneggiatura perfetta e di una colonna sonora indimenticabile. L’ultima volta che mi sono immerso nei suoi colori e nelle sue musiche è stato qualche anno fa, in occasione dell’uscita della versione restaurata: era, se non ricordo male, pieno dicembre, e la sala non era riscaldata. Non appena le luci si spensero e la Sarabanda di Haendel annunciò i titoli di testa il freddo pungente da cui cercavo di difendermi indossando piumino, sciarpa e cappello scomparve, ed ancora una volta fui rapito da un piacere ineffabile, reso ancora più sottile dall’attesa di scene ed episodi che credevo di conoscere alla perfezione ma che, come ogni altra volta, mi regalavano nuovi particolari, nuovi punti di vista, nuove prove dell’indiscusso genio del regista.
Pochi altri film esercitano su di me un fascino così forte: Morte a Venezia e Ludwig di Visconti, Querelle de Brest di Fassbinder, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso di Petri. Amo moltissime altre opere cinematografiche, ma questi sono i miei film, quelli che hanno segnato la mia vita.
Ecco che quindi aprire finalmente il volume di Fazi con in copertina The blue boy di Thomas Gainsborough (per la verità una riproduzione troppo contrastata del dipinto) e iniziare a leggere il romanzo di William M. Thackeray dal quale il film di Kubrick è tratto ha rappresentato per me un momento importante. Forse per la prima volta nel caso di romanzi dai quali sono stati ricavati film consideravo l’opera letteraria, l’originale, quasi come un supporto di quella derivata, una sorta di appendice pregressa del film oggetto della mia venerazione.
Ho iniziato quindi il romanzo con l’intento più o meno conscio di leggerlo in funzione del film: la mia curiosità era soprattutto incentrata sulla possibilità di capire quali elementi del romanzo avessero più di altri ispirato Kubrick, e perché tra tanti capolavori del romanzo sette-ottocentesco britannico in grado di restituirci l’atmosfera di un’epoca avesse scelto proprio questo, non certo il più noto (almeno sino ad allora) tra quelli di un autore conosciuto soprattutto per Vanity Fair.
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La memoria è la grande medicina rispetto alla nostra inadeguatezza esistenziale

DonCasmurroRecensione di Don Casmurro, di Joaquim Maria Machado de Assis

Fazi, Le porte, 1997

Recensendo l’altro libro di Machado de Assis da me recentemente letto, Memorie dall’aldilà, avevo azzardato la possibilità di un confronto fra tale romanzo e La coscienza di Zeno.
La lettura di questo Don Casmurro mi ha convinto ancora di più del fatto che esistano strane analogie tra lo scrittore brasiliano e Italo Svevo, fatte ovviamente salve tutte le differenze di contesto culturale esistenti tra i due scrittori.
Si è soliti infatti considerare i tre romanzi dello scrittore triestino come un’unica opera, quasi che Senilità e Una vita fossero una sorta di preparazione al capolavoro della maturità, che scaturisce dopo le prove generali rappresentate dagli altri due romanzi.
Analogamente tra Don Casmurro e Memorie dall’aldilà esistono una tale serie di affinità strutturali e tematiche da farli Continua a leggere “La memoria è la grande medicina rispetto alla nostra inadeguatezza esistenziale”