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Il piccolo viaggio nel pensiero di uno dei padri del romanzo

ViaggiodaQuestoallaltroMondoRecensione di Viaggio da questo all’altro mondo, di Henry Fielding

Editori Riuniti, Gli introvabili, 1998

Quando nel 1998 gli Editori Riuniti pubblicano questo volumetto di Henry Fielding, lo collocano profeticamente in una collana chiamata Gli Introvabili. Infatti dopo questa edizione nessuno si è più preoccupato di stampare Viaggio da questo all’altro mondo, cosicché oggi esso risulta davvero introvabile, e fa capolino solo sul mercato dell’usato.
È vero che si tratta di un testo minore, ma c’è da dire che – a causa del progressivo processo di decomposizione per agglutinamento dell’editoria italiana (particolarmente di quella storica) – dei cinque romanzi composti da questo autore – fondamentale per comprendere non solo il settecento inglese ma la stessa storia del romanzo – oggi sua maestà il mercato ce ne offre solo due (il Tom Jones e Joseph Andrews), mentre quasi nulla ci è dato sapere delle sue opere teatrali.
Come detto, Viaggio da questo all’altro mondo non è certo paragonabile ai grandi romanzi dell’autore: fu pubblicato nel 1743 all’interno delle Miscellanies – un’opera in tre volumi edita dall’economicamente precario Fielding grazie alle sottoscrizioni dei lettori – contenente scritti in prosa e poemi, di cui rappresenta una piccola parte e neppure tra le più significative, visto che il pezzo forte della raccolta è costituito dal romanzo Jonathan Wild, il grande.
Fatte queste premesse, è necessario dire che il Viaggio da questo all’altro mondo è comunque un testo interessante e a tratti godibile, nel quale si ritrova, sia pure in forma diversa, la carica critica verso la società inglese del tempo, esercitata attraverso la satira, che caratterizza l’intera opera di Fielding.
Il racconto è la trascrizione, nella finzione che Fielding ci narra nel breve capitolo introduttivo, di un manoscritto che egli ha recuperato per caso: recatosi in un negozio di penne per comprarne alcune, gli vengono consegnate avvolte ”in un gran foglio di carta fitto di pessima scrittura”. Incuriosito, prova a leggerne il testo senza capirci un granché, se non che si tratta di una parte di uno scritto più ampio. Torna quindi nel negozio di penne, e il titolare gli consegna un centinaio di fogli che usa come carta da imballo, dicendogli che in origine si trattava di un cospicuo manoscritto in-folio datogli da un suo inquilino poi partito per le Indie. Invano aveva cercato di farlo stampare da qualche editore: tutti si erano rifiutati, perché non comprendevano la scrittura o perché lo ritenevano un libro contro la religione oppure un libello contro il governo; aveva quindi deciso di usarlo per incartare le penne vendute, tagliandolo in fogli. Continua a leggere “Il piccolo viaggio nel pensiero di uno dei padri del romanzo”

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Progressista a sua insaputa?

TmoJonesRecensione di Tom Jones, di Henry Fielding

Feltrinelli, Universale Economica, I classici, 1991

Il Tom Jones di Fielding raramente è ricordato come uno dei capolavori della letteratura universale. Eppure, leggendolo, si capisce presto di essere di fronte ad uno dei testi che hanno segnato un punto di svolta, che hanno posto le basi del romanzo borghese moderno come lo abbiamo conosciuto nel corso del XIX secolo, pur essendo un testo peculiarmente inglese.
Un romanzo di questo genere non poteva infatti che essere scritto nella Gran Bretagna della prima metà del XVIII secolo, ossia nel paese allora più avanzato del mondo, nel quale la coesistenza di una borghesia mercantile egemone e di una aristocrazia che aveva saputo cedere parte del proprio potere a fronte della conservazione di privilegi formali stava ponendo le basi della prima rivoluzione industriale.
E’ in una società in rapido cambiamento, nella quale tutti i valori tradizionali vengono messi in dubbio dall’avanzare inesorabile della logica dell’accumulazione che il Tom Jones viene scritto dal grande conservatore Henry Fielding. Il libro registra perfettamente questa temperie sociale e culturale, disegnandone un godibilissimo affresco attraverso le avventure giovanili del protagonista. L’autore è perfettamente conscio che nella società in cui vive il male maggiore è il conformismo, il restare ancorati a schemi mentali e culturali del passato, e disegna chi se ne fa portatore come un idiota o un ipocrita. In questo senso si può dire, secondo me, che Fielding si rivela, forse suo malgrado (a sua insaputa, si direbbe nell’Italia di oggi) uno scrittore progressista.
Tom è un bastardo, di natali incerti, che cresce nella casa del “buon” gentleman di campagna Allworthy, che lo tratta come un figlio. Giunto alla prima giovinezza, dopo avere avuto la propria iniziazione sessuale con una ragazza del popolo, si innamora, segretamente ricambiato, della bella Sophia, figlia di un gentleman vicino di Allworthy. Le calunnie di un nipote legittimo di quest’ultimo lo faranno però cacciare di casa e bandire dal padre di Sophia: Tom inizia una peregrinazione per l’Inghilterra meridionale che lo porterà ad imbattersi in numerose persone e ad avere numerose avventure, anche amorose (è un bel ragazzo), sempre però pensando alla sua Sophia ed essendo combattuto tra il desiderio di rivederla, di farla sua e la decisione di andarsene lontano per non nuocerle. Non svelo il finale perché naturalmente contiene numerosi colpi di scena.
Fielding è innanzitutto un grandissimo narratore: interviene continuamente in prima persona nella storia per esprimere giudizi, porre questioni, suscitare una sorta di dibattito tra sé e il lettore su quanto sta accadendo, e tutto questo con una capacità straordinaria di mantenere il ritmo, di avvincere e di interessare, che ancora oggi stupisce e contribuisce alla assoluta modernità del romanzo. Il tono del narrare è leggero ed ironico, con una buona dose di satira sociale incardinata su alcuni dei personaggi principali e secondari, come il padre di Sophia, gretto, interessato solo alla caccia e al patrimonio e pronto a fare l’infelicità della figlia in nome del suo amore per lei; oppure come i due istitutori Thwackum e Square, il primo paradigma dell’ipocrisia religiosa e il secondo di quella della morale laica, entrambi incapaci di tolleranza. Le loro dispute filosofiche sono una delle perle del libro.
E’ proprio la tolleranza, o meglio la necessità di comprendere la complessità e le sfaccettature del carattere umano e di indulgere verso le sue debolezze che Fielding ci vuole insegnare. Tra i personaggi del Tom Jones, quelli a cui l’autore guarda con occhio più benigno sono quelli (a partire da Tom) che non hanno certezze, che si pongono interrogativi ed hanno dubbi, che si mostrano per quello che sono. Viceversa, Fielding non risparmia i suoi strali a chi si fa portatore di principi inflessibili ed in genere è invece ipocrita o applica una doppia morale a seconda che si tratti di sé o degli altri.
In definitiva, la mia opinione è che il Tom Jones assommi tutte le caratteristiche del capolavoro, perché è al contempo capace di descrivere un ambiente sociale, di presentare dei tipi umani universali, di divertire e di far riflettere.
Un secolo dopo, la grande lezione di Fielding sarebbe stata imparata dal miglior Dickens. Al tempo della pubblicazione, invece, il libro fu accusato di immoralità, e ciò non deve stupire, perché sicuramente la morale che se ne trae ha caratteri ancora oggi eversivi rispetto a quella corrente, e contiene elementi disgregatori delle certezze e dei modelli che la società costituita ritiene indispensabili per la sua perpetuazione.
Un ultimo appunto a proposito dell’edizione Feltrinelli che ho letto: la traduzione di Decio Pettoello, così d’antan, contribuisce a dare al testo una patina di antico che quasi fa pendant con la freschezza del romanzo, creando un azzeccato mix d’atmosfera. Bella anche l’introduzione di William Empson, che ha il pregio di essere frutto della cultura d’origine del testo: ci svela alcuni dei meccanismi narrativi di Fielding, anche se a mio avviso accentua troppo la chiave “psicologica” di interpretazione del romanzo.