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La villa incantata

VersanteSudRecensione di Versante sud, di Eduard von Keyserling

Guanda, Prosa contemporanea, 1989

Dopo oltre due anni dalla lettura di Principesse ecco un altro breve romanzo di Eduard von Keyserling, autore tedesco considerato da Thomas Mann uno dei suoi maestri, raffinatissimo cantore della decadenza dell’antica aristocrazia terriera baltica, cui egli stesso apparteneva, fagocitata dall’affarismo borghese e dal militarismo che costituiscono la cifra della Germania guglielmina che si avvia verso la prima guerra mondiale.
Analogamente a Principesse anche Versante sud, edito nel 1914, appartiene all’ultima fase della produzione dell’autore, che morirà roso dalla sifilide nel 1918; e le analogie tra i due romanzi sono molte, essendo l’intera opera di von Keyserling assimilabile quasi ad un’unica storia, narrata in numerose varianti.
La principale analogia, oltre alla comune ambientazione sociale dei due romanzi, è data dalla loro ambientazione fisica: al castello di Gutheiden, scenario delle vicende di Principesse, si sostituisce la villa estiva dei von West-Wallbaum, ma entrambe le ambientazioni, con i grandi appartamenti, le stalle, le scuderie e gli altri ambienti di servizio e soprattutto con i loro giardini, delimitano un mondo chiuso ed esclusivo, dove l’aristocrazia vive isolandosi dalle brutture del mondo esterno. Queste ambientazioni, che assumono un forte connotato simbolico, rimarcando la separatezza della nobiltà dal resto del corpo sociale e la sua incapacità di relazionarsi con esso, hanno portato a definire romanzi del castello molte delle opere di von Kayserling.
In Versante sud la distanza che separa la villa, e la vita che in essa si conduce, dall’esterno è resa con magistrale tocco impressionistico nel bellissimo incipit, che vede il giovane Karl Erdmann, il protagonista, appena promosso sottotenente, giungere in carrozza di sera dalla guarnigione in cui serve alla villa di famiglia, per un periodo di riposo estivo. I pensieri e le aspettative del giovane sfilano in un buio indistinto e silenzioso, nel quale solo si sente ”il fruscio della rugiada tra le foglie”; dopo una curva appare, biancheggiante contro il cielo scuro, la sagoma della villa, sulla cui scalinata esterna si sono radunati per accoglierlo i parenti, dei quali all’inizio percepisce solo i chiari vestiti delle ragazze e i punti rossi dei sigari fumati dagli uomini. Karl Erdmann è accolto con una sorta di cerimonia formale e silenziosa, quasi stesse per entrare in una chiesa di cui divenire adepto; poco dopo il patriarca invita tutti ad entrare nelle stanze ”piene di luce, di fiori e di tende bianche trasparenti”. È un incipit da leggere attentamente, perché da un lato rivela la raffinatezza della prosa dell’autore, che disegna una scena perfetta per essere tradotta per il cinema da un regista come Luchino Visconti, dall’altro è perfettamente funzionale a segnalare sin dall’inizio del racconto la netta separazione tra un fuori oscuro e misterioso e un dentro dove la vita scorre (almeno in apparenza) ordinata, tranquilla e prevedibile, dove “non c’era altro da fare se non abbandonarsi al profondo sentire, godere del buon cibo e lasciarsi viziare”.
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L’hard boiled d’autore che delude

PiomboeSangueRecensione di Piombo e sangue, di Dashiell Hammet

Guanda, Le Fenici Tascabili, 2002

Mi sono accostato a questo romanzo di Dashiell Hammett con molte aspettative. Hammett è infatti considerato l’inventore dell’hard boiled, il genere letterario incentrato sulla figura dell’investigatore privato solitario e duro, il cui modello è Sam Spade, e caratterizzato dal realismo delle storie raccontate, ambientate solitamente in città degli Stati Uniti violente, notturne e corrotte, dove domina la malavita organizzata, spesso in collusione con la polizia e la politica. Il discepolo più famoso di Hammett, Raymond Chandler, padre di Philip Marlowe, nel suo saggio La semplice arte del delitto afferma che ”Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” Questo realismo delle storie raccontate è infatti in grado, a mio avviso, di elevare il giallo o il noir al di sopra della scrittura commerciale, conferendogli una precisa dignità letteraria. È ciò che successe anche in Europa, grossomodo nello stesso periodo in cui scrive Hammett, con due autori che idearono interessanti figure di detective: Georges Simenon e Friedrich Glauser, con Maigret e il Sergente Studer, ci hanno fornito l’esempio di come il genere giallo possa essere usato per descrivere ambienti sociali, tormenti interiori, personalità complesse, insomma per fare vera letteratura. Ovviamente il contesto culturale in cui vivevano questi autori, affatto diverso da quello delle metropoli statunitensi, hanno portato a risultati stilistici e anche contenutistici del tutto diversi dall’hard boiled, ma si può dire che c’è stato un momento, significativamente coincidente con l’inizio della grande depressione e il progressivo avvicinarsi della seconda guerra mondiale, nel quale alcuni scrittori delle due sponde dell’Atlantico hanno ridefinito i cardini del poliziesco classico, così come erano stati fissati da Edgar Allan Poe ed elaborati da molti autori successivi, introducendovi elementi che mettevano in discussione l’assunto di ritorno all’ordine sotteso alla soluzione di misteriosi delitti.
Devo anche ammettere che vi è un altro elemento che rende per me affascinate la figura di Dashiell Hammett: la sua vicenda esistenziale e politica. Sfogliando la sua biografia, infatti, si scopre come il personaggio Hammett riassuma in sé tutte le specificità, le contraddizioni ed i drammi della democrazia statunitense che si avviava a divenire la potenza egemone del mondo capitalistico occidentale. Hammett fu in gioventù agente dell’Agenzia Pinkerton, la società di investigazione privata che tanta parte ha avuto, al servizio di grandi e piccoli capitalisti, nella repressione di scioperi e rivendicazioni sindacali prima e durante la grande depressione: questa esperienza lo ispirò nella scrittura dei suoi racconti e romanzi. Anche se non combatté a causa della tubercolosi, si arruolò sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, dimostrando un indubbio spirito patriottico, il che gli ha dato il diritto di riposare nel Cimitero Nazionale di Arlington. Ma Hammett fu soprattutto un comunista. Attivo politicamente su posizioni nettamente antifasciste sin dai primi anni ‘30, dal 1935 fece parte della Lega degli Scrittori Americani, associazione egemonizzata dal Partito Comunista degli Stati Uniti, e nel 1937 si iscrisse al Partito. Nel 1946 divenne presidente del Civil Right Congress, associazione che si batteva contro i processi a sfondo politico e razziale. Le sue idee lo portarono ad essere progressivamente emarginato dall’industria culturale statunitense, in particolare durante il primo dopoguerra e il maccartismo. Nel 1951 scontò sei mesi di carcere per essersi rifiutato di fare i nomi dei contributori di un fondo, di cui era tesoriere, a sostegno delle spese legali di sospetti comunisti, e il suo nome comparve nelle famigerate liste nere del senatore McCarthy: tutti i contratti legati alle sue opere vennero sospesi, e più tardi per una vicenda di tasse tutti i suoi beni confiscati. Oppresso dall’aggravarsi della malattia visse in povertà gli ultimi anni, morendo nel 1961. Questa vita complicata ha fatto sì che tutta la sua opera letteraria risalga all’anteguerra, essendo composta di soli cinque romanzi – di cui il più noto è sicuramente Il falcone maltese, del 1930, da cui una decina d’anni dopo fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade – e da numerose storie brevi.
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All’ombra di Gabo

Recensione de La strana prole del cardinale Guzman, di Louis de Bernières

Guanda, Narratori della Fenice, 2006

Cosa ci fa uno scrittore inglese nel mondo di Gabriel García Márquez? È la domanda che mi sono posto mentre leggevo La strana prole del cardinale Guzman di Louis de Bernières, ed al termine della lettura non ho potuto che darmi questa risposta: sfrutta un filone letterario redditizio per costruire una propria personalità artistica che in qualche modo possa attirare l’attenzione del pubblico.
Louis de Bernières, il cui nome rivela chiare ascendenze francesi, è nondimeno, come detto, uno scrittore inglese, nato nel 1954, il cui romanzo più noto è probabilmente Il mandolino del capitano Corelli, del 1994, dal quale nel 2001 fu tratto un non memorabile film con protagonista Nicholas Cage.
Può essere preliminarmente interessante ripercorrere le fortune editoriali di questo autore in Italia, in quanto a mio avviso riflettono bene i meccanismi commerciali dell’industria culturale contemporanea.
I primi tre romanzi di de Bernières, pubblicati nei primi anni ‘90 e formanti la cosiddetta Trilogia latino-americana, furono all’inizio sostanzialmente ignorati dall’editoria nostrana. Nel 1994 uscì Captain Corelli’s Mandolin, che ebbe un buon successo, ed un paio di anni dopo Longanesi lo pubblicò nel nostro paese con il titolo Una vita in debito. Null’altro accadde fino al 1999, quando Fazi pubblicò il secondo volume della trilogia. Quindi nel 2001 uscì il film, molto pubblicizzato in Italia sia per il suo ottimo cast sia perché narrava di un soldato italiano in Grecia durante la seconda guerra mondiale, ed entrò in scena la casa editrice Guanda, che pubblicò nello stesso anno il romanzo, dandogli ovviamente (e correttamente) il titolo del film, e nel giro di un lustro anche due romanzi della Trilogia latino-americana e altre due opere dell’autore, non mancando di riportare in copertina Autore di “Il mandolino del capitano Corelli”; quest’ultimo viene pubblicato nel 2003 anche dalla casa editrice TEA.
Insomma, un fortissimo interesse culturale per le opere di questo autore che appartiene a quella schiera di grandi romanzieri che comprende Charles Dickens ed Evelyn Waugh, come ci informa Antonia Susan Byatt in quarta di copertina de La strana prole del cardinale Guzman. Senonché questo interesse editoriale sembra essere scemato altrettanto celermente quanto era cresciuto all’uscita del film, se è vero che oggi di de Bernières in libreria si trovano malinconicamente solo 2-3 titoli sugli scaffali dei remainder, editi anni fa, e del celebrato Mandolino non vi è più traccia. Insomma, siamo di fronte all’ascesa e alla caduta di un autore dettate unicamente dall’uscita di un film tratto da un suo romanzo.
Purtroppo devo ammettere che questi meccanismi editoriali evidentemente funzionano, se una dozzina di anni fa ho acquistato, forse ammaliato anche dalla copertina indubbiamente attraente, questo volume che ora mi sono trovato a leggere.
La strana prole del cardinale Guzman è l’ultimo romanzo della Trilogia latino-americana, essendo preceduto da e concatenato a Don Emmanuel e la guerra delle bacche e a Señor Vivo & il Coca Lord. Prima di diventare scrittore, de Bernières ha tra l’altro vissuto in Colombia facendo l’insegnante di inglese, ed è da questo periodo della sua vita, dalla vicinanza anche fisica con Gabriel García Márquez che ha indubbiamente tratto l’ispirazione per scrivere la trilogia. I luoghi del romanzo, infatti, ed anche alcuni personaggi, pur essendo in gran parte frutto della fantasia dell’autore richiamano spesso esplicitamente contesti colombiani.
Le vicende narrate nel romanzo sono complicate e contengono numerosi rimandi ai capitoli precedenti della trilogia, cosicché a volte non è facile per il lettore districarsi tra le cose che lo scrittore dà per scontate essendo riferite ad avvenimenti già narrati.
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Novant’anni dopo Mann nessuna arte è più possibile

SullaScoglieraRecensione di Sulla scogliera, di Gregor von Rezzori

Guanda, Prosa contemporanea, 2004

Dopo la scoperta rappresentata da Un ermellino a Cernopol eccomi a commentare un’altra opera di Gregor von Rezzori, il racconto Sulla scogliera, lettura perfetta al fine di approfondire la poetica di questo autore austriaco, e che conferma la mia sensazione che si tratti di una delle voci importanti del secondo novecento europeo.
I due testi sono molto diversi: lungo romanzo corale l’ermellino, racconto in prima persona Sulla scogliera; ambientato negli anni ‘20, nel mondo periferico, remoto e quasi mitico dell’est Europa l’uno, nel secondo dopoguerra ed in Italia l’altro. Anche cronologicamente le due opere sono distanti: Un ermellino a Cernopol risale al 1958, quando Rezzori aveva alle spalle solo alcuni altri romanzi, mentre Sulla scogliera, uscito nel 1991, appartiene alla fase finale dell’attività e della vita dell’autore, che morirà di lì ad alcuni anni, peraltro dopo avere pubblicato non poche altre opere.
Ma è forse nel significato che mi pare assumere Sulla scogliera nell’ambito della produzione di Rezzori che sta la sua specificità e la sua importanza. Andrea Landolfi sceglie Il glabro Tonio Kröger di Gregor von Rezzori come sottotitolo per la sua breve ma intensa postfazione al racconto, evidenziando in questo modo come, analogamente a quanto accade nel racconto manniano, anche in questo caso ci si trovi essenzialmente di fronte ad una riflessione sull’arte e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea, anche se ovviamente relativamente a due contemporaneità diverse.
Nelle pagine di questo breve racconto possiamo infatti trovare molti spunti che ci permettono di comprendere le radici teoriche della scelta operata da Rezzori di rivolgere il suo sguardo narrativo essenzialmente ad un mondo che non c’era già più mentre scriveva, quello dell’Europa tra le due guerre. Emerge infatti chiaramente come questa scelta sia dettata dal riconoscimento della completa perdita di funzione dell’arte e dell’artista nella società del secondo dopoguerra, e di come quindi l’unica possibilità che rimane sia quella di rievocare un’epoca la cui tragicità si accompagnava comunque ad un senso dell’espressione artistica, senso dato essenzialmente dalla sua capacità di descrivere il mondo, di essere parte del mondo: non si ritrova quindi in Rezzori la rievocazione nostalgica di una terra felix quanto (e in questo sta secondo me l’importanza dell’autore) la capacità di cogliere il progressivo sfaldamento di ogni rapporto tra l’arte e la realtà che la circonda. Della coscienza di questo sfaldamento Sulla scogliera rappresenta in qualche modo il manifesto.
Per sviluppare le riflessioni legate alla lettura di questo racconto è necessario riassumerne, sia pure a sommi capi, il contenuto, anche se tenterò di essere il più elusivo possibile sulla trama, trattandosi di un testo del quale anche questo elemento contribuisce a delineare il fascino.
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Quando l’estrema periferia diventa il centro

UnErmellinoaCernopolRecensione di Un ermellino a Cernopol, di Gregor von Rezzori

Guanda, Narratori della Fenice, 2006

Un ermellino a Cernopol è la prima opera di Gregor von Rezzori che ho letto, e devo dire che si è trattato di una lettura importante, che mi ha permesso di scoprire un autore che – almeno da quanto ho potuto dedurre da questo romanzo – merita un posto non del tutto secondario nel panorama della letteratura europea del novecento. Non è un caso che utilizzi termini generali quali europeo e novecento per posizionare questo romanzo e il suo autore: non appena si cerca infatti di stringere l’inquadratura per cercare di classificarli meglio sorgono infatti alcune difficoltà.
La prima riguarda la nazionalità dell’autore: von Rezzori nacque nel 1914 a Czernowitz, storica capitale della Bucovina, allora remota ma vivace città facente parte dell’Impero Austro-Ungarico, che dopo la prima guerra mondiale e la conseguente dissoluzione dell’impero entrò a far parte del Regno di Romania e quindi, nel secondo dopoguerra, dell’URSS: oggi il suo nome è Černivci ed è situata in Ucraina, a pochi chilometri dal confine rumeno. La sua famiglia era di antiche origini siciliane, ed egli fu, in relazione alle vicende della sua città natale, dapprima suddito dell’Impero, quindi cittadino rumeno, in seguito cittadino sovietico, apolide nel primo dopoguerra per ottenere poi la cittadinanza austriaca, vivendo però a partire dagli anni ‘60 prevalentemente tra Roma e Parigi per stabilirsi definitivamente, con la moglie italiana (anch’essa nobile), in Toscana, dove morì nel 1998. Anche se è indubbia l’appartenenza di Rezzori all’area culturale tedesca (non fosse altro per la lingua nella quale scrive le sue opere) è altrettanto certo che la movimentata vita di questo raffinato scrittore, di questo aristocratico viveur, elegante e affascinante, che parlava correntemente otto lingue, ci indica che il suo essere austriaco si diluiva al contatto con le molte altre culture europee con cui aveva avuto contatti non occasionali, come in modo curioso fisiognomicamente dimostrato dal fatto che invecchiando mostrò una progressiva straordinaria (o inquietante?) somiglianza con Gianni Agnelli.
La seconda problematica nasce dal fatto che, pur essendo essenzialmente Rezzori uno scrittore del secondo dopoguerra (il primo romanzo che attirò l’attenzione della critica su di lui – le Storie di Maghrebinia – è del 1953) il nocciolo duro della sua produzione letteraria è legato alla descrizione del suo mondo d’origine, quello dell’est europeo, nel periodo tra le due guerre mondiali; e non si tratta di una semplice ambientazione nel passato ma – almeno per quanto posso giudicare da questa prima lettura – della vera e propria rievocazione di un mondo scomparso, condotta anche avvalendosi di una precisa scelta stilistica, cosicché risulta veramente difficile etichettare Rezzori come uno scrittore del secondo novecento. Questa difficoltà di classificazione – non fine a sé stessa, se si pensa quale immensa cesura rappresentò la seconda guerra mondiale per la cultura europea – è maggiore che nel caso di altri scrittori austriaci che condividono con Rezzori questo sguardo all’indietro, come, tra quelli che conosco, Alexander Lernet-Holenia o Heimito von Doderer, perché Rezzori è di una ventina d’anni più giovane di loro: ha solo quattro anni quando l’impero crolla e una trentina alla fine della seconda guerra. Per lui quindi il secondo dopoguerra non è una sorta di appendice più o meno lunga di una vicenda esistenziale e culturale essenzialmente immersa nella prima parte del secolo, ma il periodo in cui di fatto diviene scrittore (oltre che autore radiofonico, sceneggiatore e attore cinematografico): questo suo rivolgersi al passato, avendo quindi il sapore di una precisa scelta e non di un obbligo biografico, risulta a mio avviso un elemento estremamente significativo nel contesto della sua poetica, che lo differenzia sostanzialmente da molti autori a lui contemporanei.
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Tra nostalgia e lucida critica: la kakania di Franz Werfel

nellacasadellagioiaRecensione di Nella casa della gioia, di Franz Werfel

Guanda, Prosa contemporanea, 1993

L’edizione italiana di questo racconto lungo di Franz Werfel, edita da Guanda, racchiude un piccolo mistero. Il racconto in tedesco si intitola infatti Das Trauerhaus, che può essere tradotto approssimativamente come La casa del dolore o La casa del lutto: perché questo titolo sia divenuto, nella traduzione di Cristina Baseggio, Nella casa della gioia, sovvertendo di fatto il titolo originale, non sono proprio riuscito a spiegarmelo. Né è possibile dedurlo dalla lettura del libro, visto che non è dotato di alcuna pre- o postfazione né di commenti e note. Dato quanto il racconto ci dice, credo che il titolo originale sia molto più pertinente di tale, a mio avviso arbitraria, traduzione.
A parte questo, ed a parte alcune imprecisioni nella traduzione – la più vistosa delle quali è quella di aver tradotto la battaglia di Bílá Hora come battaglia sul Monte Bianco, con il risultato di far presumere al lettore sprovveduto che si sia trattato di uno scontro alpino – bisogna veramente essere grati all’editore e alla traduttrice per avere permesso ai lettori italiani di conoscere questa opera di Werfel, poco frequentata – a giudicare dal numero di edizioni – anche nei paesi di cultura tedesca.
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Un autore sconosciuto, che resta tale

SogniRecensione di Sogni, di Friedrich Huch

Guanda, Quaderni della Fenice, 1989

Questo volume, oggi peraltro introvabile, è – credo – l’unico libro mai tradotto in italiano di Friedrich Huch. E’ quindi forse utile dire due parole su questo pressoché sconosciuto autore tedesco, nella speranza che prima o poi qualcuno si decida a pubblicare nel nostro paese uno dei romanzi da lui scritti.
Questa la voce della Treccani scritta da Leonello Vincenti nel 1933:
HUCH, Friedrich. – Scrittore, nato a Brunswick il 19 giugno 1873, studiò letterature antiche e moderne a Monaco, Parigi, Berlino, visse come precettore ad Amburgo e in Polonia; nel 1904 dopo un lungo viaggio in Italia si stabilì a Monaco, dove morì il 12 maggio 1913.
Appa
rtenendo a quella generazione di neoromantici, i cui problemi centrali erano, sul volger del secolo, quelli della decadenza e della rigenerazione, H. compose romanzi di critica del filisteismo borghese (Peter Michel, Pitt und Fox), d’indagine dell’anima infantile e del mutarsi della vita sentimentale (Geschwister, Wandlungen, Mao) e descrisse nella sua opera più complessa (Enzio) le vicende di una coppia di artisti nella lotta per salire dall’istinto alla forma. Lo stesso oscillare tra la rappresentazione realistica, colorata d’umorismo, e la fantastica, colorata di simbolismo, è nelle sue novelle e, semplificata, nei grotteschi delle tre Commedie wagneriane e nelle notazioni dei Träume. I Gesammelte Werke di lui furono editi in 4 volumi, a Berlino-Lipsia, nel 1925. Continua a leggere “Un autore sconosciuto, che resta tale”

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Il vuoto come cifra narrativa

CapriccioRecensione di Capriccio, di Ronald Firbank

Guanda, Prosa contemporanea, 1984

Ronald Firbank non è certo uno degli autori più conosciuti della letteratura anglosassone di inizio del XX secolo, e questo Capriccio (del 1917), peraltro oggi difficilmente trovabile, rappresenta il primo romanzo che ho letto di questo autore. Devo dire che si è trattato di una piacevole sorpresa.
Si tratta di un piccolo libro, di 90 pagine, che narra le vicende di Sally Sinquier, giovane figlia di un canonico di campagna, che sogna di calcare le scene. Fugge a Londra rubando una collana di famiglia e, vendutala, riesce a mettere in scena “Giulietta e Romeo”. Il finale è a sorpresa e d’effetto, per cui non lo anticipo, anche se è sicuramente difficile esprimersi sul testo prescindendo dal finale.
Il libro è suddiviso in ben 17 capitoli, e la lettura prosegue veloce, soprattutto perché in genere l’autore, dopo brevi frasi introduttive per descrivere la situazione, in ogni capitolo ci presenta dialoghi serrati, nei quali le battute dei protagonisti non sono quasi mai intervallate da commenti o annotazioni, ma la cui vacuità emerge tutta. Ne deriva un ritmo sincopato, quasi teatrale, che contribuisce non poco al fascino del breve romanzo. Questo ritmo, questa assenza di intervento dell’autore è del tutto funzionale al clima del romanzo, che descrive la meschina società dei piccoli teatri londinesi, tra attori vanesi, ricchi signori di mezza età che si occupano di lanciare e “proteggere” le aspiranti attrici (naturalmente in cambio di precisi favori), agenti teatrali ingordi e giovani di belle speranze.
Firbank lascia che siano loro a parlare, a dimostrare, con il loro vuoto chiacchiericcio, la vacuità del loro orizzonte culturale e morale.
In questo mondo Sally Sinquier si muove apparentemente ingenua e spaesata, ma in realtà del tutto determinata a ottenere ciò che vuole: la gloria sul palcoscenico. E ci riuscirà, o almeno ci sarebbe probabilmente riuscita, se…
Il grottesco finale offre a Firbank la possibilità di terminare, in maniera quasi circolare, il romanzo con un superbo capitolo, nel quale si disvela ancora di più la grettezza e la ingordigia da sanguisuga che vengono attribuiti al mondo del teatro.
Un piccolo libro, dunque, il cui titolo non resterà certo scolpito tra quelli dei capolavori del suo tempo, ma che è scritto con uno stile personale, che fa della leggerezza l’arma per scavare in profondità l’animo umano, che racconta il vuoto che c’è dietro le apparenze usando proprio il vuoto come cifra narrativa, che sembra dirci con estrema crudeltà che il caso e l’imponderabile non possono che essere gli artefici del nostro destino, per quanto noi ci impegniamo per raggiungere i nostri fini, e come ci sia comunque sempre qualcuno pronto ad avvantaggiarsi in ogni situazione.
Sicuramente un libro da leggere d’un fiato, in una sera, sperando che venga ristampato presto.