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La “mite legge” in città

Recensione di Tormalina, di Adalbert Stifter

Marsilio, Letteratura universale, 1990

E così eccomi ad occuparmi ancora, ad oltre tre anni di distanza, del buon vecchio Adalbert Stifter.
Stavolta oggetto di lettura è stata una delle sei novelle che compongono la sua raccolta più famosa, Pietre colorate, peraltro oggi disponibile, nelle due edizioni Mursia (1991, a cura di Matteo Galli) e Marsilio (2005, traduzione di Paola Capriolo) solo sul mercato dell’usato, come pure questa antecedente edizione di Tormalina, edita sempre da Marsilio ma con la traduzione di Emilia Fiandra e una articolata introduzione di Marino Freschi, sulla quale tornerò.
Avere a disposizione la raccolta è a mio avviso importante, oltre che per il fatto di rispettare il progetto narrativo dell’autore, che la pubblicò nel 1853 rielaborando alcune novelle già edite – con titoli diversi – in anni precedenti, anche e soprattutto perché queste sono precedute da una prefazione (Vorrede) che costituisce l’unico manifesto lasciatoci dall’autore circa la sua poetica.
Stifter scrive la Vorrede in risposta a un perfido epigramma di Friedrich Hebbel, nel quale il poeta del pantragismo si chiede tra l’altro, riferendosi a vecchi e nuovi cantori della natura tra i quali annovera esplicitamente il nostro: ”Sai perché hai tanta fortuna con le blatte e i ranuncoli? / Perché non conosci le persone, perché non vedi le stelle!”
A questa accusa di occuparsi di piccole cose per incapacità di vedere quelle grandi Stifter risponde teorizzando quella che definisce la mite legge che deve guidare le cose umane. Sentiamo come Stifter esprime questo concetto (scusandomi da subito per la traduzione approssimativa).
”Visto che stiamo parlando di cose grandi e cose piccole, intendo esprimere le mie opinioni, che potrebbero differire da quelle di molti altri. Considero grandi il soffio del vento, il gocciolio dell’acqua, la crescita del grano, le onde del mare, il verde della terra, lo splendore del cielo, il luccichio delle stelle, mentre non ritengo tali il gran vento dei temporali, il fulmine che manda in rovina le case, la tempesta che innalza le onde, il vulcano, il terremoto che distrugge le città: li considero anzi più piccoli, in quanto sono solo gli effetti di leggi molto più elevate, si verificano in singoli luoghi e sono il risultato di cause limitate. L’energia che fa traboccare il latte nel pentolino della massaia è la medesima che fa ribollire la lava nel vulcano e la riversa sui pendii. […] Come nella natura esteriore, così è nella natura interiore, in quella del genere umano. Ritengo grande una vita piena di giustizia, di semplicità, di dominio del proprio ego, di razionalità, di autorevolezza nelle relazioni, di ammirazione per la bellezza, unita ad una serena, composta morte; al contrario considero piuttosto più piccoli i repentini cambiamenti dell’indole, l’esplosione di una terribile rabbia, il desiderio di vendetta, la mente infiammata che tende ad un’attività che delinea, cambia e spesso nell’eccitazione distrugge la propria vita, visto che queste cose sono solo il prodotto di forze individuali e limitate, come le tempeste, i vulcani, i terremoti. Dobbiamo contemplare la mite legge da cui è guidata l’umanità.”
A parte la tragica ironia dell’esaltazione di una serena, composta morte da parte di chi circa un decennio dopo si sarebbe suicidato tagliandosi la gola con un rasoio, credo che queste righe chiariscano sufficientemente l’essenza della poetica di Stifter, che peraltro emerge appieno anche dal corpus delle sue opere: è nelle piccole cose quotidiane e immutabili nel tempo che si ritrova la grandezza: ciascuno di noi, singola fibra di milioni di radici che nutrono l’albero, può contribuire all’armonia generale. Quanto ai grandi e improvvisi sommovimenti, siano essi naturali, esistenziali o sociali (la Vorrende è pubblicata nel 1852, non molto tempo dopo le grandi rivoluzioni liberali) essi sono perturbazioni momentanee, governate da cause limitate nel tempo e nello spazio, destinate a rifluire nell’alveo placido della sanftes gesetz.
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Due novelle simili, due risultati letterari diversi

BrigittaRecensione di Brigitta, di Adalbert Stifter

Marsilio, Letteratura universale, 1991

Il mio ultimo incontro con Stifter non è stato felice. Due sorelle, la lunga novella (o romanzo breve) letta meno di un anno fa, mi era parsa quasi una prova caricaturale della poetica dell’autore austriaco, tanto apparivano costruiti i buoni sentimenti, l’esaltazione dell’armonia della vita rurale e dell’intraprendenza operosa che ne costituivano l’ossatura. Mi era parsa, e mi pare ancora, una novella a tesi, dall’intento smaccatamente pedagogico, che a tale intento sacrifica tutto, a partire dalla credibilità dei personaggi e dei loro comportamenti per finire con le descrizioni dell’ambiente e della natura. Persino la trama era un po’ sconnessa, in contrasto con l’abituale precisione, quasi pedantesca, che contraddistingue le opere di Stifter.
Memore di quanto letto in passato, avevo ritenuto Due sorelle un episodio a mio avviso negativo nell’ambito della importante produzione letteraria di un autore imprescindibile se si è interessati a conoscere il clima culturale che caratterizzò l’Austria (e non solo) nel periodo della restaurazione post-napoleonica, quel periodo quasi sospeso nel quale l’aristocrazia pretese di riportare indietro le lancette della storia riaffermando il proprio dominio assolutistico, periodo che terminerà con le rivoluzioni liberali del 1848. Stifter come noto è uno dei principali cantori di questo periodo, a cui pure sopravviverà per un ventennio: incarna, sia nelle opere letterarie sia in quelle pittoriche, l’essenza del Biedermeier viennese, più che uno stile un vero e proprio clima culturale che pervade l’insieme delle manifestazioni artistiche dell’epoca. Egli in particolare traduce la restaurazione politica e sociale nella ricerca di una armonia tra gli uomini e tra questi e la natura, armonia basata sulla semplicità e sull’autenticità delle relazioni, che si possono esprimere e realizzare solo lontano dalla città, luogo per eccellenza delle contraddizioni e delle lotte portate dai tempi nuovi, nelle piccole comunità di campagna, laddove gli uomini possono mettere a frutto il loro spirito di intraprendenza in un rapporto funzionale con la natura, fonte di benessere, prosperità e saggezza. Continua a leggere “Due novelle simili, due risultati letterari diversi”

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I due volti di un romanzo asimmetrico

Ciao,aDomaniRecensione di Ciao, a domani, di William Maxwell

Marsilio, Farfalle, 1998

Eccomi di nuovo a parlare di un autore semisconosciuto e di un libro al momento introvabile. Questa volta non si tratta però di un classico, ma di un autore statunitense contemporaneo, la cui produzione letteraria non ha trovato invero molta attenzione dalle nostre parti. William Maxwell, nato nell’Illinois nel 1908 e morto nel 2000, fu soprattutto editor della rivista The New Yorker, presso la quale lavorò per quasi quarant’anni, occupandosi delle opere di scrittori come Vladimir Nabokov, J.D. Salinger, Isaac B. Singer e molti altri.
Dei sette romanzi, delle raccolte di racconti e dei libri per bambini che scrisse oggi in Italia è possibile leggere solo Come un volo di rondini, romanzo del 1937 a sfondo autobiografico, mentre stranamente non è più edito da anni Ciao, a domani, del 1980, l’ultimo e anche il più acclamato dei suoi romanzi, che fu pubblicato da Marsilio alla fine degli anni ’90.
Entrambi questi romanzi, scritti a più di quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, sono ispirati da un avvenimento che segnò profondamente la vita del futuro scrittore: nel 1918, quando Willam aveva 10 anni, la madre morì per l’epidemia di influenza spagnola, lasciandolo con un padre incapace di comprendere il dramma dei figli e che si risposerà presto. Mentre però Come un volo di rondini è, da quanto ho intuito non avendolo letto, essenzialmente la storia delle conseguenze per lui e per la sua famiglia della morte della madre, Ciao, a domani è un romanzo più sfaccettato, nel quale le vicende familiari dello scrittore sono per così dire sovrastate da quelle, ancora più drammatiche, di due famiglie di mezzadri che vivono nelle campagne circostanti la cittadina in cui abita l’io narrante. Queste due vicende si connettono attraverso la figura di Cletus Smith, figlio di uno dei mezzadri e amico del piccolo protagonista, che si identifica con l’autore da bambino. Anche in questo romanzo quindi ritroviamo forti elementi autobiografici, sottolineati dal fatto che il narratore è lo stesso scrittore, che ripensa gli avvenimenti della sua infanzia dopo cinquant’anni.
Il romanzo ha una costruzione asimmetrica e non cronologicamente lineare. Si apre con un breve capitolo nel quale veniamo a sapere che una mattina d’inverno Lloyd Wilson, un giovane mezzadro conduttore di un podere nelle campagne di Lincoln, Illinois, viene trovato ucciso con un colpo di pistola e con un orecchio mozzato nella stalla in cui si era recato per mungere le mucche. Sospettato dell’omicidio è Clarence Smith, un tempo amico di Lloyd e conduttore del podere vicino, che però è sparito. Nei due capitoli seguenti il narratore rievoca, a cinquant’anni di distanza, la morte della madre e il difficile rapporto con il padre, che dopo un periodo di afflizione si risposa e fa costruire una nuova casa alla periferia di Lincoln. Proprio nel cantiere della casa in costruzione il decenne protagonista incontra Cletus Smith, che ha più o meno la sua età. I due ragazzi per qualche tempo si trovano ogni giorno a giocare tra muri e travi in legno: parlano poco, essendo entrambi vittime di difficili situazioni familiari, e si salutano sempre dicendosi ”Ciao, a domani”. Un giorno però Cletus non viene a giocare: è il giorno in cui suo padre ha ucciso Lloyd Wilson. Continua a leggere “I due volti di un romanzo asimmetrico”

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Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

IlPrincipedellaWestEndAvenueRecensione de Il Principe della West End Avenue, di Alan Isler

Marsilio, Farfalle, 1999

Il tredici settembre 1978 Otto Korner festeggia il suo ottantatreesimo compleanno alla Emma Lazarus, una casa di riposo per ebrei agiati sulla West End Ave., a New York.
Da qualche settimana il suo organismo è in subbuglio, perché la nuova, giovane fisioterapista della casa, Mandy Dattner, è di fatto una sosia di Magda Damrosch, la bellissima ungherese da lui disperatamente e inutilmente amata più di sessant’anni prima, a Zurigo. Il riaffiorare dei suoi ricordi di gioventù, provocato dall’apparizione di Mandy/Magda, spinge Otto ad iniziare a scrivere un manoscritto in cui alterna il diario delle sue giornate alla Emma Lazarus con la sofferta rievocazione della sua vita di ebreo tedesco scampato alla Shoah. Questo manoscritto è il libro che compone Il Principe della West End Avenue, romanzo di Alan Isler pubblicato nel 1994 ed edito in Italia da Marsilio cinque anni dopo. Isler, inglese di nascita, si trasferì diciottenne negli Stati Uniti nel 1952, insegnando per lunghi anni Letteratura Inglese e Letteratura rinascimentale all’Università. Esordì ormai sessantenne come scrittore proprio con questo romanzo, che ebbe un buon successo internazionale, cui ne seguirono pochi altri, sino alla morte nel 2010. In Italia non ha avuto molta fortuna: questa edizione Marsilio è rimasta isolata, non essendo più in catalogo, e solo il suo ultimo romanzo, The Living Proof, del 2005, fu pubblicato due anni dopo da Newton Compton con il titolo Per sesso o per amore, che da solo lascia intendere l’ammiccamento al pubblico dell’operazione editoriale, che peraltro non deve essere perfettamente riuscita se è vero che anche di questo volume si sono perse le tracce in libreria. Dico subito che la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari, almeno a giudicare da questo romanzo che è rimasta la sua opera più celebrata, anche se sicuramente la sua lettura è piacevole per il tono leggero (a volte troppo) ed ironico con cui tratta alcuni temi di grande rilevanza nella storia e nella cultura del ‘900 e non solo. Continua a leggere “Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria”

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Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini

JosselWassermannTornaaCasaRecensione di Jossel Wassermann torna a casa, di Edgar Hilsenrath

Marsilio, Tascabili, 1997

Bucovina, primo inverno di guerra. Gli abitanti ebrei del piccolo shtetl di Pohodna vengono fatti salire su un treno piombato. Tra di loro vi è Jankl, il portatore d’acqua, grosso e piuttosto stupido, che vuole sposare Rifke, la figlia gobba del ciabattino Katz. Lo potrebbe fare perché ha ricevuto una consistente eredità, ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, da suo zio Jossel Wassermann, ricco proprietario di una fabbrica di azzimi di Zurigo. A causa della guerra ha però solo ricevuto la lettera che gli annuncia l’eredità e il testamento dello zio, e li ha seppelliti in giardino perché nessuno glieli porti via. Mentre il treno viaggia verso est e tra gli ebrei circolano le più svariate congetture su dove li stiano portando, mentre la puzza di escrementi e urina comincia a riempire il carro bestiame, Jankl sogna la sua futura vita con Rifke, e dormendo scoreggia.
Inizia così questo romanzo, edito nel 1993, di Edgar Hilsenrath, scrittore ebreo tedesco ormai ultranovantenne, più noto in Italia e nel mondo per un altro romanzo, Il nazista e il barbiere, e di cui nel nostro Paese non è mai stato tradotto, a quanto mi risulta, Nacht, un altro importante romanzo, il primo della sua non numerosa produzione narrativa.
Hilsenrath ha avuto una vita avventurosa. Nato a Lipsia, nel 1938 fuggì con la madre e i fratelli in Bucovina, mentre il padre ripara in Francia. Riuscito a sfuggire all’annientamento del suo popolo da parte dei tedeschi, quando l’armata rossa libera la regione Hilsenrath va in Palestina, ma già nel 1947 raggiunge la famiglia in Francia. All’inizio degli anni ’50 si trasferiscono tutti negli Stati Unit; lì Hilsenrath svolge i mestieri più disparati e inizia a scrivere. Il suo primo romanzo, Nacht, fu pubblicato in Germania ma ritirato dall’editore poco dopo perché aveva ricevuto pesanti critiche a causa della sua crudezza. Con Il nazista e il barbiere raggiunge la notorietà. Dal 1975 vive a Berlino.
Torniamo alla storia. Quando il treno torna indietro, per cause imprecisate legate agli eventi bellici, e viene parcheggiato su un binario morto proprio nei presso dello shtetl da cui era partito, il Rabbino nasconde la memoria della comunità sul tetto del vagone, perché non vada persa con le loro vite. La memoria è rappresentata, con un tratto quasi chagalliano, da tante voci che narrano le piccole storie degli abitanti dello shtetl e da altre voci, che hanno il compito di narrare gli avvenimenti storici: queste ultime però si annoiano in silenzio, perché non c’è nulla di storico nella vita del piccolo shtetl di Pohodna, e per sfuggire alla noia decidono di raccontare la storia di Jossel Wassermann, lo zio che ha reso ricco Jankl, il portatore d’acqua. Il racconto si trasferisce quindi a Zurigo, il 31 agosto 1939, dove Jossel Wassermann, sentendosi in punto di morte, chiama il suo avvocato e il notaio per redigere il proprio testamento. Egli vuole in realtà redigerne due: con il primo darà un decimo dei suoi averi, cioè ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, al suo unico parente vivente, suo nipote Jankl; con il secondo, per sfatare la sua nomea di spilorcio, destina tutto il resto del suo patrimonio ai poveri e ai bisognosi della comunità di Pohodna, dove è nato ed ha vissuto sino alla prima guerra mondiale. Il primo testamento verrà recapitato subito dopo la sua morte a Jankl, mentre il secondo arriverà a Pohodna insieme al suo feretro, poiché egli desidera essere sepolto là. Sta però per scoppiare la guerra, e il trasporto si presenta difficile, per cui si stabilisce che Jossel possa essere sepolto provvisoriamente a Zurigo e tornare a Pohodna, insieme al testamento, a guerra finita. Jossel Wassermann ha però un altro desiderio: che a Pohodna lo scriba della Torah Eisik scriva su una pergamena la storia della sua (di Jossel) vita. Per questo, inizia a raccontarla all’avvocato e al notaio, che dovranno riferirla allo scriba. Continua a leggere “Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini”

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Un apologo sociale di rara lucidità

JacobesuoFratelloRecensione di Jacob e suo fratello, di George Eliot

Marsilio, Letteratura Universale, 1999

Inizio la conoscenza di George Eliot, grande autrice dell’800 inglese, non dalla lettura di uno dei suoi celebrati romanzi, ma da un’opera minore, una novella pubblicata poco meno di vent’anni fa da Marsilio con la consueta cura, ancora fortunatamente disponibile.
Jacob e suo fratello fu scritto dalla quarantenne Mary Ann Evans nel 1860, a cavallo di due delle sue opere più importanti, Il mulino sulla Floss e Silas Marner, e riprende, sotto forma quasi di apologo satirico, le tematiche di critica sociale che caratterizzano la sua letteratura.
Il protagonista della vicenda è David Faux, un giovane che vive nella campagna inglese nei primi decenni dell’800. È pasticcere, ma progetta di andare nelle Americhe convinto di potere fare fortuna, influenzato com’è dalla descrizione delle Indie Occidentali come paese del bengodi che trova nelle sue scarse letture. Approfittando dell’assenza da casa di genitori e fratelli, ruba alla madre 20 ghinee che questa teneva nascoste nell’angolo di un cassetto della biancheria, andandole a nasconderle nel bosco, da cui intende recuperarle il giorno dopo, partendo senza attirare sospetti. Purtroppo, mentre sta nascondendo le monete nella cavità di un albero giunge Jacob, uno dei suoi fratelli, che è idiota ma vede le monete di cui potrebbe sicuramente riferire ai genitori. David mantiene il suo sangue freddo e convince il fratello che lasciando le ghinee nascoste queste si trasformeranno in caramelle (Jacob è particolarmente ghiotto di dolci), ottenendo il suo silenzio.
La mattina dopo David lascia la casa prima dell’alba, ma nel bosco trova Jacob che sta controllando se la trasformazione in caramelle sia già avvenuta. Dicendogli che è troppo presto e che bisogna trovare un altro posto David riesce infine a far ubriacare Jacob e, lasciatolo addormentato in una locanda, parte per Liverpool.
Circa sei anni dopo questi fatti giunge nella piccola e arretrata cittadina di Grimworth uno sconosciuto, Edward Freely, il quale affitta una casa sulla piazza del mercato e apre un esercizio che, visto il gusto inglese dell’epoca, oggi definiremmo una rosticceria con pasticceria. La nuova attività è accolta inizialmente con diffidenza dalle famiglie bene di Grimworth, le cui signore sono abituate a preparare in casa i piatti per la cena; inoltre Freely, di cui si comincia a sapere che ha viaggiato molto per mare, non è visto di buon occhio dai notabili della comunità, sia per la sua professione piccolo-borghese sia per il suo oscuro passato.
Dopo poco, però, qualche signora rompe gli indugi e inizia ad acquistare i piatti e i dolci preparati da Freely, che alla prova dei fatti piacciono molto. In breve Freely inizia a fare buoni affari e il velo di diffidenza nei suoi confronti si dissolve, anche perché si rivela abile nell’adulazione, nel vantare conoscenza del mondo e nell’attribuirsi le migliori virtù morali e religiose. Continua a leggere “Un apologo sociale di rara lucidità”

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Se lo trovate, mettetelo nello scaffale dei buoni libri

nuoviracconticrudeliRecensione di Nuovi racconti crudeli, di Villiers de l’Isle-Adam

Marsilio, Letteratura universale, 1994

I Nuovi racconti crudeli di Villiers de l’Isle-Adam sembrano oggi un testo introvabile. In particolare è introvabile, almeno da quanto ho dedotto da ricerche in rete, questa splendida edizione Marsilio, che pure non è vecchissima (la prima edizione è del 1994) e fa parte di una collana (Letteratura universale – I fiori blu) nella quale vi sono molti titoli ancora in catalogo.
La difficoltà di reperire questo libro è veramente da denunciare, sia perché rappresenta un ulteriore tassello del generale recente disinteresse dell’editoria italiana per questo autore fondamentale del tardo ottocento francese, sia per il fatto che questa edizione è esemplare di come dovrebbe essere strutturato un testo che intende unire al piacere della lettura anche una serie di informazioni volte a dare al lettore la piena coscienza di ciò che sta leggendo. Il libro di Marsilio, infatti, oltre a riportare il testo originale a fronte, è corredato da un apparato critico di prim’ordine, dovuto a Ivanna Rosi, una delle più importanti studiose della letteratura francese ed in particolare dell’800, composto da un intrigante ed esaustivo saggio introduttivo, da una ampia nota biografica e soprattutto da estesi commenti a ciascun racconto che, insieme alle numerose note a piè di pagina, approfondiscono e contestualizzano le tesi critiche esposte nell’introduzione. Continua a leggere “Se lo trovate, mettetelo nello scaffale dei buoni libri”

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Il fantastico come realtà aumentata

FiabeVariopinteRecensione di Fiabe Variopinte, di Vladimir Odoevskij

Marsilio, Letteratura universale, 1992

Questo bellissimo volumetto della Marsilio, oggi di difficile reperibilità, ci permette di scoprire l’opera di uno dei più importanti rappresentanti del romanticismo russo, Vladimir Odoevskij.
Come detto ampiamente nella bella prefazione di Emilia Magnanini, Odoevskij, pur essendo uno degli autori del primo ottocento che più ha influenzato la letteratura russa posteriore, è poi caduto in una sorta di oblio, da cui – almeno in Italia – non è ancora uscito, se è vero che attualmente nella grande distribuzione è reperibile solo una novella di Odoevskij e che la sua opera più importante, Notti russe, non è mai stata tradotta integralmente in italiano.
Eppure, come detto, Odoevskij non è certo un autore minore nel panorama letterario russo: scrive nella prima metà dell’800, è contemporaneo quindi di Puškin e Gogol’ – e il fatto di doversi confrontare con tali giganti può sicuramente aver rappresentato un limite alla diffusione della sua opera – ed introduce nella letteratura russa, nella quale in quei decenni si stanno innestando le tematiche romantiche, l’elemento fantastico, in particolare nelle Fiabe variopinte. In un ipotetico e forse insensato raffronto tra la letteratura romantica russa e quella tedesca, se Puškin, per la sua ufficialità e la sua universalità poetica, sta a Goethe, allora si può certamente affermare che Odoevskij sta a E. T. A. Hoffmann.
Le Fiabe variopinte sono un ciclo di sette fiabe pubblicato nel 1833, introdotte da un antefatto, e narrate da un personaggio, Irinej Modestovič Gomozejko, che l’autore utilizzerà anche in altre sue opere.
Non si tratta di fiabe raccolte dalla tradizione popolare e rielaborate letterariamente, come ad esempio le opere Continua a leggere “Il fantastico come realtà aumentata”

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Alla scoperta del pensiero di uno dei grandi poeti tedeschi

SchnabelewopskiRecensione di Schnabelewopski, di Heinrich Heine

Marsilio, Letteratura universale, 1991

Schnabelewopski è uno scritto minore di Heinrich Heine, il grande poeta romantico tedesco, progressista ed ammiratore di Karl Marx, più noto per Il libro dei canti e per la Storia della religione e della filosofia in Germania.
Si tratta dei frammenti di un romanzo (titolo originale Aus den Memorien des Herren von Schnabelewopski) che narrano, in prima persona, la vita giovanile del protagonista, nato alla fine del XVIII secolo in Polonia, e che si trasferirà prima ad Amburgo e poi a Leida, in Olanda, per gli studi universitari.
Schnabelewopski/Heine ci narra, con l’ironia e l’acutezza analitica che lo caratterizza, non tanto le sue avventure umane, ma le impressioni che i luoghi e le persone che frequenta durante questi soggiorni gli procurano.
I capitoli secondo me più belli ed intensi sono quelli dedicati ai sei mesi amburghesi, dove Heine può descriverci da par suo la grettezza della borghesia cittadina, tutta dedita all’accumulazione di denaro, alla mondanità e al cibo, senza alcun interesse per l’arte e i sentimenti elevati.
Heine descrive la città e i suoi abitanti con frasi taglienti, e con stile cronachistico ci dice che Amburgo è città in cui la carne affumicata mette d’accordo tutti, in cui l’amore colpisce le donne non al cuore ma allo stomaco; quando ci narra che gli uomini hanno “…per lo più figure tarchiate, occhi freddi e pieni di buon senso, fronti basse, guance grosse e cadenti, mandibole particolarmente sviluppate, il cappello come inchiodato alla testa e le mani nelle tasche dei pantaloni come uno che stia domandando…” introduce elementi fisionomici che costituiranno l’archetipo del borghese tedesco rinvenibile quasi uguale un secolo dopo nei dipinti di Grosz. Continua a leggere “Alla scoperta del pensiero di uno dei grandi poeti tedeschi”