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Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti

StelloRecensione di Stello, di Alfred de Vigny

Rizzoli, BUR, 1950

Eccomi ad aver letto, ancora una volta, uno di quei fragili e minuti volumetti che componevano la Biblioteca Universale Rizzoli originale ed eccomi ad aver letto, ancora una volta, un testo non più pubblicato dalle nostre case editrici. Questa edizione di Stello risale al 1950, e non mi risulta che da allora ne sia seguita alcuna: fortunatamente, la grande disponibilità di titoli BUR sul mercato dell’usato rende facilmente reperibile il volume anche al lettore di oggi.
Il libretto che possiedo, acquistato usato anni fa presso una bancarella, reca in prima pagina la firma, curata ma illeggibile, del proprietario originale (di cui ho interpretato solo il nome, Mario) e la data d’acquisto: dicembre 1953, il tutto scritto quasi sicuramente con il pennino intinto nel calamaio. Allo stesso sconosciuto Mario apparteneva peraltro anche Il cugino Basilio, letto poco tempo fa. Se da un lato mi ha quasi commosso ripensare a questo signore e immaginare i motivi per cui i libri da lui acquistati e così minuziosamente contrassegnati siano andati a finire sulla bancarella di un bouquiniste che li ha venduti ad un prezzo stracciato, dall’altro mi sono ancora una volta chiesto per quale (im)perscrutabile motivo ciò che era consentito al signor Mario nell’Italia povera e ignorante dell’immediato dopoguerra, nella quale la letteratura entrava sicuramente in poche case – cioè trovare un libro come Stello in quella che era allora la collana editoriale più diffusa – sia negato a noi oggi.
Stello è infatti, a mio avviso, l’ennesimo libro importante ingiustamente trascurato, visto che è una sorta di manifesto romantico sulla condizione e il ruolo dell’intellettuale – termine che per la verità all’epoca (1832) non esisteva ancora, essendo nel testo usato quello di poeta. Va subito detto, che, a mio avviso, il termine romantico è estremamente vago ed inadatto a caratterizzare compiutamente quest’opera, perché il romanticismo fu un movimento (forse sarebbe meglio dire un minimo comun denominatore) che raccoglie sotto le sue ampie ali tali e tante correnti interne, sensibilità artistiche e posizioni politiche diverse che forse sarebbe meglio parlare di romanticismi: è infatti logico riscontrare significative differenze tra i romantici tedeschi e quelli francesi ed inglesi – derivanti in gran parte dalle profonde diversità dei contesti sociali in cui operavano – ma è sicuramente possibile individuare distanze culturali molto più ampie che semplici sfaccettature tra i rappresentanti del romanticismo in ciascuno di questi paesi: per quanto riguarda la Francia, si pensi ad esempio alle indubbie diversità di fondo che caratterizzano l’opera di Hugo, Gautier, Nerval e de Vigny, quest’ultimo essendo latore di una visione marcatamente aristocratica e pessimistica che non costituisce, per così dire, la cifra intellettuale degli altri autori. Continua a leggere “Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti”

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Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio”

IlCuginoBasilioRecensione de Il cugino Basilio, di José Maria de Eça de Queirós

Rizzoli, BUR, 1952

Nel nostro immaginario collettivo di lettori esiste, quando pensiamo alla letteratura del XIX secolo, una sorta di trilogia dell’adulterio, composta da tre dei capolavori assoluti di tale secolo: Madame Bovary, Anna Karenina e Effi Briest.
Sbocciati in aree culturali affatto diverse, questi tre fiori letterari hanno in comune, oltre alla tematica trattata, il fatto di essere considerati, pur con diverse sfumature, capisaldi del realismo nel loro paese.
In realtà, a questa trilogia andrebbe aggiunto sicuramente un altro romanzo, se non fosse che – almeno nel nostro paese – tale romanzo risulta oggi pressoché sconosciuto, essendo stato edito nei primi anni ‘50 praticamente in contemporanea sia da Mondadori sia da Rizzoli per poi cadere, abbastanza inspiegabilmente vista la sua importanza, nel più totale oblio. Questo romanzo, di cui consiglio sin da subito l’acquisto sul mercato dell’usato al lettore di classici, è Il cugino Basilio, del portoghese José Maria de Eça de Queirós (altrimenti noto come José Maria de Eça de Queiroz).
Giornalista, diplomatico e scrittore, Eça de Queirós nacque nel 1845 e morì di tubercolosi nel 1900. È considerato il padre e il più importante esponente della letteratura realista portoghese, una sorta di Verga lusitano. Grande viaggiatore, visse per lunghi periodi in Gran Bretagna e a Parigi, entrando in contatto con la cultura europea del tempo, soprattutto francese: ammiratore in particolare di Balzac e Flaubert, scrisse vari romanzi e racconti, in gran parte volti a criticare la grettezza, l’ipocrisia e il provincialismo della borghesia portoghese; progettò la realizzazione di una sorta di Comédie humaine lusitana, di cui però riuscì a scrivere solo due capitoli. Come vedremo la sua scrittura è un riuscito mix di distaccato naturalismo e sottile ironia, molto efficace nella caratterizzazione dei personaggi e nella minuziosa ambientazione delle storie.
Il cugino Basilio, pubblicato nel 1878, è uno dei primi romanzi dell’autore, che lo scrisse mentre era console in Inghilterra: probabilmente proprio la lontananza fisica da Lisbona e dal Portogallo contribuisce a conferire al romanzo quell’aura di distaccata oggettività che come detto costituisce a mio avviso uno dei suoi punti di forza.
Nella ideale tetralogia dell’adulterio cui ho accennato sopra, Il cugino Basilio si colloca cronologicamente al secondo posto ex-aequo, essendo di fatto contemporaneo a Anna Karenina, uscito l’anno precedente: Eça de Queirós non poteva quindi conoscere quest’opera durante la scrittura del suo romanzo, visto che – come annotato nell’ultima pagina – esso lo impegnò dal settembre 1875 al settembre 1877. Il modello cui Eça de Queirós guarda è quindi Madame Bovary, come lo stesso autore modestamente evidenzia nella lettera scritta qualche anno dopo ad un importante critico letterario portoghese che aveva recensito favorevolmente il romanzo: ”Povero me, mai non riuscirò a dare la sublime nota della realtà eterna, come nel divino Balzac, o la nota giusta della realtà transitoria, come nel grande Flaubert! Questi dèi e questi semidèi dell’arte, stanno sulle cime, mentre io, poveretto, mi muovo tra le infime erbe.” Per inciso segnalo che è a mio avviso molto interessante, in questo passo, la differenziazione che Eça de Queirós fa tra Balzac, scrittore della realtà eterna, e Flaubert, cantore della realtà transitoria, quasi a stabilire una sorta di gerarchia tra i due ovvero a delimitare, con una capacità di sintesi a mio avviso molto efficace, il diverso rapporto che i due scrittori francesi hanno avuto con il realismo, elemento che mi azzardo a definire strutturale nel primo e funzionale nel secondo. Credo che questa frase di Eça de Queirós possa aprire spazi di approfondimento della questione, che lascio comunque a chi è dotato di conoscenze e capacità di analisi superiori alle mie. Continua a leggere “Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio””

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Sesso, amore e fantasia nella Francia prerivoluzionaria

LaNotteeilMomentoRecensione de La notte e il momento, di Crébillon fils

Sellerio, La memoria, 1990

Crébillon fils è l’ennesimo autore classico di cui la nostra editoria ha perso le tracce. Negli anni ‘80 SugarCo pubblicò il suo romanzo più celebre, Il sofà, e Sellerio questo La notte e il momento come uno dei primi titoli della collana La memoria, ma oggi entrambi questi titoli sono reperibili solo sul mercato dell’usato e null’altro di questo autore si trova in libreria.
Sicuramente Crébillon fils non è uno scrittore imprescindibile, ma certamente la sua lettura ci aiuta a comprendere meglio un mondo, quello della prima metà del ‘700 francese, che ha preceduto di poco la rivoluzione, e quindi ad aggiungere un tassello, sia pure per via indiretta, alla nostra capacità di conoscere le cause che portarono alla grande deflagrazione sociale. È quindi un peccato che oggi sia così difficile leggere le opere di questo autore, anche perché la sua eleganza di scrittura le rende molto godibili.
Claude-Prosper Jolyot de Crébillon nacque nel 1707 a Parigi, figlio di Prosper Jolyot de Crébillon, un drammaturgo di buona fama, e condusse, almeno in gioventù, la classica vita da libertino della Reggenza, tra salotti, avventure galanti e teatri. I suoi scritti, considerati licenziosi e soprattutto perché spesso intrisi di una evidente satira politica e sociale, vennero messi all’indice, e l’autore stesso fu imprigionato ed esiliato, scontando però pene molto brevi grazie alla protezione di cui godeva da parte di grandi dame influenti a corte. Più tardi si sposò con una nobildonna inglese cui fu molto fedele, per divenire poi, quasi paradossalmente, censore reale dei libri, compito che esercitò onorevolmente. Morì nel 1777. Per distinguerlo dal padre è universalmente noto come Crébillon fils.
Argomento principe delle sue opere è l’erotismo. Nel suo romanzo più famoso, Il sofà, edito nel 1742, che seguendo una delle mode del tempo è ambientato in oriente e presenta uno schema narrativo simile a quello delle Mille e una notte, il giovane protagonista narra all’annoiata coppia reale di come in una vita precedente la sua anima fosse stata imprigionata in un sofà, e come da quella posizione avesse potuto assistere, o meglio avesse fornito il necessario supporto, agli incontri intimi di numerosi amanti, tra i quali ovviamente uomini corrotti e vanesi e donne di pubblica e specchiata, ancorché falsa, virtù. La prosa di Crébillon è estremamente allusiva e, pur non giungendo quasi mai ad avvalersi degli espliciti tecnicismi che caratterizzano la coeva letteratura pornografica, avvolge il lettore in un’atmosfera di ambigua sensualità che è la vera forza del romanzo, accanto naturalmente al suo contenuto di denuncia dell’ipocrisia sociale nei confronti del sesso e della sua importanza nelle relazioni umane. Continua a leggere “Sesso, amore e fantasia nella Francia prerivoluzionaria”

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Alle radici del liberismo

ComeilProsperoChinkisImmiseriRecensione di Come il prospero Chinki s’immiserì per la ricchezza della nazione, di Gabriel-François Coyer

Sellerio, La memoria, 1992

Questo piccolo volume di Sellerio, edito oltre venticinque anni fa ma ancora in catalogo, ci propone l’opera più importante di Gabriel-François Coyer, un autore francese contemporaneo di Voltaire ed a lui vicino quanto a pensiero, anche se il grande illuminista non sembra lo considerasse persona particolarmente gradevole, se è vero che, a fronte delle richieste reiterate ogni anno da Coyer di passare tre mesi presso di lui nel castello di Ferney, così rispose: ”Caro Abate, sapete la differenza che rilevo tra Don Chisciotte e voi? Che lui scambiava gli alberghi per castelli, mentre voi scambiate i castelli per alberghi.”
Coyer era un abate in quanto nel 1728 era entrato nei gesuiti, uscendo dall’ordine dopo otto anni. Nel corso della sua vita scrisse numerosi pamphlet, per lo più anonimi, di chiaro stampo liberista. Egli aderiva infatti alle dottrine economiche di Gournay, che in quel periodo criticavano radicalmente il mercantilismo di stampo colbertiano che ancora impregnava l’ordinamento economico e sociale francese, in nome della libertà di iniziativa e di commercio riassunta nel celebre slogan ”laisser faire, laisser passer”, coniato proprio da Gournay.
Nella Francia attorno alla metà del XVIII secolo le politiche mercantiliste strutturate da Colbert ai tempi del Re Sole erano ancora alla base dell’organizzazione economica. Esse si basavano sull’assunto che la ricchezza di una nazione dipendesse dalle sue risorse monetarie, e che per aumentarle fosse quindi necessario aumentare il più possibile le esportazioni e diminuire le importazioni di beni, accrescendo l’utile della bilancia commerciale. Era quindi necessario che lo Stato da un lato favorisse la creazione di manifatture e ne regolamentasse rigidamente attività e modalità di produzione per garantire la qualità dei prodotti da destinare in gran parte all’esportazione – affinché fossero competitivi sui mercati esteri – e dall’altro imponesse dazi e tariffe per le merci importate e ricercasse territori dai quali importare materie prime a basso costo.
Questa impostazione economica comportava ovviamente l’intervento diretto dello Stato nell’attività economica, in particolare attraverso una rigida regolamentazione delle arti e dei mestieri, riunite in corporazioni (jurandes) che avevano il monopolio di ciascuna produzione e alle quali era difficilissimo accedere se non per via ereditaria e a fronte di lunghi apprendistati, ed anche per mezzo della valutazione da parte dei maestri delle capacità professionali raggiunte e pagamento di elevatissime quote associative. Le corporazioni avevano assunto un tale potere da esercitare una vera e propria giurisdizione, con tanto di milizie abilitate a sanzionare e arrestare, al fine del controllo del monopolio produttivo. Le corporazioni, inoltre, garantivano ai loro associati forme di protezione e assistenza sociale ante litteram.
Se nel corso dei cento anni precedenti il sistema delle jurandes aveva permesso in Francia lo sviluppo di una borghesia produttiva, esso con il XVIII secolo entrò in contraddizione con le esigenze di espansione economica che il nascente capitalismo esigeva. Le corporazioni infatti limitavano fortemente le possibilità di libera iniziativa economica, ma soprattutto limitavano uno dei principi fondanti la produzione capitalistica: la possibilità di acquisto della forza-lavoro sul mercato: esse infatti non solo limitavano numericamente l’accesso ai mestieri, ma regolamentavano anche i livelli salariali dei lavoranti. Continua a leggere “Alle radici del liberismo”

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Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo

AdolfoRecensione di Adolfo, Il quaderno Rosso, Cecilia, Amelia e Germana, Lettera intorno a Giulia, di Benjamin Constant

Rizzoli, Biblioteca Universale, 1953

Quando mi capita di trarre dalla mia biblioteca uno di questi volumi della prima BUR per leggerlo, cerco di trattarlo con molta delicatezza, essendo cosciente di avere tra le mani un oggetto prezioso. Prezioso perché, trattandosi di volumi editi moltissimi anni fa e comprati sul mercato dell’usato, il loro stato di rilegatura è in genere precario. Prezioso perché il loro contenuto è a volte ormai introvabile in libreria. Prezioso infine perché questi piccoli libri, con la loro copertina beige chiaro ed i titoli in nero che spiccano nell’elegante carattere Bodoni, sono testimoni di un’epoca ormai antica in cui si riteneva, oh somma ingenuità, che un libro si potesse vendere per ciò che conteneva, e non per il chiassoso cromatismo della sua copertina.
Questo volume edito nel 1953 ci propone uno dei classici della letteratura del periodo protoromantico, Adolphe di Benjamin Constant, accompagnato da quattro altri testi di carattere autobiografico dello stesso autore, alcuni dei quali per l’appunto non più reperibili oggi.
Constant fu uno degli intellettuali più importanti dell’epoca che va dalla rivoluzione francese alla restaurazione passando attraverso il convulso periodo napoleonico. Nato a Losanna nel 1767, la madre morì di parto ed il padre, capitano al servizio degli olandesi, lo affidò a vari precettori, in genere inetti, prima di fargli frequentare l’università in Germania. Ragazzo dotato di grande spirito ed acume, idolo dei salotti, passò la giovinezza dedicandosi alle donne e al gioco, essendo spesso salvato dal padre dopo aver perso somme enormi. Tra le numerose donne importanti della sua vita spicca Germaine de Staël, con la quale ebbe un rapporto quindicennale, tormentato a causa dell’autoritarismo sentimentale di lei che soggiogava il caratterialmente debole Benjamin, ma intellettualmente assai fecondo: i due formarono una formidabile coppia intellettuale, capace di essere uno dei principali fulcri del dibattito culturale e politico dell’epoca.
Repubblicano e liberale, intransigente difensore della libertà individuale e nemico di ogni assolutismo, fu dal 1799 membro del tribunato, opponendosi strenuamente a Napoleone e subendo per questo l’esilio in Svizzera insieme a Madame de Staël. Rientrato in Francia, riprese l’attività politica opponendosi alla restaurazione, e nel 1830, poco prima di morire, sostenne la rivoluzione di luglio. Durante le sue esequie solenni, nel dicembre di quello stesso anno, il carro funebre fu trainato dagli studenti della Sorbona, che vedevano in lui un maestro.
Le sue opere sono prevalentemente di carattere politico o storico: scrisse tra l’altro una monumentale storia critica della religione in cinque tomi, oggi pressoché dimenticata. Dopo la sua morte, anche in pieno XX secolo furono pubblicati lettere, diari e testi autobiografici provenienti dalla sua disordinata e frammentaria produzione. Adolphe, scritto di getto nel 1806 e pubblicato dieci anni dopo, è la sua unica opera di narrativa, un breve romanzo cui oggi si deve gran parte della fama dell’autore. Continua a leggere “Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo”

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Il falso chierico prima del “Tradimento”

LOrdinazioneRecensione de L’ordinazione, di Julien Benda

Sellerio, La memoria, 1990

Il nome di Julien Benda non credo dica molto al lettore di oggi: del diluvio di scritti di questo autore francese di cui parla Gramsci non si trovano in libreria che alcuni saggi, tra i quali la sua opera sicuramente più importante, Il tradimento dei chierici, e questo quasi romanzo, edito moltissimi anni fa da Sellerio ma ancora facilmente reperibile.
Tra le molte ragioni che si possono addurre rispetto allo scarso interesse di cui oggi gode nel nostro paese uno degli intellettuali protagonisti del dibattito culturale francese, e non solo, tra le due guerre, vi è senza dubbio il fatto che gran parte della sua produzione, composta da articoli pubblicati sui quotidiani e sulle riviste dell’epoca, risulta strettamente legata al clima culturale dell’epoca e impregnata delle drammatiche divisioni che lo caratterizzavano: è forse quindi inevitabile che oggi ci vengano riproposte solo le sue opere più significative, che ci permettono comunque di conoscere il complesso (e per certi versi contraddittorio) pensiero di questo intellettuale e che conservano una qualche attualità.
Prima di addentrarci nelle sfaccettature di questo pensiero, esercizio necessario per comprendere un’opera scarna (aggettivo da non intendersi in senso negativo) e per certi versi enigmatica come L’ordinazione è però necessario citare qualche dato biografico dell’autore, da cui si possono trarre alcune informazioni che aiutano a comprendere meglio la personalità culturale di Benda.
Nato nel 1867 da una famiglia della borghesia ebraica, laica e repubblicana, Benda esordisce nell’ambiente culturale parigino ai tempi dell’affaire Dreyfus: prende attivamente parte al lacerante conflitto politico e sociale che oppone la società civile democratica alla reazione clerico-militarista e nazionalista, schierandosi decisamente dalla parte giusta. È da notare che è proprio in occasione di tale conflitto, che segnerà profondamente la società francese nei decenni successivi, che nasce ufficialmente il termine intellectuels, riferito agli uomini di cultura che parteciparono al dibattito prendendo le parti del capitano ingiustamente accusato di tradimento; il termine venne immediatamente utilizzato in senso denigratorio dalla parte avversa, ed assunse da allora la sua connotazione moderna.
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale Benda si dedica prevalentemente a polemizzare con Bergson, la cui filosofia era molto di moda e avrebbe influenzato una parte importante della letteratura dell’epoca (si pensi alla Recherche proustiana), opponendo al suo intuizionismo ed antintellettualismo il mondo delle Idee e delle verità atemporali che costituiscono la base del sapere. Sulla stessa base condanna il romanticismo, non tanto come specifica corrente letteraria, ma come modo di intendere il mondo e il suo rapporto con esso. È a questo periodo che appartiene L’ordinazione (1911). Si delinea in quegli anni la concezione di Benda rispetto all’intellettuale e al suo ruolo nella società: egli è il depositario della verità, una verità che deriva dalla conoscenza, e deve sempre agire disinteressatamente al suo servizio ed a servizio della giustizia e della morale. Continua a leggere “Il falso chierico prima del “Tradimento””

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Una tragedia borghese che ci racconta soprattutto i limiti dello scrittore

AmokRecensione di Amok, di Stefan Zweig

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2004

Dopo la Novella degli scacchi e Il mondo di ieri eccomi di nuovo alle prese con Stefan Zweig, ed ancora una volta ad esprimere le mie perplessità su questo autore peraltro tanto amato ancora oggi dai suoi lettori.
Amok è una novella pubblicata nel 1922, quando la popolarità di Zweig a livello internazionale stava crescendo, quando il suo mondo di ieri si era già sgretolato e alla durezza di quello di oggi, risultato dell’immane ecatombe bellica, l’autore opponeva l’ideale di una cultura europea salvifica, capace di unire i popoli e le nazioni che sino a pochi anni prima si erano scannati sui campi di battaglia.
Mi sono già dilungato, nei commenti alle precedenti opere di Zweig da me lette, sui limiti che attribuisco a questa sua posizione politica, a questo suo cosmopolitismo ingenuo e miope di origine altoborghese, che gli avrebbe impedito di capire ciò che realmente stava accadendo attorno a lui, ingenuità e miopia che a mio avviso si riflettono anche nel suo modo di scrivere, preciso e piano, uno stile moderato che si pone in netta opposizione allo sperimentalismo che caratterizzava le più alte espressioni artistiche di quella tumultuosa epoca di drammatici cambiamenti, uno stile che in fondo è pienamente funzionale al suo essere scrittore di successo. Leggendo Amok ho di fatto ritrovato tutti questi limiti della personalità letteraria di questo scrittore, tutta la sua inadeguatezza culturale.
Al fine di analizzare il contenuto della novella è necessario innanzitutto illustrare brevemente cosa sia l’Amok che le dà il titolo. Come già fatto rilevare da numerosi commenti alla novella, Amok è una sindrome culturale tipica del sud-est asiatico, caratterizzata da una improvvisa esplosione di violenza che spinge chi ne è colpito a uccidere prima i familiari e poi, correndo all’impazzata, tutti coloro che incontra sulla sua strada; la violenza può essere scatenata da una qualche perdita familiare o da insulti subiti. Per sindrome culturale si intende, secondo la relativa voce di Wikipedia, ”un quadro clinico che unisce disturbi somatici e psichici, con un significato particolare e tipico di un certo spazio culturale o gruppo etnico”. È proprio questo aspetto che ritengo particolarmente significativo rispetto all’interpretazione della novella, vale a dire il fatto che Zweig scelga come suo titolo una sindrome in grado di scatenare una violenza cieca, irrazionale e incontenibile che ha origine nella cultura stessa di un gruppo sociale. Cercherò di sviluppare questo punto più oltre.
La vicenda si svolge su una nave, l’Oceania, che da Calcutta sta tornando verso l’Europa. Il narratore racconta i fatti anni dopo che sono accaduti, trasportandoci nel 1912, quando viaggiò sulla nave. Dato che gli era stata assegnata una torrida cabina vicina alle caldaie, non riuscendo a dormire, in una calda e stellata notte tropicale passeggia per il ponte, sistemandosi a prua per godere della magica atmosfera notturna. Poco dopo si rende conto che nei pressi è seduta un’altra persona, di cui scorge solo il rosso della pipa accesa. I due si scambiano pochi convenevoli in tedesco, ma prima di lasciarsi lo sconosciuto prega il narratore di non rivelare la sua presenza, perché a causa di un lutto non vuole incontrare nessuno. Continua a leggere “Una tragedia borghese che ci racconta soprattutto i limiti dello scrittore”

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Un mondo lontano, un panorama culturale vicino

LaColpadiMiaMadreRecensione de La colpa di mia madre – L’unico viaggio della sua vita – Moskóv Selím, di Gheórgios Viziinós

Argo, Il Pianeta scritto, 2004

Gheórgios Viziinós è un autore pressoché sconosciuto nel nostro paese, sia perché appartiene ad un’area culturale, quella neoellenica, poco frequentata dalla nostra editoria, sia perché la sua produzione letteraria è stata, come vedremo, quantitativamente limitata. Va dato quindi merito all’editore Argo di Lecce, particolarmente attento alla produzione letteraria del vicino oriente, per avere raccolto nell’ormai lontano 2004 in questo piccolo ed elegante volume tre dei racconti più significativi di Viziinós. Fortunatamente il volume è ancora in catalogo, mentre solo sul mercato dell’usato può essere reperito l’unico altro racconto di Viziinós pubblicato in italiano, Chi fu l’assassino di mio fratello, edito dalla Società Editrice l’Epos nel 2000.
Viziinós è considerato uno dei fondatori della letteratura greca moderna, e viene definito Il Maupassant greco. Nato da una famiglia economicamente modesta nel 1849 nell’odierno Vize, villaggio della Tracia orientale, allora appartenente all’impero ottomano ed oggi in Turchia, ebbe una vita non facile, segnata in gioventù da tragedie familiari di cui si ritrova l’eco nei suoi racconti; dopo l’esordio letterario con un volume di poesie, nel 1875 lascia l’angusto mondo letterario ateniese e si trasferisce per tre anni, grazie alla protezione di un mecenate, a Göttingen, dove entra in contatto con i fermenti culturali europei e all’Università segue corsi di filosofia e storia, ma anche di antropologia e psicologia.
Tornato in patria, fa parte del gruppo di letterati che intende rinnovare l’asfittica cultura ellenica fondando una letteratura nazionale basata sul recupero delle tradizioni e sulla documentazione della vita nei villaggi, considerati il cuore della specificità greca: è la cosiddetta ithografia, corrente letteraria analoga per molti versi al naturalismo francese e al verismo italiano. Tra il 1883 e il 1884 pubblica su Hestia, la rivista ufficiale della nuova letteratura ellenica, cinque racconti, mentre esce in volume una raccolta di poesie. Negli anni seguenti insegna all’Università e si dedica soprattutto alla saggistica, la sua produzione narrativa limitandosi ad un altro paio di racconti. A causa di crescenti turbe mentali passerà gli ultimi quattro anni di vita in manicomio, morendo nel 1896.
Una vicenda umana complessa, quindi, per molti versi tragica, nella quale la produzione letteraria in prosa occupa una parte temporalmente limitata: sono tuttavia proprio i pochi racconti scritti da Viziinós che oggi costituiscono il suo lascito culturale più importante, anche perché, come vedremo analizzando i tre proposti in questo volume, si discostano dalla semplice rappresentazione cronachistica della realtà tipica della prosa itografica per abbracciare tematiche che, come fa giustamente notare il curatore e traduttore Gianni Schilardi, attengono al disagio di vivere, preannunciando quindi in qualche modo il ‘900. Continua a leggere “Un mondo lontano, un panorama culturale vicino”

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Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore”

LAmicoRitrovato Recensione de L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Feltrinelli, Universale economica, 2003

L’amico ritrovato è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della Trilogia del ritorno, comprendente anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre. Continua a leggere “Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore””