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Tra Parigi e Mosca: l’arte ai tempi del potere assoluto

Recensione di Vita del Signor de Molière, di Michail A. Bulgakov

Rizzoli, BUR, 2005

Alcuni anni fa, commentando la lettura de Il Tartuffo di Molière, lo definii – senza alcuna pretesa di originalità – un’opera emblematica del rapporto tra l’artista e il potere. Leggere Vita del Signor de Molière, opera poco nota ma importante di Michail A. Bulgakov edita dalla BUR con una bella prefazione di Aleksandr Ninov che offre numerosi spunti critici, ha confermato ed ampliato il mio giudizio di allora, perché non solo l’opera più nota del drammaturgo francese, ma tutta la sua vicenda artistica, e di conseguenza anche larga parte di quella umana, possono essere lette, come in effetti Bulgakov fa, come paradigmatiche dei fili, a volte sottili ed ambigui, a volte più grossolani ed espliciti, non di rado crudeli, che legano il potere politico (in ispecie – ma a mio avviso non solo – quando questo ha i tratti dell’assolutismo) alla produzione artistica.
Per Bulgakov, scrittore e uomo di teatro, il drammaturgo francese era un punto di riferimento intellettuale ed umano di primaria importanza, ed al proposito ebbe a dire: ”Io amo Molière, e lo leggo e rileggo fin dagli anni dell’infanzia. Egli ha avuto una grande influenza sulla mia formazione di scrittore. Mi ha sempre affascinato la personalità di quello che è stato il maestro di intere generazioni di drammaturghi, del commediante sulla scena e dell’uomo sfortunato, malinconico e tragico nella vita.” Questo amore per l’artista e per l’uomo è di fatto il primo sentimento che traspare dalla lettura di questa bellissima biografia, scritta da Bulgakov in tempi difficili, tra il 1932 e il 1933, pubblicata in URSS solo nel 1962 in una edizione parziale e integralmente a Kiev nel 1989, quando l’autore era morto da ormai quasi quarant’anni. La prima domanda che ci si deve a mio avviso porre è: perché la biografia di un commediografo francese del XVII secolo, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi, che avrebbe dovuto comparire nella collana popolare Vita degli uomini illustri fu soggetta a una trentennale censura totale? Per capirlo è necessario immergersi nell’atmosfera dell’URSS dei primi anni ‘30 e analizzare il modo nel quale Bulgakov redige l’opera.
Nel periodo in cui Bulgakov scrive la Vita del Signor de Molière, Stalin ha ormai assunto il pieno controllo del Partito e dello stato: liquidata l’opposizione di sinistra trotskista e lanciato il primo piano quinquennale, ha avviato la collettivizzazione dell’agricoltura e presto entrerà in rotta di collisione con l’opposizione di destra buchariniana, dando il via – dopo l’assassinio di Kirov nel 1934 – alle purghe.
Nonostante il personale apprezzamento di Stalin delle prime opere di Bulgakov, in particolare del dramma I giorni dei Turbin, nel 1929 fu vietata la pubblicazione e la rappresentazione delle sue opere, e ancora il 18 marzo del 1930 l’autore ricevette dal Glavrepertkom – la potente commissione per il controllo delle opere teatrali – il divieto di rappresentazione de La cabala dei devoti, una pièce teatrale dedicata alla potente congregazione che di fatto fu responsabile del divieto di rappresentazione del Tartuffo ai tempi di Molière. Pochi giorni dopo Bulgakov scrisse una celebre lettera direttamente a Stalin, denunciando l’impossibilità per un artista di diffondere la propria opera nell’URSS di quel tempo, e chiedendo il permesso di espatriare. Stalin telefonò personalmente allo scrittore il 18 aprile, significativamente quattro giorni dopo il suicidio di Vladimir Majakovskij, negandogli il permesso di espatrio ma offrendogli un posto di aiuto regista ed attore al MchAT, il prestigioso teatro d’arte di Mosca fondato alla fine dell’800 da Konstantin Stanislavskij. Nel biennio successivo I giorni dei Turbin e La cabala dei devoti poterono andare in scena, ma in generale all’opera di Bulgakov la critica ufficiale e la censura continuarono a guardare con sospetto.
Tra le altre opere curate da Bulgakov in questo periodo si segnala, a testimonianza del suo amore per Molière, Il folle Jourdain, sorta di mix di alcune delle commedie più note del drammaturgo francese.
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Le novelle Biedermeier del padre del fumetto

LaBibliotecadiMioZioRecensione de La biblioteca di mio zio e altre novelle ginevrine, di Rodolphe Töpffer

Rizzoli, BUR, 1954

Questo vecchio volume della BUR originale si apre con un piccolo enigma. Come si può vedere dalla immagine di copertina, l’autore è indicato come W. A. Toepffer, e lo stesso riporta la prima pagina interna. In realtà Wolfgang Adam Toepffer, pittore di genere di origine tedesca, paesaggista e caricaturista di una certa fama, è il padre dell’autore dei racconti raccolti in questo volume, che di nome fa Rudolf (o Rodolphe, alla francese), come emerge subito dalla lettura della breve prefazione al testo. Resta un mistero come i responsabili della stampa di allora (siamo nel 1954) non si siano accorti di un errore tanto evidente. L’anno seguente, comunque, pubblicando il secondo volume delle novelle dell’autore, dal titolo Le due Scheidegg ed altre novelle ginevrine, alla Rizzoli si resero probabilmente conto dell’errore commesso e attribuirono correttamente l’opera a Rodolfo Toepffer.
Oggi non è possibile trovare in libreria edizioni in italiano delle opere di Töpffer, ma queste edizioni BUR, accanto ad altre di editori minori che qualche decennio fa dedicarono una qualche attenzione all’autore ginevrino, reperibili sulle bancarelle fisiche o virtuali di libri usati, possono permettere all’appassionato di avvicinarsi alla sua opera. Egli peraltro è oggi noto, più che come scrittore vero e proprio, come uno dei precursori del fumetto, perché pubblicò, nella prima metà del XIX secolo, per lo più a fini di polemica politica, una serie di tavole costituite da disegni accompagnati da brevi testi, che vengono ritenute il primo esempio di una modalità espressiva che sarebbe poi stata sviluppata tra la fine del secolo e l’inizio del successivo, divenendo ciò che oggi tutti conosciamo nella cultura di massa.
Rodolphe Töpffer nacque a Ginevra nel 1799 e ivi morì nel 1846. Come detto era figlio di un pittore e alla pittura sembrava destinato. Una grave e cronica affezione agli occhi gli impedì tuttavia di dedicarsi a tale arte; fondò quindi e diresse per molti anni un collegio, dedicandosi anche alla scrittura ma soprattutto alla politica: di opinioni fortemente conservatrici, fu membro del parlamento cantonale e fiero avversario dei liberali guidati da James Fazy, polemizzando con lui dalle colonne del Courier de Genève. Emblematicamente, morì pochi mesi prima della rivoluzione che il 24 maggio del 1847 rovesciò il vecchio regime basato sull’alleanza tra l’aristocrazia e la grande borghesia cittadina, portando Fazy e i radicali al potere nella piccola ma economicamente potente repubblica cantonale. I primi decenni dell’800 sono anni tormentati per Ginevra, che riflettono ciò che accade nell’Europa intera: investita dalla rivoluzione francese, perde la sua indipendenza nel periodo napoleonico, per riacquistarla con la restaurazione. Anche nella Roma protestante viene reinsediato l’Ancien Régime, ripristinando le istituzioni della repubblica aristocratica che vedevano l’esclusione dai diritti politici di gran parte della popolazione. Tuttavia, come nel resto d’Europa, nella città di Calvino e di Rousseau, in cui la borghesia manifatturiera (orologi, tessuti) e finanziaria ha da tempo un ruolo economicamente dominante, il ritorno all’ordine del passato non è possibile, e così gli anni ‘30 e ‘40 dell’ottocento sono scossi da rivolte, sino alla citata rivoluzione che in qualche modo anticipa i moti che solo un anno dopo scuoteranno molti paesi europei. In questo quadro Töpffer si schiera decisamente dalla parte della conservazione, polemizzando anche con suo padre, di simpatie liberali. È tenendo presente questo contesto che dobbiamo leggere l’opera letteraria di questo autore, nella quale affiorano sia direttamente, nel caso delle sue tavole illustrate di intento satirico, sia indirettamente, come è il caso di queste novelle, le sue convinzioni politiche.
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L’appello di un intellettuale conservatore a non distruggere l’Ungheria

LaPortadellaVitaRecensione de La porta della vita, di Ferenc Herczeg

Rizzoli, BUR, 1960

Roma, 26 dicembre 1512. Una grandiosa sfilata percorre il Corso: in città entra, accompagnato da nobili, soldati e mule cariche d’oro, il patriarca d’Ungheria, Tamás Bakócz, uno degli uomini più ricchi e più potenti d’Europa. Sono gli ultimi mesi del pontificato di Giulio II della Rovere, il papa guerriero che ha ristabilito il potere temporale dello stato pontificio su buona parte dell’Italia centrale, combattendo veneziani e francesi. La sifilide da cui il papa è affetto lo sta portando rapidamente alla morte, e le prospettive sono incerte: se da una parte il sacco di Prato perpetrato dagli spagnoli appoggiati dal papato ha permesso il ritorno dei Medici a Firenze, dall’altro i francesi sono nell’Italia del Nord e minacciano la pontificia Ravenna. La città di Roma è un grande cantiere e culla delle arti in questo secondo periodo del Rinascimento: Giulio II ha affidato a Bramante la costruzione della nuova Basilica di San Pietro in Vaticano, mentre Michelangelo, ricomposti i tempestosi rapporti con il papa causati dal progetto per il suo mausoleo, sta dipingendo la Cappella Sistina e il giovane Raffaello è sempre più il beniamino della curia e dei nobili romani.
Tamás Bakócz viene a Roma con un obiettivo preciso: farsi eleggere papa al fine di poter promuovere da pontefice una lega delle potenze europee in grado di contrastare l’avanzata degli ottomani, che minacciano di entrare in Ungheria da sud.
Pochi decenni prima, nel 1456, János Hunyadi, il cavaliere bianco, ha sconfitto a Belgrado Maometto II, anche grazie all’esercito di contadini messo insieme dalle predicazioni di Giovanni da Capestrano; il re suo figlio, Mattia Corvino, aveva poi dato all’Ungheria tre decenni di prosperità, durante i quali aveva chiamato a Buda numerosi artisti italiani favorendo lo sviluppo delle arti e del gusto rinascimentale nel suo paese. Dopo la sua morte, tuttavia, il potere reale si era frantumato nelle mani di numerosi signorotti locali, e la mancanza di un forte governo centrale rendeva ora l’Ungheria debole di fronte alla rinnovata minaccia turca. Bakócz, figlio di un carradore, ha accumulato una immensa fortuna, e sa bene che la salvezza del paese dipende dalla possibilità di coinvolgere le potenze occidentali nella lotta contro l’impero ottomano, e che solo da papa potrà avere il potere politico di concretizzare tale coinvolgimento. Per farsi eleggere nel conclave che si ritiene prossimo egli però deve convincere i cardinali: in pratica deve comprarli. La sua venuta a Roma ha lo scopo di conoscere le esigenze di ogni cardinale e di soddisfarle al fine di assicurarsi i loro voti.
Il suo progetto si scontra però con la politica di Giulio e dei cardinali italiani: un papa straniero, che per di più utilizza metodi simoniaci come l’esecrato Alessandro VI Borgia, ultimo non italiano salito al soglio di Pietro, avrebbe marginalizzato l’Italia e Roma in favore della questione ungherese, destinando a tal fine le risorse necessarie alla lotta per l’egemonia dello Stato Pontificio sull’Italia e per il completamento delle grandi opere in corso a Roma; la stessa centralità della Città Eterna sarebbe stata messa in discussione. Per questo Giulio II, in quegli ultimi mesi, si oppose, al grido di fuori i barbari, alle manovre di Bakócz, emanando negli ultimi giorni di vita una bolla contro la simonia e richiamando in questo modo all’ordine i cardinali. Anche il maggior banchiere italiano dell’epoca, Agostino Chigi, grande mecenate, vedeva ovviamente come un pericolo per i propri affari lo spostamento ad est del centro gravitazionale del papato, e si adoperò per l’elezione di un papa italiano. Fu così che quando, il 21 febbraio 1513, Giulio II morì, il conclave elesse in pochi giorni al soglio pontificio il giovane Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che con il nome di Leone X avrebbe proseguito di fatto le politiche di Giulio II, facendo di lì a poco scoppiare la riforma luterana a causa della compravendita delle indulgenze necessaria per procurarsi il denaro destinato a finanziare le guerre e le grandi opere in corso a Roma. Il patriarca ungherese rientra così sconfitto nella sua terra, che viene presto effettivamente attaccata dagli ottomani, cadendo per oltre un secolo sotto il loro dominio dopo la sconfitta di Mohács (1526). Continua a leggere “L’appello di un intellettuale conservatore a non distruggere l’Ungheria”

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Storia del Prof. Bergeret, vinto-vincitore, e della Terza Repubblica

IlManichinodiViminiRecensione de Il manichino di vimini, di Anatole France

Rizzoli, BUR, 1953

La Terza Repubblica è il periodo della storia francese che va dalla sconfitta nella guerra con la Prussia, nel 1871, allo scoppio della seconda guerra mondiale, con l’occupazione nazista del 1940.
Fu un periodo lungo e contraddittorio della storia di quella nazione: nata dalla sanguinosa repressione della Comune di Parigi, la Terza Repubblica, espressione della borghesia industriale e finanziaria di un paese almeno inizialmente sconfitto e isolato che però aspirava a ritornare ad essere una potenza continentale, pose le basi della laicità dello stato francese, attuò nel tempo importanti riforme sociali e civili ma fu anche teatro di grandi scandali, finanziari e non solo, da quello che coinvolse il generale Boulanger a quello di Panama a quello più noto e più divisivo, l’affaire Dreyfus, al caso Stavinsky. Fu durante la Terza repubblica che la Francia conobbe la crescita del movimento operaio, la prima guerra mondiale, la crisi del 1929 e l’esperienza del Fronte popolare. Culturalmente, questo lungo periodo fu caratterizzato dal fiorire di correnti e tendenze espressive che, accompagnando il contraddittorio sviluppo della società europea, fecero della Francia, e di Parigi in particolare, uno dei fulcri, forse il principale, della vita intellettuale mondiale.
Uno degli intellettuali che più di altri si identificano con i primi decenni della Terza Repubblica, essendone stato negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo il cantore critico, è senza dubbio Anatole France. Nato nel 1844 e morto nel 1924, fu insignito nel 1921 del Premio Nobel. Vivente, fu uno scrittore di grande successo, civilmente molto impegnato e politicamente schierato su posizioni di socialismo umanitario; polemico nei confronti del naturalismo di Zola, non esitò a difenderlo durante l’affare Dreyfus, prendendo una decisa posizione in favore della revisione del processo all’ufficiale ingiustamente accusato di tradimento. Sicuramente un punto pesante a suo favore è a mio avviso il fatto che la Chiesa mise all’indice nel 1920 tutte le sue opere.
Oggi France è uno scrittore poco considerato, forse anche perché paga ancora il dileggio cui fu sottoposto dalle avanguardie, che lo consideravano uno dei rappresentanti per eccellenza della vecchia letteratura di stampo classico e ottocentesco (un cadavere, dirà di lui Louis Aragon). Dico subito che, al contrario, Anatole France mi è apparso un autore importante, sicuramente da riscoprire e da approfondire. Egli è infatti secondo me, per quanto ho potuto trarre da questa prima lettura, uno dei più interessanti tra gli scrittori francesi del passaggio tra l’ottocento e il novecento, lontano come detto dal positivismo tardo ottocentesco ma anche dal decadentismo più o meno elitario che rappresentava l’autre coté dell’epoca. Pur se la sua struttura narrativa è saldamente ancorata al realismo ottocentesco, Il manichino di vimini è infatti carico di quelle inquietudini ed incertezze, di quelle capacità di caratterizzare personaggi attraverso i loro tratti psicologici, di quelle contraddizioni necessarie delle menti e delle situazioni che caratterizzeranno il novecento letterario. Continua a leggere “Storia del Prof. Bergeret, vinto-vincitore, e della Terza Repubblica”

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Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti

StelloRecensione di Stello, di Alfred de Vigny

Rizzoli, BUR, 1950

Eccomi ad aver letto, ancora una volta, uno di quei fragili e minuti volumetti che componevano la Biblioteca Universale Rizzoli originale ed eccomi ad aver letto, ancora una volta, un testo non più pubblicato dalle nostre case editrici. Questa edizione di Stello risale al 1950, e non mi risulta che da allora ne sia seguita alcuna: fortunatamente, la grande disponibilità di titoli BUR sul mercato dell’usato rende facilmente reperibile il volume anche al lettore di oggi.
Il libretto che possiedo, acquistato usato anni fa presso una bancarella, reca in prima pagina la firma, curata ma illeggibile, del proprietario originale (di cui ho interpretato solo il nome, Mario) e la data d’acquisto: dicembre 1953, il tutto scritto quasi sicuramente con il pennino intinto nel calamaio. Allo stesso sconosciuto Mario apparteneva peraltro anche Il cugino Basilio, letto poco tempo fa. Se da un lato mi ha quasi commosso ripensare a questo signore e immaginare i motivi per cui i libri da lui acquistati e così minuziosamente contrassegnati siano andati a finire sulla bancarella di un bouquiniste che li ha venduti ad un prezzo stracciato, dall’altro mi sono ancora una volta chiesto per quale (im)perscrutabile motivo ciò che era consentito al signor Mario nell’Italia povera e ignorante dell’immediato dopoguerra, nella quale la letteratura entrava sicuramente in poche case – cioè trovare un libro come Stello in quella che era allora la collana editoriale più diffusa – sia negato a noi oggi.
Stello è infatti, a mio avviso, l’ennesimo libro importante ingiustamente trascurato, visto che è una sorta di manifesto romantico sulla condizione e il ruolo dell’intellettuale – termine che per la verità all’epoca (1832) non esisteva ancora, essendo nel testo usato quello di poeta. Va subito detto, che, a mio avviso, il termine romantico è estremamente vago ed inadatto a caratterizzare compiutamente quest’opera, perché il romanticismo fu un movimento (forse sarebbe meglio dire un minimo comun denominatore) che raccoglie sotto le sue ampie ali tali e tante correnti interne, sensibilità artistiche e posizioni politiche diverse che forse sarebbe meglio parlare di romanticismi: è infatti logico riscontrare significative differenze tra i romantici tedeschi e quelli francesi ed inglesi – derivanti in gran parte dalle profonde diversità dei contesti sociali in cui operavano – ma è sicuramente possibile individuare distanze culturali molto più ampie che semplici sfaccettature tra i rappresentanti del romanticismo in ciascuno di questi paesi: per quanto riguarda la Francia, si pensi ad esempio alle indubbie diversità di fondo che caratterizzano l’opera di Hugo, Gautier, Nerval e de Vigny, quest’ultimo essendo latore di una visione marcatamente aristocratica e pessimistica che non costituisce, per così dire, la cifra intellettuale degli altri autori. Continua a leggere “Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti”

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Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio”

IlCuginoBasilioRecensione de Il cugino Basilio, di José Maria de Eça de Queirós

Rizzoli, BUR, 1952

Nel nostro immaginario collettivo di lettori esiste, quando pensiamo alla letteratura del XIX secolo, una sorta di trilogia dell’adulterio, composta da tre dei capolavori assoluti di tale secolo: Madame Bovary, Anna Karenina e Effi Briest.
Sbocciati in aree culturali affatto diverse, questi tre fiori letterari hanno in comune, oltre alla tematica trattata, il fatto di essere considerati, pur con diverse sfumature, capisaldi del realismo nel loro paese.
In realtà, a questa trilogia andrebbe aggiunto sicuramente un altro romanzo, se non fosse che – almeno nel nostro paese – tale romanzo risulta oggi pressoché sconosciuto, essendo stato edito nei primi anni ‘50 praticamente in contemporanea sia da Mondadori sia da Rizzoli per poi cadere, abbastanza inspiegabilmente vista la sua importanza, nel più totale oblio. Questo romanzo, di cui consiglio sin da subito l’acquisto sul mercato dell’usato al lettore di classici, è Il cugino Basilio, del portoghese José Maria de Eça de Queirós (altrimenti noto come José Maria de Eça de Queiroz).
Giornalista, diplomatico e scrittore, Eça de Queirós nacque nel 1845 e morì di tubercolosi nel 1900. È considerato il padre e il più importante esponente della letteratura realista portoghese, una sorta di Verga lusitano. Grande viaggiatore, visse per lunghi periodi in Gran Bretagna e a Parigi, entrando in contatto con la cultura europea del tempo, soprattutto francese: ammiratore in particolare di Balzac e Flaubert, scrisse vari romanzi e racconti, in gran parte volti a criticare la grettezza, l’ipocrisia e il provincialismo della borghesia portoghese; progettò la realizzazione di una sorta di Comédie humaine lusitana, di cui però riuscì a scrivere solo due capitoli. Come vedremo la sua scrittura è un riuscito mix di distaccato naturalismo e sottile ironia, molto efficace nella caratterizzazione dei personaggi e nella minuziosa ambientazione delle storie.
Il cugino Basilio, pubblicato nel 1878, è uno dei primi romanzi dell’autore, che lo scrisse mentre era console in Inghilterra: probabilmente proprio la lontananza fisica da Lisbona e dal Portogallo contribuisce a conferire al romanzo quell’aura di distaccata oggettività che come detto costituisce a mio avviso uno dei suoi punti di forza.
Nella ideale tetralogia dell’adulterio cui ho accennato sopra, Il cugino Basilio si colloca cronologicamente al secondo posto ex-aequo, essendo di fatto contemporaneo a Anna Karenina, uscito l’anno precedente: Eça de Queirós non poteva quindi conoscere quest’opera durante la scrittura del suo romanzo, visto che – come annotato nell’ultima pagina – esso lo impegnò dal settembre 1875 al settembre 1877. Il modello cui Eça de Queirós guarda è quindi Madame Bovary, come lo stesso autore modestamente evidenzia nella lettera scritta qualche anno dopo ad un importante critico letterario portoghese che aveva recensito favorevolmente il romanzo: ”Povero me, mai non riuscirò a dare la sublime nota della realtà eterna, come nel divino Balzac, o la nota giusta della realtà transitoria, come nel grande Flaubert! Questi dèi e questi semidèi dell’arte, stanno sulle cime, mentre io, poveretto, mi muovo tra le infime erbe.” Per inciso segnalo che è a mio avviso molto interessante, in questo passo, la differenziazione che Eça de Queirós fa tra Balzac, scrittore della realtà eterna, e Flaubert, cantore della realtà transitoria, quasi a stabilire una sorta di gerarchia tra i due ovvero a delimitare, con una capacità di sintesi a mio avviso molto efficace, il diverso rapporto che i due scrittori francesi hanno avuto con il realismo, elemento che mi azzardo a definire strutturale nel primo e funzionale nel secondo. Credo che questa frase di Eça de Queirós possa aprire spazi di approfondimento della questione, che lascio comunque a chi è dotato di conoscenze e capacità di analisi superiori alle mie. Continua a leggere “Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio””

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Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo

AdolfoRecensione di Adolfo – Il quaderno Rosso – Cecilia – Amelia e Germana – Lettera intorno a Giulia, di Benjamin Constant

Rizzoli, Biblioteca Universale, 1953

Quando mi capita di trarre dalla mia biblioteca uno di questi volumi della prima BUR per leggerlo, cerco di trattarlo con molta delicatezza, essendo cosciente di avere tra le mani un oggetto prezioso. Prezioso perché, trattandosi di volumi editi moltissimi anni fa e comprati sul mercato dell’usato, il loro stato di rilegatura è in genere precario. Prezioso perché il loro contenuto è a volte ormai introvabile in libreria. Prezioso infine perché questi piccoli libri, con la loro copertina beige chiaro ed i titoli in nero che spiccano nell’elegante carattere Bodoni, sono testimoni di un’epoca ormai antica in cui si riteneva, oh somma ingenuità, che un libro si potesse vendere per ciò che conteneva, e non per il chiassoso cromatismo della sua copertina.
Questo volume edito nel 1953 ci propone uno dei classici della letteratura del periodo protoromantico, Adolphe di Benjamin Constant, accompagnato da quattro altri testi di carattere autobiografico dello stesso autore, alcuni dei quali per l’appunto non più reperibili oggi.
Constant fu uno degli intellettuali più importanti dell’epoca che va dalla rivoluzione francese alla restaurazione passando attraverso il convulso periodo napoleonico. Nato a Losanna nel 1767, la madre morì di parto ed il padre, capitano al servizio degli olandesi, lo affidò a vari precettori, in genere inetti, prima di fargli frequentare l’università in Germania. Ragazzo dotato di grande spirito ed acume, idolo dei salotti, passò la giovinezza dedicandosi alle donne e al gioco, essendo spesso salvato dal padre dopo aver perso somme enormi. Tra le numerose donne importanti della sua vita spicca Germaine de Staël, con la quale ebbe un rapporto quindicennale, tormentato a causa dell’autoritarismo sentimentale di lei che soggiogava il caratterialmente debole Benjamin, ma intellettualmente assai fecondo: i due formarono una formidabile coppia intellettuale, capace di essere uno dei principali fulcri del dibattito culturale e politico dell’epoca.
Repubblicano e liberale, intransigente difensore della libertà individuale e nemico di ogni assolutismo, fu dal 1799 membro del tribunato, opponendosi strenuamente a Napoleone e subendo per questo l’esilio in Svizzera insieme a Madame de Staël. Rientrato in Francia, riprese l’attività politica opponendosi alla restaurazione, e nel 1830, poco prima di morire, sostenne la rivoluzione di luglio. Durante le sue esequie solenni, nel dicembre di quello stesso anno, il carro funebre fu trainato dagli studenti della Sorbona, che vedevano in lui un maestro.
Le sue opere sono prevalentemente di carattere politico o storico: scrisse tra l’altro una monumentale storia critica della religione in cinque tomi, oggi pressoché dimenticata. Dopo la sua morte, anche in pieno XX secolo furono pubblicati lettere, diari e testi autobiografici provenienti dalla sua disordinata e frammentaria produzione. Adolphe, scritto di getto nel 1806 e pubblicato dieci anni dopo, è la sua unica opera di narrativa, un breve romanzo cui oggi si deve gran parte della fama dell’autore. Continua a leggere “Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo”

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Movimenti a volte determinati da cause note

LeNovelleTozzi.jpgRecensione de Le novelle, di Federigo Tozzi

Rizzoli, BUR, 2003

Risale a quasi un anno fa il mio ingresso nel mondo delle novelle di Federigo Tozzi: allora l’occasione è stata data dalla lettura di Giovani e altre novelle, volume nel quale erano essenzialmente raccolte le ventuno novelle pubblicate in volume da Tozzi poco prima della morte, nel 1920, sotto il titolo di Giovani, ed una decina di altre novelle prese a campione, come esempio dell’evoluzione stilistica e poetica di Tozzi nei dodici anni che vanno dalle prime prove letterarie alla morte.
Grazie a questo libro in due volumi edito nel 2003, anch’esso da Rizzoli, purtroppo come il primo oggi fuori catalogo, ho potuto completare questo viaggio, a mio avviso fondamentale per la conoscenza della letteratura italiana ed europea del primo ‘900.
L’edizione Rizzoli riprende di fatto quella storica, edita da Vallecchi nel 1963, nella quale il figlio di Tozzi, Glauco, raccolse tutte le novelle, edite ed inedite, scritte dal padre, compresi alcuni frammenti. Questa prima edizione fu riproposta dallo stesso editore nel 1988, ulteriormente revisionata da Glauco Tozzi e corredata da un saggio introduttivo di Luigi Baldacci intitolato Movimenti determinati da cause ignote, che si ritrova anche in questa edizione Rizzoli. Si tratta di un ponderoso corpus di ben 121 novelle, composte tra il 1908 e il 1920, riportate nel presumibile ordine cronologico di composizione e raggruppate in sette sezioni, corrispondenti alle varie fasi della vita dello scrittore. Di queste ben quarantadue erano ancora inedite nel 1963. Come noto, vivente Tozzi la sola raccolta di sue novelle pubblicata in volume fu Giovani (1920), mentre quattordici novelle apparvero subito dopo la sua morte sotto il titolo Amori, ma di queste solo quattro erano state selezionate dall’autore. Numerose altre novelle erano apparse singolarmente su riviste negli anni ‘10, ed altre, in volumi o singolarmente, usciranno più tardi, dopo la morte dell’autore.
Da un punto di vista prettamente stilistico la raccolta delle novelle in ordine cronologico ci permette di seguire analiticamente l’evoluzione della scrittura di Tozzi, che prende avvio da una prosa scolastica e carica di accenti decadenti, di chiara matrice dannunziana (autore che Tozzi ammirava molto) per approdare gradatamente, per passi successivi, a quella che sarà la cifra stilistica della sua maturità artistica, caratterizzata da un andamento paratattico, con periodi scomposti in brevi frasi separate dal punto e virgola (vero e proprio marchio di fabbrica della scrittura tozziana). Dal punto di vista del contenuto dei racconti, invece, Tozzi è subito sé stesso, con la notevole eccezione della prima novella, Assunta, del 1908, tragedia rusticana di ambiente contadino cui si può sicuramente attribuire una matrice verista, anche se a ben guardare già qui sono presenti alcuni dei temi fondanti la narrativa tozziana: la crudeltà dei rapporti umani, l’irrazionalità e l’inesplicabilità dei sentimenti. Continua a leggere “Movimenti a volte determinati da cause note”