Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Narrativa, Recensioni, Romanticismo

Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti

StelloRecensione di Stello, di Alfred de Vigny

Rizzoli, BUR, 1950

Eccomi ad aver letto, ancora una volta, uno di quei fragili e minuti volumetti che componevano la Biblioteca Universale Rizzoli originale ed eccomi ad aver letto, ancora una volta, un testo non più pubblicato dalle nostre case editrici. Questa edizione di Stello risale al 1950, e non mi risulta che da allora ne sia seguita alcuna: fortunatamente, la grande disponibilità di titoli BUR sul mercato dell’usato rende facilmente reperibile il volume anche al lettore di oggi.
Il libretto che possiedo, acquistato usato anni fa presso una bancarella, reca in prima pagina la firma, curata ma illeggibile, del proprietario originale (di cui ho interpretato solo il nome, Mario) e la data d’acquisto: dicembre 1953, il tutto scritto quasi sicuramente con il pennino intinto nel calamaio. Allo stesso sconosciuto Mario apparteneva peraltro anche Il cugino Basilio, letto poco tempo fa. Se da un lato mi ha quasi commosso ripensare a questo signore e immaginare i motivi per cui i libri da lui acquistati e così minuziosamente contrassegnati siano andati a finire sulla bancarella di un bouquiniste che li ha venduti ad un prezzo stracciato, dall’altro mi sono ancora una volta chiesto per quale (im)perscrutabile motivo ciò che era consentito al signor Mario nell’Italia povera e ignorante dell’immediato dopoguerra, nella quale la letteratura entrava sicuramente in poche case – cioè trovare un libro come Stello in quella che era allora la collana editoriale più diffusa – sia negato a noi oggi.
Stello è infatti, a mio avviso, l’ennesimo libro importante ingiustamente trascurato, visto che è una sorta di manifesto romantico sulla condizione e il ruolo dell’intellettuale – termine che per la verità all’epoca (1832) non esisteva ancora, essendo nel testo usato quello di poeta. Va subito detto, che, a mio avviso, il termine romantico è estremamente vago ed inadatto a caratterizzare compiutamente quest’opera, perché il romanticismo fu un movimento (forse sarebbe meglio dire un minimo comun denominatore) che raccoglie sotto le sue ampie ali tali e tante correnti interne, sensibilità artistiche e posizioni politiche diverse che forse sarebbe meglio parlare di romanticismi: è infatti logico riscontrare significative differenze tra i romantici tedeschi e quelli francesi ed inglesi – derivanti in gran parte dalle profonde diversità dei contesti sociali in cui operavano – ma è sicuramente possibile individuare distanze culturali molto più ampie che semplici sfaccettature tra i rappresentanti del romanticismo in ciascuno di questi paesi: per quanto riguarda la Francia, si pensi ad esempio alle indubbie diversità di fondo che caratterizzano l’opera di Hugo, Gautier, Nerval e de Vigny, quest’ultimo essendo latore di una visione marcatamente aristocratica e pessimistica che non costituisce, per così dire, la cifra intellettuale degli altri autori. Continua a leggere “Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti”

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Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio”

IlCuginoBasilioRecensione de Il cugino Basilio, di José Maria de Eça de Queirós

Rizzoli, BUR, 1952

Nel nostro immaginario collettivo di lettori esiste, quando pensiamo alla letteratura del XIX secolo, una sorta di trilogia dell’adulterio, composta da tre dei capolavori assoluti di tale secolo: Madame Bovary, Anna Karenina e Effi Briest.
Sbocciati in aree culturali affatto diverse, questi tre fiori letterari hanno in comune, oltre alla tematica trattata, il fatto di essere considerati, pur con diverse sfumature, capisaldi del realismo nel loro paese.
In realtà, a questa trilogia andrebbe aggiunto sicuramente un altro romanzo, se non fosse che – almeno nel nostro paese – tale romanzo risulta oggi pressoché sconosciuto, essendo stato edito nei primi anni ‘50 praticamente in contemporanea sia da Mondadori sia da Rizzoli per poi cadere, abbastanza inspiegabilmente vista la sua importanza, nel più totale oblio. Questo romanzo, di cui consiglio sin da subito l’acquisto sul mercato dell’usato al lettore di classici, è Il cugino Basilio, del portoghese José Maria de Eça de Queirós (altrimenti noto come José Maria de Eça de Queiroz).
Giornalista, diplomatico e scrittore, Eça de Queirós nacque nel 1845 e morì di tubercolosi nel 1900. È considerato il padre e il più importante esponente della letteratura realista portoghese, una sorta di Verga lusitano. Grande viaggiatore, visse per lunghi periodi in Gran Bretagna e a Parigi, entrando in contatto con la cultura europea del tempo, soprattutto francese: ammiratore in particolare di Balzac e Flaubert, scrisse vari romanzi e racconti, in gran parte volti a criticare la grettezza, l’ipocrisia e il provincialismo della borghesia portoghese; progettò la realizzazione di una sorta di Comédie humaine lusitana, di cui però riuscì a scrivere solo due capitoli. Come vedremo la sua scrittura è un riuscito mix di distaccato naturalismo e sottile ironia, molto efficace nella caratterizzazione dei personaggi e nella minuziosa ambientazione delle storie.
Il cugino Basilio, pubblicato nel 1878, è uno dei primi romanzi dell’autore, che lo scrisse mentre era console in Inghilterra: probabilmente proprio la lontananza fisica da Lisbona e dal Portogallo contribuisce a conferire al romanzo quell’aura di distaccata oggettività che come detto costituisce a mio avviso uno dei suoi punti di forza.
Nella ideale tetralogia dell’adulterio cui ho accennato sopra, Il cugino Basilio si colloca cronologicamente al secondo posto ex-aequo, essendo di fatto contemporaneo a Anna Karenina, uscito l’anno precedente: Eça de Queirós non poteva quindi conoscere quest’opera durante la scrittura del suo romanzo, visto che – come annotato nell’ultima pagina – esso lo impegnò dal settembre 1875 al settembre 1877. Il modello cui Eça de Queirós guarda è quindi Madame Bovary, come lo stesso autore modestamente evidenzia nella lettera scritta qualche anno dopo ad un importante critico letterario portoghese che aveva recensito favorevolmente il romanzo: ”Povero me, mai non riuscirò a dare la sublime nota della realtà eterna, come nel divino Balzac, o la nota giusta della realtà transitoria, come nel grande Flaubert! Questi dèi e questi semidèi dell’arte, stanno sulle cime, mentre io, poveretto, mi muovo tra le infime erbe.” Per inciso segnalo che è a mio avviso molto interessante, in questo passo, la differenziazione che Eça de Queirós fa tra Balzac, scrittore della realtà eterna, e Flaubert, cantore della realtà transitoria, quasi a stabilire una sorta di gerarchia tra i due ovvero a delimitare, con una capacità di sintesi a mio avviso molto efficace, il diverso rapporto che i due scrittori francesi hanno avuto con il realismo, elemento che mi azzardo a definire strutturale nel primo e funzionale nel secondo. Credo che questa frase di Eça de Queirós possa aprire spazi di approfondimento della questione, che lascio comunque a chi è dotato di conoscenze e capacità di analisi superiori alle mie. Continua a leggere “Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio””

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Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo

AdolfoRecensione di Adolfo – Il quaderno Rosso – Cecilia – Amelia e Germana – Lettera intorno a Giulia, di Benjamin Constant

Rizzoli, Biblioteca Universale, 1953

Quando mi capita di trarre dalla mia biblioteca uno di questi volumi della prima BUR per leggerlo, cerco di trattarlo con molta delicatezza, essendo cosciente di avere tra le mani un oggetto prezioso. Prezioso perché, trattandosi di volumi editi moltissimi anni fa e comprati sul mercato dell’usato, il loro stato di rilegatura è in genere precario. Prezioso perché il loro contenuto è a volte ormai introvabile in libreria. Prezioso infine perché questi piccoli libri, con la loro copertina beige chiaro ed i titoli in nero che spiccano nell’elegante carattere Bodoni, sono testimoni di un’epoca ormai antica in cui si riteneva, oh somma ingenuità, che un libro si potesse vendere per ciò che conteneva, e non per il chiassoso cromatismo della sua copertina.
Questo volume edito nel 1953 ci propone uno dei classici della letteratura del periodo protoromantico, Adolphe di Benjamin Constant, accompagnato da quattro altri testi di carattere autobiografico dello stesso autore, alcuni dei quali per l’appunto non più reperibili oggi.
Constant fu uno degli intellettuali più importanti dell’epoca che va dalla rivoluzione francese alla restaurazione passando attraverso il convulso periodo napoleonico. Nato a Losanna nel 1767, la madre morì di parto ed il padre, capitano al servizio degli olandesi, lo affidò a vari precettori, in genere inetti, prima di fargli frequentare l’università in Germania. Ragazzo dotato di grande spirito ed acume, idolo dei salotti, passò la giovinezza dedicandosi alle donne e al gioco, essendo spesso salvato dal padre dopo aver perso somme enormi. Tra le numerose donne importanti della sua vita spicca Germaine de Staël, con la quale ebbe un rapporto quindicennale, tormentato a causa dell’autoritarismo sentimentale di lei che soggiogava il caratterialmente debole Benjamin, ma intellettualmente assai fecondo: i due formarono una formidabile coppia intellettuale, capace di essere uno dei principali fulcri del dibattito culturale e politico dell’epoca.
Repubblicano e liberale, intransigente difensore della libertà individuale e nemico di ogni assolutismo, fu dal 1799 membro del tribunato, opponendosi strenuamente a Napoleone e subendo per questo l’esilio in Svizzera insieme a Madame de Staël. Rientrato in Francia, riprese l’attività politica opponendosi alla restaurazione, e nel 1830, poco prima di morire, sostenne la rivoluzione di luglio. Durante le sue esequie solenni, nel dicembre di quello stesso anno, il carro funebre fu trainato dagli studenti della Sorbona, che vedevano in lui un maestro.
Le sue opere sono prevalentemente di carattere politico o storico: scrisse tra l’altro una monumentale storia critica della religione in cinque tomi, oggi pressoché dimenticata. Dopo la sua morte, anche in pieno XX secolo furono pubblicati lettere, diari e testi autobiografici provenienti dalla sua disordinata e frammentaria produzione. Adolphe, scritto di getto nel 1806 e pubblicato dieci anni dopo, è la sua unica opera di narrativa, un breve romanzo cui oggi si deve gran parte della fama dell’autore. Continua a leggere “Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo”

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Movimenti a volte determinati da cause note

LeNovelleTozzi.jpgRecensione de Le novelle, di Federigo Tozzi

Rizzoli, BUR, 2003

Risale a quasi un anno fa il mio ingresso nel mondo delle novelle di Federigo Tozzi: allora l’occasione è stata data dalla lettura di Giovani e altre novelle, volume nel quale erano essenzialmente raccolte le ventuno novelle pubblicate in volume da Tozzi poco prima della morte, nel 1920, sotto il titolo di Giovani, ed una decina di altre novelle prese a campione, come esempio dell’evoluzione stilistica e poetica di Tozzi nei dodici anni che vanno dalle prime prove letterarie alla morte.
Grazie a questo libro in due volumi edito nel 2003, anch’esso da Rizzoli, purtroppo come il primo oggi fuori catalogo, ho potuto completare questo viaggio, a mio avviso fondamentale per la conoscenza della letteratura italiana ed europea del primo ‘900.
L’edizione Rizzoli riprende di fatto quella storica, edita da Vallecchi nel 1963, nella quale il figlio di Tozzi, Glauco, raccolse tutte le novelle, edite ed inedite, scritte dal padre, compresi alcuni frammenti. Questa prima edizione fu riproposta dallo stesso editore nel 1988, ulteriormente revisionata da Glauco Tozzi e corredata da un saggio introduttivo di Luigi Baldacci intitolato Movimenti determinati da cause ignote, che si ritrova anche in questa edizione Rizzoli. Si tratta di un ponderoso corpus di ben 121 novelle, composte tra il 1908 e il 1920, riportate nel presumibile ordine cronologico di composizione e raggruppate in sette sezioni, corrispondenti alle varie fasi della vita dello scrittore. Di queste ben quarantadue erano ancora inedite nel 1963. Come noto, vivente Tozzi la sola raccolta di sue novelle pubblicata in volume fu Giovani (1920), mentre quattordici novelle apparvero subito dopo la sua morte sotto il titolo Amori, ma di queste solo quattro erano state selezionate dall’autore. Numerose altre novelle erano apparse singolarmente su riviste negli anni ‘10, ed altre, in volumi o singolarmente, usciranno più tardi, dopo la morte dell’autore.
Da un punto di vista prettamente stilistico la raccolta delle novelle in ordine cronologico ci permette di seguire analiticamente l’evoluzione della scrittura di Tozzi, che prende avvio da una prosa scolastica e carica di accenti decadenti, di chiara matrice dannunziana (autore che Tozzi ammirava molto) per approdare gradatamente, per passi successivi, a quella che sarà la cifra stilistica della sua maturità artistica, caratterizzata da un andamento paratattico, con periodi scomposti in brevi frasi separate dal punto e virgola (vero e proprio marchio di fabbrica della scrittura tozziana). Dal punto di vista del contenuto dei racconti, invece, Tozzi è subito sé stesso, con la notevole eccezione della prima novella, Assunta, del 1908, tragedia rusticana di ambiente contadino cui si può sicuramente attribuire una matrice verista, anche se a ben guardare già qui sono presenti alcuni dei temi fondanti la narrativa tozziana: la crudeltà dei rapporti umani, l’irrazionalità e l’inesplicabilità dei sentimenti. Continua a leggere “Movimenti a volte determinati da cause note”

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Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario

LoroeIoRecensione di Loro e io, di Jerome Klapka Jerome

Rizzoli, SuperBUR classici, 2002

Vi sono scrittori che si identificano in un solo libro. È forse il caso di Jerome Klapka Jerome, che fu giornalista e autore di numerosi romanzi, per lo più umoristici, ma che vede la sua fama indissolubilmente legata al più famoso tra questi, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), che ancora oggi è considerato un classico dell’umorismo di tutti i tempi.
Per la verità anche altre opere dell’autore inglese sono edite ai nostri giorni, ma è indubbio che l’ingombrante capolavoro costituisca di gran lunga il medium attraverso il quale il grande pubblico si accosta a Jerome, anche perché il resto della sua produzione letteraria non raggiunge, a detta della critica, le vette umoristiche toccate nel suo piccolo capolavoro.
Tra le opere minori di Jerome una certa attenzione editoriale, anche nel nostro Paese, è stata dedicata a Loro e io, romanzo del 1909, scritto quindi vent’anni dopo Tre uomini in barca, quando l’autore, cinquantenne, si era ormai affermato proprio a causa del clamoroso successo anche internazionale di tale romanzo, cui per la verità non ne era seguìto di analogo per le sue opere successive.
Come spesso accade nelle opere di Jerome, Loro e io è scritto in prima persona. Il narratore è scopertamente l’autore stesso: si tratta infatti di uno scrittore umoristico cinquantenne, sposato con Ethelbertha e padre di tre rampolli, che acquista una casa in campagna. Il rapporto tra il padre e i figli, i cambiamenti nella vita della famiglia che questo trasloco comporta, il nuovo ambiente e le nuove conoscenze, i piccoli inconvenienti derivanti dal doversi adattare alla nuova realtà sono altrettanti spunti umoristici che Jerome sviluppa con il consueto garbo e con una prosa che, anziché indurre al riso a volte sfrenato come accade in Tre uomini in barca, qui porta il lettore tuttalpiù verso il sorriso.
Il padre narratore e i tre figli sono i protagonisti assoluti attorno a cui ruota tutto il romanzo, come si può dedurre anche dal suo titolo. Il maggiore è Dick, ventunenne che studia svogliatamente a Cambridge. Di poco più giovane di lui è Robina, avviata ad un futuro di moglie messo però in dubbio dalla sua personalità in qualche modo irrequieta e ribelle. Infine c’è Veronica, di nove anni, che vive come un sopruso il suo stato infantile e la cui logica ingenua ma ferrea è in grado di mandare in crisi le convenzioni cui è sottoposta per il suo essere la più piccola della famiglia. Continua a leggere “Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario”

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L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche

LaMoglieIngenuaeilMaritoMalatoRecensione di La moglie ingenua e il marito malato, di Achille Campanile

Rizzoli, BUR, 2003

A detta dei critici, La moglie ingenua e il marito malato, romanzo del 1941, non è da considerarsi una tra le opere maggiori di Achille Campanile; tuttavia dalla sua lettura si possono trarre utili indicazioni sul peculiare modo di scrivere e di essere umorista di questo autore, sicuramente eccentrico rispetto al panorama del novecento letterario italiano.
Uno dei grandi spunti che Campanile utilizza nel corso di tutta la sua opera per costruire il suo umorismo è dato dalle ambiguità del linguaggio, dal diverso significato che le parole assumono a seconda del contesto fattuale in cui le utilizziamo oppure intrinsecamente, in quanto portatrici di diverse tipologie di significato (significato letterale, metaforico, significati multipli dello stesso termine etc.) La confusione che si può generare quando persone diverse attribuiscono – parlando tra di loro – allo stesso termine significati diversi genera situazioni paradossali. Celeberrimo, e irresistibile, a questo proposito è l’episodio dell’acqua minerale, nel quale il diverso uso dei termini naturale e legittimo genera la più totale anarchia comunicativa.
Nel caso de La moglie ingenua e il marito malato lo spunto di partenza per la costruzione dell’intero romanzo è proprio di questo tipo: la locuzione avere le corna è universalmente (almeno nel nostro Paese) utilizzata per indicare metaforicamente chi è oggetto di tradimento da parte del partner. Se però a qualcuno spuntassero realmente un paio di corna in testa, che equivoci genererebbe dire di lui che ha le corna? Attorno a questo apparentemente esile spunto Campanile è in grado di costruire una sarabanda di equivoci e situazioni paradossali che sostanzialmente tengono, da un punto di vista narrativo, per l’intera durata del romanzo.
In molte altre delle sue opere narrative la trama è talmente esile da essere di fatto solo un pretesto per raccontare storie parallele e digressioni, per far interagire direttamente lo scrittore con il lettore, per permettergli di dipanare i suoi strepitosi calembour: tanto disarticolata, frammentata è la trama, che alcuni commentatori hanno parlato, per l’opera narrativa di Campanile, di antiromanzo. Anche se, ovviamente, alcuni dei tópoi della scrittura di Campanile sono presenti anche ne La moglie ingenua e il marito malato, in questo caso ciò che caratterizza il romanzo è la coerenza della trama, che assume ad un certo punto persino i contorni di uno sgangherato giallo. Continua a leggere “L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche”

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Narrando perché incapace di spiegare, Tozzi ci spiega un’epoca

GiovanieAltreNovelleRecensione di Giovani e altre novelle, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1994

La produzione letteraria di Federigo Tozzi è composta da alcuni, splendidi romanzi ma anche e soprattutto da circa 120 novelle, scritte tra il 1908 e l’anno della morte, il 1920. Questo ottimo volume de I classici della BUR, edito nel 1994 ed oggi purtroppo non più disponibile, ha il grandissimo pregio di presentarci le ventuno brevi novelle che costituiscono l’unica raccolta curata dall’autore poco prima della morte, riunite sotto il titolo Giovani, ed una selezione di altre undici novelle ordinate cronologicamente e scelte dal prestigioso curatore, Romano Luperini, al fine di fornirci un’idea dell’evoluzione stilistica dell’autore. Al contrario di queste ultime, le novelle che compongono Giovani non sono in ordine cronologico ma in quello che l’autore diede loro riunendole in volume: furono comunque tutte composte negli ultimi anni di vita di Tozzi, e costituiscono anche da questo punto di vista, come vedremo, un corpus narrativo estremamente unitario.
Circa un decennio dopo l’edizione di questo libro la stessa BUR pubblicò tutte le novelle di Tozzi, ordinandole però in senso rigorosamente cronologico, con la conseguenza di perdere l’unitarietà di quelle che costituiscono Giovani. Anche tale volume comunque oggi non è più reperibile in libreria, e per poter leggere l’insieme delle novelle di Tozzi ci si deve rivolgere al ponderoso volume dei Meridiani Mondadori che ne raccoglie l’opera omnia, il quale però allo svantaggio del prezzo elevato unisce quello della scarsissima maneggevolezza che caratterizza questa pur prestigiosa collana, a mio avviso più adatta ad essere una sorta di soprammobile librario che un vero e proprio strumento di lettura.
Fortunatamente le novelle di Giovani sono oggi disponibili in un’altra edizione, e in libreria possono essere reperiti alcuni volumi contenenti selezioni di novelle tozziane.
Vista la citata peculiarità che la raccolta Giovani presenta nella produzione novellistica di Federigo Tozzi, credo sia giusto trattare separatamente i racconti che la compongono.
Giovani uscì nel 1920, pochi mesi dopo la morte dell’autore, e come detto raccoglie ventuno novelle, scelte ed ordinate da Tozzi, il quale diede anche il titolo alla raccolta. Continua a leggere “Narrando perché incapace di spiegare, Tozzi ci spiega un’epoca”

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Quanto dista Siena da Praga?

ilpodereRecensione de Il podere, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1990

Recentemente, recensendo il romanzo che viene considerato il capolavoro di Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, avevo asserito, sia sulla base di riscontri critici che su quella della lettura diretta de Il podere, successivo romanzo dell’autore in termini di redazione (anche se pubblicato – postumo – dopo Tre croci), che si poteva parlare di un progressivo riavvicinamento di Tozzi ad una narrativa di tipo verista, dando a questa asserzione quasi il senso di una involuzione rispetto alla splendida anomalia rappresentata da Con gli occhi chiusi nel contesto culturale dell’Italia di inizio novecento.
Ora, dopo la recente rilettura de Il podere, mi sento di riproporre quel giudizio solo in parte.
Certo, è indubbio che Il podere sia un romanzo che può trarre in inganno più facilmente il lettore, che è quasi naturalmente portato a vedere – ad una lettura superficiale – nel protagonista Remigio Selmi uno stretto parente dei vinti di verghiana memoria; è anche indubbio che l’ambientazione nel mondo periferico della campagna che circonda la città di Siena, la notevole dose di realismo con cui Tozzi in questo romanzo ci fa vivere Continua a leggere “Quanto dista Siena da Praga?”

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Spiazzante ed anomalo: un piccolo capolavoro nell’Italietta del primo novecento

congliocchichiusiRecensione di Con gli occhi chiusi, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1992

Da un punto di vista culturale e letterario, esattamente come da un punto di vista sociale ed economico, l’Italia del primo novecento, l’Italietta giolittiana che si avvia verso la prima guerra mondiale e il fascismo è un paese sostanzialmente arretrato rispetto ai sommovimenti che scuotono il panorama culturale dell’Europa centro-settentrionale.
Mentre nelle maggiori aree culturali europee si affacciano i grandi scrittori che rivoluzioneranno per sempre il modo di fare letteratura, sull’onda della fine del mito positivista, della presa di coscienza della crisi della società borghese e delle scoperte dovute alla psicanalisi, l’Italia esprime correnti letterarie che importano con un cronico ritardo fermenti altrove già assopiti e superati. E’ il caso del verismo di Verga, Capuana e De Roberto, che costituirà il punto di riferimento culturale in Italia anche all’inizio del nuovo secolo, derivato in buona parte dalla scapigliatura milanese, in cui si può ritrovare, a scoppio ritardato di quasi un ventennio, il percorso letterario che in Francia portò dal decadentismo tardoromantico al naturalismo. Continua a leggere “Spiazzante ed anomalo: un piccolo capolavoro nell’Italietta del primo novecento”