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Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario

LoroeIoRecensione di Loro e io, di Jerome Klapka Jerome

Rizzoli, SuperBUR classici, 2002

Vi sono scrittori che si identificano in un solo libro. È forse il caso di Jerome Klapka Jerome, che fu giornalista e autore di numerosi romanzi, per lo più umoristici, ma che vede la sua fama indissolubilmente legata al più famoso tra questi, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), che ancora oggi è considerato un classico dell’umorismo di tutti i tempi.
Per la verità anche altre opere dell’autore inglese sono edite ai nostri giorni, ma è indubbio che l’ingombrante capolavoro costituisca di gran lunga il medium attraverso il quale il grande pubblico si accosta a Jerome, anche perché il resto della sua produzione letteraria non raggiunge, a detta della critica, le vette umoristiche toccate nel suo piccolo capolavoro.
Tra le opere minori di Jerome una certa attenzione editoriale, anche nel nostro Paese, è stata dedicata a Loro e io, romanzo del 1909, scritto quindi vent’anni dopo Tre uomini in barca, quando l’autore, cinquantenne, si era ormai affermato proprio a causa del clamoroso successo anche internazionale di tale romanzo, cui per la verità non ne era seguìto di analogo per le sue opere successive.
Come spesso accade nelle opere di Jerome, Loro e io è scritto in prima persona. Il narratore è scopertamente l’autore stesso: si tratta infatti di uno scrittore umoristico cinquantenne, sposato con Ethelbertha e padre di tre rampolli, che acquista una casa in campagna. Il rapporto tra il padre e i figli, i cambiamenti nella vita della famiglia che questo trasloco comporta, il nuovo ambiente e le nuove conoscenze, i piccoli inconvenienti derivanti dal doversi adattare alla nuova realtà sono altrettanti spunti umoristici che Jerome sviluppa con il consueto garbo e con una prosa che, anziché indurre al riso a volte sfrenato come accade in Tre uomini in barca, qui porta il lettore tuttalpiù verso il sorriso.
Il padre narratore e i tre figli sono i protagonisti assoluti attorno a cui ruota tutto il romanzo, come si può dedurre anche dal suo titolo. Il maggiore è Dick, ventunenne che studia svogliatamente a Cambridge. Di poco più giovane di lui è Robina, avviata ad un futuro di moglie messo però in dubbio dalla sua personalità in qualche modo irrequieta e ribelle. Infine c’è Veronica, di nove anni, che vive come un sopruso il suo stato infantile e la cui logica ingenua ma ferrea è in grado di mandare in crisi le convenzioni cui è sottoposta per il suo essere la più piccola della famiglia. Continua a leggere “Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario”

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L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche

LaMoglieIngenuaeilMaritoMalatoRecensione di La moglie ingenua e il marito malato, di Achille Campanile

Rizzoli, BUR, 2003

A detta dei critici, La moglie ingenua e il marito malato, romanzo del 1941, non è da considerarsi una tra le opere maggiori di Achille Campanile; tuttavia dalla sua lettura si possono trarre utili indicazioni sul peculiare modo di scrivere e di essere umorista di questo autore, sicuramente eccentrico rispetto al panorama del novecento letterario italiano.
Uno dei grandi spunti che Campanile utilizza nel corso di tutta la sua opera per costruire il suo umorismo è dato dalle ambiguità del linguaggio, dal diverso significato che le parole assumono a seconda del contesto fattuale in cui le utilizziamo oppure intrinsecamente, in quanto portatrici di diverse tipologie di significato (significato letterale, metaforico, significati multipli dello stesso termine etc.). La confusione che si può generare quando persone diverse attribuiscono – parlando tra di loro – allo stesso termine significati diversi genera situazioni paradossali. Celeberrimo, e irresistibile, a questo proposito è l’episodio dell’acqua minerale, nel quale il diverso uso dei termini naturale e legittimo genera la più totale anarchia comunicativa.
Nel caso de La moglie ingenua e il marito malato lo spunto di partenza per la costruzione dell’intero romanzo è proprio di questo tipo: la locuzione avere le corna è universalmente (almeno nel nostro Paese) utilizzata per indicare metaforicamente chi è oggetto di tradimento da parte del partner. Se però a qualcuno spuntassero realmente un paio di corna in testa, che equivoci genererebbe dire di lui che ha le corna? Attorno a questo apparentemente esile spunto Campanile è in grado di costruire una sarabanda di equivoci e situazioni paradossali che sostanzialmente tengono, da un punto di vista narrativo, per l’intera durata del romanzo.
In molte altre delle sue opere narrative la trama è talmente esile da essere di fatto solo un pretesto per raccontare storie parallele e digressioni, per far interagire direttamente lo scrittore con il lettore, per permettergli di dipanare i suoi strepitosi calembour: tanto disarticolata, frammentata è la trama, che alcuni commentatori hanno parlato, per l’opera narrativa di Campanile, di antiromanzo. Anche se, ovviamente, alcuni dei tópoi della scrittura di Campanile sono presenti anche ne La moglie ingenua e il marito malato, in questo caso ciò che caratterizza il romanzo è la coerenza della trama, che assume ad un certo punto persino i contorni di uno sgangherato giallo. Continua a leggere “L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche”

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Narrando perché incapace di spiegare, Tozzi ci spiega un’epoca

GiovanieAltreNovelleRecensione di Giovani e altre novelle, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1994

La produzione letteraria di Federigo Tozzi è composta da alcuni, splendidi romanzi ma anche e soprattutto da circa 120 novelle, scritte tra il 1908 e l’anno della morte, il 1920. Questo ottimo volume de I classici della BUR, edito nel 1994 ed oggi purtroppo non più disponibile, ha il grandissimo pregio di presentarci le ventuno brevi novelle che costituiscono l’unica raccolta curata dall’autore poco prima della morte, riunite sotto il titolo Giovani, ed una selezione di altre undici novelle ordinate cronologicamente e scelte dal prestigioso curatore, Romano Luperini, al fine di fornirci un’idea dell’evoluzione stilistica dell’autore. Al contrario di queste ultime, le novelle che compongono Giovani non sono in ordine cronologico ma in quello che l’autore diede loro riunendole in volume: furono comunque tutte composte negli ultimi anni di vita di Tozzi, e costituiscono anche da questo punto di vista, come vedremo, un corpus narrativo estremamente unitario.
Circa un decennio dopo l’edizione di questo libro la stessa BUR pubblicò tutte le novelle di Tozzi, ordinandole però in senso rigorosamente cronologico, con la conseguenza di perdere l’unitarietà di quelle che costituiscono Giovani. Anche tale volume comunque oggi non è più reperibile in libreria, e per poter leggere l’insieme delle novelle di Tozzi ci si deve rivolgere al ponderoso volume dei Meridiani Mondadori che ne raccoglie l’opera omnia, il quale però allo svantaggio del prezzo elevato unisce quello della scarsissima maneggevolezza che caratterizza questa pur prestigiosa collana, a mio avviso più adatta ad essere una sorta di soprammobile librario che un vero e proprio strumento di lettura.
Fortunatamente le novelle di Giovani sono oggi disponibili in un’altra edizione, e in libreria possono essere reperiti alcuni volumi contenenti selezioni di novelle tozziane.
Vista la citata peculiarità che la raccolta Giovani presenta nella produzione novellistica di Federigo Tozzi, credo sia giusto trattare separatamente i racconti che la compongono.
Giovani uscì nel 1920, pochi mesi dopo la morte dell’autore, e come detto raccoglie ventuno novelle, scelte ed ordinate da Tozzi, il quale diede anche il titolo alla raccolta. Continua a leggere “Narrando perché incapace di spiegare, Tozzi ci spiega un’epoca”

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Quanto dista Siena da Praga?

ilpodereRecensione de Il podere, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1990

Recentemente, recensendo il romanzo che viene considerato il capolavoro di Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, avevo asserito, sia sulla base di riscontri critici che su quella della lettura diretta de Il podere, successivo romanzo dell’autore in termini di redazione (anche se pubblicato – postumo – dopo Tre croci), che si poteva parlare di un progressivo riavvicinamento di Tozzi ad una narrativa di tipo verista, dando a questa asserzione quasi il senso di una involuzione rispetto alla splendida anomalia rappresentata da Con gli occhi chiusi nel contesto culturale dell’Italia di inizio novecento.
Ora, dopo la recente rilettura de Il podere, mi sento di riproporre quel giudizio solo in parte.
Certo, è indubbio che Il podere sia un romanzo che può trarre in inganno più facilmente il lettore, che è quasi naturalmente portato a vedere – ad una lettura superficiale – nel protagonista Remigio Selmi uno stretto parente dei vinti di verghiana memoria; è anche indubbio che l’ambientazione nel mondo periferico della campagna che circonda la città di Siena, la notevole dose di realismo con cui Tozzi in questo romanzo ci fa vivere Continua a leggere “Quanto dista Siena da Praga?”

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Spiazzante ed anomalo: un piccolo capolavoro nell’Italietta del primo novecento

congliocchichiusiRecensione di Con gli occhi chiusi, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1992

Da un punto di vista culturale e letterario, esattamente come da un punto di vista sociale ed economico, l’Italia del primo novecento, l’Italietta giolittiana che si avvia verso la prima guerra mondiale e il fascismo è un paese sostanzialmente arretrato rispetto ai sommovimenti che scuotono il panorama culturale dell’Europa centro-settentrionale.
Mentre nelle maggiori aree culturali europee si affacciano i grandi scrittori che rivoluzioneranno per sempre il modo di fare letteratura, sull’onda della fine del mito positivista, della presa di coscienza della crisi della società borghese e delle scoperte dovute alla psicanalisi, l’Italia esprime correnti letterarie che importano con un cronico ritardo fermenti altrove già assopiti e superati. E’ il caso del verismo di Verga, Capuana e De Roberto, che costituirà il punto di riferimento culturale in Italia anche all’inizio del nuovo secolo, derivato in buona parte dalla scapigliatura milanese, in cui si può ritrovare, a scoppio ritardato di quasi un ventennio, il percorso letterario che in Francia portò dal decadentismo tardoromantico al naturalismo. Continua a leggere “Spiazzante ed anomalo: un piccolo capolavoro nell’Italietta del primo novecento”

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La crudele satira del fallimento di una generazione

lasalarossaRecensione de La sala rossa, di Johan August Strindberg

Rizzoli, I classici della BUR, 1986

Non so se mi sbaglio, ma ritengo che un sentimento piuttosto comune quando si pensa ad autori scandinavi, e ai classici dell’800 e del primo ‘900 in particolare, sia quello di associar loro una cifra stilistica caratterizzata dal rigore, dall’asciuttezza e da un certo formalismo, insomma da quelle caratteristiche che molti giovani (ma non solo) recensori che troviamo in rete chiamerebbero lentezza e pesantezza del testo. Molti di costoro (almeno quelli che sanno cos’è il cinema d’autore) avranno davanti agli occhi qualche scena dei film più celebri di Bergman, quali Il settimo sigillo o Il posto delle fragole come archetipo (per loro) negativo di cosa potrebbe riservare il romanzo di uno scrittore norvegese o svedese.
Probabilmente questo (pre)giudizio, – ammesso che esista davvero – deriva da una molteplicità di fattori, primo fra tutti il fatto che noi, animali mediterranei e cattolici, fatichiamo a trovarci in sintonia con popoli che passano buona parte dell’anno al buio e che hanno fatto dell’etica protestante il fulcro del loro essere comunità (a tutti i livelli sociali ed economici cui questo termine può essere attribuito) ed anche di una parte preponderante delle loro riflessioni critiche, filosofiche ed intellettuali. Continua a leggere “La crudele satira del fallimento di una generazione”

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L’Italia antica, la sua storia, le sue genti, ovvero la geografia strumento del potere

GeografiaStraboneRecensione di Geografia – L’Italia, di Strabone

Rizzoli, I classici della BUR, 1988

In genere dei classici greci e latini leggiamo le opere filosofiche, letterarie e teatrali, oppure quelle storiche. E’ quindi un’opera in qualche modo eccentrica la Geografia di Strabone, di cui questa bellissima edizione Rizzoli con testo greco a fronte, oggi purtroppo non più disponibile, ci presenta i libri V e VI, dedicati all’Italia.
La Geografia è un’opera monumentale, che si compone di ben XVII libri, giunti a noi pressoché per intero, e che ci descrive il mondo conosciuto in un’epoca cruciale per lo sviluppo della Storia antica e della Storia tout-court. Strabone, che visse circa tra il 60 a.C. e il 25 d.C., scrisse infatti la Geografia quasi al termine della sua vita, intorno al 18 d.C., quindi nel primo periodo dell’impero, subito dopo la morte di Cesare Ottaviano Augusto. Molto prima della Geografia, Strabone aveva scritto anche una ancor più monumentale Storia universale, in 47 (secondo altri 43) libri: purtroppo di questa prima opera ci sono giunti solo pochi frammenti, ma il fatto che Strabone sia stato anche uno storico è fondamentale per comprendere la stessa struttura della Geografia. Continua a leggere “L’Italia antica, la sua storia, le sue genti, ovvero la geografia strumento del potere”

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La piccola tessera di un grande mosaico narrativo

LaSignoraBetaGarlan.jpegRecensione de La signora Berta Garlan, di Arthur Schnitzler

Rizzoli, I classici della BUR, 1990

Ci sono quadri che ci affascinano per la potenza del loro segno, per l’unitarietà e la perfezione della composizione, per la sapienza con cui la luce diviene elemento di comunicazione o per altri elementi che riusciamo a percepire immediatamente, non appena li osserviamo. Pensiamo alla grande pittura italiana del rinascimento, a Caravaggio o alla Cappella Sistina. In genere questi quadri si offrono a noi per essere guardati da una certa distanza, in quanto è l’insieme dell’immagine che ci colpisce in particolar modo. Viceversa, ci sono quadri che per essere apprezzati necessitano di uno sguardo attento e ravvicinato, perché sono composti di tanti minuti particolari ciascuno dei quali potrebbe anche essere isolato dal contesto per raccontarci una storia, ma che acquistano un significato maggiore in relazione agli altri piccoli particolari che compongono l’opera complessiva. Appartengono a questa categoria ad esempio le opere di alcuni maestri di scuola nordica, come i Brueghel o Bosch. Continua a leggere “La piccola tessera di un grande mosaico narrativo”

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La mirabile storia di una città oggi assassinata

LePietrediVeneziaRecensione di Le pietre di Venezia, di John Ruskin

Rizzoli, I classici della BUR, 1987

Recentemente mi è capitato di parlare di Bruges la morta di Georges Rodenbach, e non ho potuto fare a meno di paragonare le atmosfere che l’autore ci offre, relative alla città sul finire del XIX secolo, e l’esperienza di visita odierna in una città diventata una delle mete del turismo internazionale.
Questo stridente contrasto lo si ritrova all’ennesima potenza confrontando la Venezia di oggi con le sublimi descrizioni della città decadente, della sua storia e della sua arte che ci vengono proposte da John Ruskin nella sua opera più famosa, Le pietre di Venezia.
Chi oggi si rechi a Venezia e segua il percorso che dalla stazione di Santa Lucia giunge a San Marco passando per Rialto, seguendo le anacronistiche frecce, quasi commoventi nel loro minimalismo, disegnate sugli antichi muri delle case oppure sui vecchi cartelli a fondo giallo, si trova costantemente immerso in una marea umana che a stento riesce a farsi largo nelle calli invase da negozi della più orrenda paccottiglia, da fast-food e pizzerie che vendono a carissimo prezzo i cibi più scadenti che si possano trovare nel nostro Paese, da finti artisti di strada che cercano di smerciare all’estasiato turista russo o cinese copie di tremende croste pittoriche. Continua a leggere “La mirabile storia di una città oggi assassinata”