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Il dramma della meschinità sociale durante la restaurazione

IlParrocodiToursRecensione de Il parroco di Tours, di Honoré de Balzac

Sellerio, La memoria, 2006

Dopo due puntate verso opere situate al di fuori del recinto della Comédie Humaine eccomi tornato, con questo quarto e per il momento ultimo capitolo di letture balzachiane, nell’ambito della titanica opera principale dello scrittore di Tours.
Qualche settimana fa avevo lasciato l’immensa cattedrale letteraria dopo averne attraversato uno dei portali principali, un romanzo di grande spessore ed importanza come César Birotteau. Per un caso fortuito, il ritorno all’ovile avviene per il tramite di un lungo racconto in qualche modo strettamente legato a quel romanzo.
Il lettore di César Birotteau ricorderà che il protagonista, stimato profumiere di cui seguiamo il repentino crollo sociale, ha un fratello sacerdote a Tours, cui si rivolge per avere un prestito, peraltro negato. Il protagonista de Il parroco di Tours è proprio il fratello del buon César, François Birotteau, le cui vicende sono ambientate circa otto anni dopo quelle del fratello: siamo infatti, nella precisa cronologia che costituisce uno dei tratti caratterizzanti il realismo dell’autore, tra l’autunno del 1826 e l’estate dell’anno successivo, essendo quindi passati dai primi agli ultimi anni della Restaurazione, pur rimanendo comunque, e questo è un dato non secondario, nell’ambito di quel periodo storico.
Don Birotteau è sessantenne, e da anni svolge le funzioni di vicario a Saint-Gatien, la splendida cattedrale gotica di Tours. Dopo che Napoleone, all’inizio del XIX secolo, ha ristabilito il culto cattolico, facendo uscire il clero dallo stato di clandestinità del periodo rivoluzionario – di cui si ha uno splendido esempio nel racconto Un episodio durante il terrore posto ad introduzione delle Memorie di Sanson – don Birotteau ha coltivato due desideri, che lo hanno preso come due vere e proprie passioni: essere nominato canonico e andare a vivere nell’appartamento ampio, comodo e pieno di libri, del suo migliore amico, il canonico Chapeloud. L’appartamento è parte di un vecchio edificio, situato nei pressi della cattedrale, di proprietà di una pia zitella cinquantenne, Mademoiselle Gamard, che ospita – oltre alla padrona di casa – anche un altro prete, don Troubert. Quando il lettore fa la sua conoscenza, don Birotteau ha esaudito il suo secondo desiderio da un paio d’anni: don Chapeloud è infatti morto, lasciando in eredità i suoi mobili e i suoi libri a don Birotteau, che si è potuto così trasferire nell’appartamento, a pensione da Mademoiselle Gamard. Quanto al canonicato, non vi è ancora arrivato, ma la sera in cui si apre il romanzo, rientrando sotto la pioggia dal salotto di Madame de Listomère, l’influente aristocratica nel cui salotto si reca settimanalmente, ha avuto assicurazioni circa l’appoggio dei circoli aristocratici di Tours alla sua nomina. Egli è quindi, nonostante i primi acciacchi dell’età, un uomo sulla soglia della completa felicità.
Come spesso accade ai personaggi balzachiani, e come accaduto otto anni prima a suo fratello (in realtà César Birotteau sarà scritto da Balzac qualche anno dopo) l’apice della gratificazione sociale ed umana di don Birotteau, che coincide con il momento in cui si apre il racconto delle sue vicende, coincide anche con l’inizio del repentino crollo. Rincasando sotto la pioggia, infatti, don Birotteau si trova di fronte agli inequivocabili indizi di un ingiustificato astio da parte della padrona di casa: deve scampanellare tre volte per farsi aprire dalla giovane domestica, trova la sua candela e le pantofole fuori posto e il fuoco nella sua camera spento. Don Birotteau ha da qualche mese la sensazione che la padrona di casa non lo tratti bene come prima ma, ingenuo sino all’ottusità, non sa spiegarsi le ragioni di questo comportamento ostile, che ci vengono illustrate dal narratore, il quale interviene spesso nel racconto sia per esporre antefatti sia per esprimere giudizi sugli avvenimenti. Il povero prete ha infatti ferito inconsapevolmente la padrona di casa nella sua maggiore ambizione: quella di farsi un salotto e quindi di avere un posto nella società di Tours.
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Frizzanti e a tratti troppo leggeri: i racconti della più anglosassone scrittrice italiana del primo novecento

RaccontiAmericaniRecensione di Racconti americani, di Annie Vivanti

Sellerio, La memoria, 2005

”Ormai a ricordare Annie Vivanti siamo pochi”, dice Anna Folli all’inizio della breve Nota che chiude questo volume edito da Sellerio nel 2005, nota resa ancor più breve dal fatto che ne è stata tagliata una parte. Oggi però questa affermazione è solo parzialmente vera, in quanto da allora non poche sono state le pubblicazioni di opere della Vivanti: Sellerio stesso fece seguire a questo volume l’edizione di due romanzi dell’autrice, mentre altre case editrici hanno pubblicato nel corso degli anni altri suoi romanzi, le liriche e la corrispondenza tra Vivanti e Giosuè Carducci, suo mentore ed amante. Stranamente, però, questa riscoperta non ha sinora riguardato, con l’eccezione di questo volume, le novelle della Vivanti, che a detta sia di Anna Folli sia di Carlo Caporossi, traduttore di questi Racconti americani e curatore del volume, rappresentano il punto più alto della sua arte, quello attraverso cui si esprime con maggiore freschezza e immediatezza. Mancano in particolare nel panorama editoriale italiano i racconti e le novelle che Annie Vivanti scrisse nel primo dopoguerra, dopo essersi stabilita definitivamente in Italia ed essere divenuta una delle scrittrici più popolari d’Europa, autrice di veri e propri best sellers ma anche oggetto dell’attenzione dei più grandi critici letterari dell’epoca (Benedetto Croce le dedicò ben due saggi nella sua monumentale La letteratura della nuova Italia).
Annie Vivanti è sicuramente una figura eccentrica nel panorama letterario del nostro paese a cavallo tra ottocento e novecento. Nata in Irlanda nel 1866 da un patriota garibaldino esiliato e da una nobildonna tedesca, visse in gioventù tra Londra, l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti, sposando un ricchissimo finanziere irlandese. Pubblicò le sue prime raccolte di poesie e il suo primo romanzo in Italiano, sotto l’egida di Carducci, quindi nei successivi vent’anni scrisse solo pochi racconti in inglese, pubblicati da riviste statunitensi. Nel 1910 pubblicò in inglese il romanzo I Divoratori, considerato il suo migliore, che uscì l’anno dopo in italiano, tradotto dalla stessa autrice. Dopo avere attivamente partecipato alla causa irredentista italiana e a quella dell’indipendenza irlandese, tornò in Italia subito dopo la fine della guerra, avvicinandosi al regime fascista, e qui si impose con i suoi ulteriori romanzi, che come detto ebbero un grande successo di pubblico. Sua figlia Vivien fu una eccellente violinista, vera e propria bambina prodigio: il suo suicidio nel 1941 portò rapidamente alla tomba anche la madre.
L’eccentricità della figura della Vivanti sta essenzialmente nel suo cosmopolitismo: padroneggiava perfettamente quattro lingue, e la sua personalità culturale si può forse definire un amalgama di leggerezza italiana e pragmatismo anglosassone, conditi da una punta di romanticismo tedesco. Seppe amministrare perfettamente la sua immagine di donna moderna e libera, utilizzandola per imporsi nel contesto dell’industria culturale dell’epoca.
I cinque racconti proposti da questo volume furono scritti dall’autrice in inglese tra il 1896 e il 1905, e non vennero mai pubblicati in Italia sino al 2005. Di questi, i primi tre, pubblicati tra il 1896 e il 1897, rappresentano un corpus compatto, che come vedremo trattano tematiche strettamente interconnesse ed essenzialmente incentrate su varie sfaccettature della personalità dell’autrice e dei caratteri degli ambienti altoborghesi di cui faceva parte, còlti e descritti con un tocco di garbata ironia che a tratti sconfina nella satira. Segue quello che è secondo me il racconto più significativo della raccolta, nel quale la leggerezza dei primi racconti si tramuta improvvisamente in tragedia. L’ultimo racconto, di taglio nettamente più autobiografico, narra infine della scoperta del talento musicale della figlia e delle prime problematiche familiari legate al suo essere una bambina prodigio.
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Tre racconti diversi ma tra i quali passa un sottile filo rosso

TreDonnediRazzaRecensione di Tre donne di razza, di Étiemble

Sellerio, La memoria, 1986

Questo piccolo volume di Sellerio è tutto ciò che oggi si può trovare in libreria delle opere di René Étiemble, intellettuale francese nato nel 1909 e morto nel 2002, che fu uno dei protagonisti del dibattito culturale e politico di quel paese nei decenni a cavallo della seconda guerra mondiale. Appassionato studioso di culture esotiche, viaggiò moltissimo in tutto il mondo e fu anzitutto un eminente sinologo, ma si interessò anche di altre civiltà asiatiche, di quelle precolombiane e dei nativi nordamericani, in particolare degli Hopi. Introdusse in Francia la comparatistica, mettendo in discussione l’eurocentrismo che caratterizzava da sempre il dibattito letterario occidentale. Con il nom de plume di Étiemble pubblicò soprattutto saggi, dei quali i più noti, come Confucio del 1956 e Conosciamo la Cina?, del 1964, furono pubblicati negli anni successivi anche nel nostro paese. Il suo testo più popolare, Parlez-vous Franglais (1964) è un’accorata, polemica, tipicamente transalpina ma anche profetica difesa della lingua francese nei confronti della già allora montante anglofilia linguistica.
La sua parabola politica è analoga a quella di molti intellettuali della sua generazione. Vicino nei primi anni ‘30 al Partito Comunista, se ne distacca già nel 1936 quando comincia ad essere evidente la brutalità del regime stalinista; si mantiene però su posizioni vicine al marxismo, ammirando e sostenendo in particolare i comunisti cinesi, che ritiene essere gli eredi ultimi dell’antica civiltà di quel paese: solo negli anni ’60 comincerà ad esprimersi criticamente nei confronti del maoismo. Sinteticamente si può forse classificare la complessa figura intellettuale di Étiemble, ammesso che questo esercizio abbia una qualche utilità e un qualche senso, come quella di un erede dell’illuminismo; ciò emerge anche dalla sua ammirazione particolare per Diderot e dal fatto che egli abbia sempre indicato come suo padrino culturale Jean Paulhan, grande intellettuale della generazione precedente alla sua, a lungo direttore della prestigiosissima Nouvelle Revue française, fondata nei primi anni del ‘900 da André Gide e Charles-Louis Philippe.
Se la sua produzione saggistica è stata vasta e polimorfica, scarna è invece quella letteraria: un paio di romanzi, alcuni racconti, un’opera teatrale peraltro oggi dimenticata. Continua a leggere “Tre racconti diversi ma tra i quali passa un sottile filo rosso”

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Sesso, amore e fantasia nella Francia prerivoluzionaria

LaNotteeilMomentoRecensione de La notte e il momento, di Crébillon fils

Sellerio, La memoria, 1990

Crébillon fils è l’ennesimo autore classico di cui la nostra editoria ha perso le tracce. Negli anni ‘80 SugarCo pubblicò il suo romanzo più celebre, Il sofà, e Sellerio questo La notte e il momento come uno dei primi titoli della collana La memoria, ma oggi entrambi questi titoli sono reperibili solo sul mercato dell’usato e null’altro di questo autore si trova in libreria.
Sicuramente Crébillon fils non è uno scrittore imprescindibile, ma certamente la sua lettura ci aiuta a comprendere meglio un mondo, quello della prima metà del ‘700 francese, che ha preceduto di poco la rivoluzione, e quindi ad aggiungere un tassello, sia pure per via indiretta, alla nostra capacità di conoscere le cause che portarono alla grande deflagrazione sociale. È quindi un peccato che oggi sia così difficile leggere le opere di questo autore, anche perché la sua eleganza di scrittura le rende molto godibili.
Claude-Prosper Jolyot de Crébillon nacque nel 1707 a Parigi, figlio di Prosper Jolyot de Crébillon, un drammaturgo di buona fama, e condusse, almeno in gioventù, la classica vita da libertino della Reggenza, tra salotti, avventure galanti e teatri. I suoi scritti, considerati licenziosi e soprattutto perché spesso intrisi di una evidente satira politica e sociale, vennero messi all’indice, e l’autore stesso fu imprigionato ed esiliato, scontando però pene molto brevi grazie alla protezione di cui godeva da parte di grandi dame influenti a corte. Più tardi si sposò con una nobildonna inglese cui fu molto fedele, per divenire poi, quasi paradossalmente, censore reale dei libri, compito che esercitò onorevolmente. Morì nel 1777. Per distinguerlo dal padre è universalmente noto come Crébillon fils.
Argomento principe delle sue opere è l’erotismo. Nel suo romanzo più famoso, Il sofà, edito nel 1742, che seguendo una delle mode del tempo è ambientato in oriente e presenta uno schema narrativo simile a quello delle Mille e una notte, il giovane protagonista narra all’annoiata coppia reale di come in una vita precedente la sua anima fosse stata imprigionata in un sofà, e come da quella posizione avesse potuto assistere, o meglio avesse fornito il necessario supporto, agli incontri intimi di numerosi amanti, tra i quali ovviamente uomini corrotti e vanesi e donne di pubblica e specchiata, ancorché falsa, virtù. La prosa di Crébillon è estremamente allusiva e, pur non giungendo quasi mai ad avvalersi degli espliciti tecnicismi che caratterizzano la coeva letteratura pornografica, avvolge il lettore in un’atmosfera di ambigua sensualità che è la vera forza del romanzo, accanto naturalmente al suo contenuto di denuncia dell’ipocrisia sociale nei confronti del sesso e della sua importanza nelle relazioni umane. Continua a leggere “Sesso, amore e fantasia nella Francia prerivoluzionaria”

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Alle radici del liberismo

ComeilProsperoChinkisImmiseriRecensione di Come il prospero Chinki s’immiserì per la ricchezza della nazione, di Gabriel-François Coyer

Sellerio, La memoria, 1992

Questo piccolo volume di Sellerio, edito oltre venticinque anni fa ma ancora in catalogo, ci propone l’opera più importante di Gabriel-François Coyer, un autore francese contemporaneo di Voltaire ed a lui vicino quanto a pensiero, anche se il grande illuminista non sembra lo considerasse persona particolarmente gradevole, se è vero che, a fronte delle richieste reiterate ogni anno da Coyer di passare tre mesi presso di lui nel castello di Ferney, così rispose: ”Caro Abate, sapete la differenza che rilevo tra Don Chisciotte e voi? Che lui scambiava gli alberghi per castelli, mentre voi scambiate i castelli per alberghi.”
Coyer era un abate in quanto nel 1728 era entrato nei gesuiti, uscendo dall’ordine dopo otto anni. Nel corso della sua vita scrisse numerosi pamphlet, per lo più anonimi, di chiaro stampo liberista. Egli aderiva infatti alle dottrine economiche di Gournay, che in quel periodo criticavano radicalmente il mercantilismo di stampo colbertiano che ancora impregnava l’ordinamento economico e sociale francese, in nome della libertà di iniziativa e di commercio riassunta nel celebre slogan ”laisser faire, laisser passer”, coniato proprio da Gournay.
Nella Francia attorno alla metà del XVIII secolo le politiche mercantiliste strutturate da Colbert ai tempi del Re Sole erano ancora alla base dell’organizzazione economica. Esse si basavano sull’assunto che la ricchezza di una nazione dipendesse dalle sue risorse monetarie, e che per aumentarle fosse quindi necessario aumentare il più possibile le esportazioni e diminuire le importazioni di beni, accrescendo l’utile della bilancia commerciale. Era quindi necessario che lo Stato da un lato favorisse la creazione di manifatture e ne regolamentasse rigidamente attività e modalità di produzione per garantire la qualità dei prodotti da destinare in gran parte all’esportazione – affinché fossero competitivi sui mercati esteri – e dall’altro imponesse dazi e tariffe per le merci importate e ricercasse territori dai quali importare materie prime a basso costo.
Questa impostazione economica comportava ovviamente l’intervento diretto dello Stato nell’attività economica, in particolare attraverso una rigida regolamentazione delle arti e dei mestieri, riunite in corporazioni (jurandes) che avevano il monopolio di ciascuna produzione e alle quali era difficilissimo accedere se non per via ereditaria e a fronte di lunghi apprendistati, ed anche per mezzo della valutazione da parte dei maestri delle capacità professionali raggiunte e pagamento di elevatissime quote associative. Le corporazioni avevano assunto un tale potere da esercitare una vera e propria giurisdizione, con tanto di milizie abilitate a sanzionare e arrestare, al fine del controllo del monopolio produttivo. Le corporazioni, inoltre, garantivano ai loro associati forme di protezione e assistenza sociale ante litteram.
Se nel corso dei cento anni precedenti il sistema delle jurandes aveva permesso in Francia lo sviluppo di una borghesia produttiva, esso con il XVIII secolo entrò in contraddizione con le esigenze di espansione economica che il nascente capitalismo esigeva. Le corporazioni infatti limitavano fortemente le possibilità di libera iniziativa economica, ma soprattutto limitavano uno dei principi fondanti la produzione capitalistica: la possibilità di acquisto della forza-lavoro sul mercato: esse infatti non solo limitavano numericamente l’accesso ai mestieri, ma regolamentavano anche i livelli salariali dei lavoranti. Continua a leggere “Alle radici del liberismo”

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Il falso chierico prima del “Tradimento”

LOrdinazioneRecensione de L’ordinazione, di Julien Benda

Sellerio, La memoria, 1990

Il nome di Julien Benda non credo dica molto al lettore di oggi: del diluvio di scritti di questo autore francese di cui parla Gramsci non si trovano in libreria che alcuni saggi, tra i quali la sua opera sicuramente più importante, Il tradimento dei chierici, e questo quasi romanzo, edito moltissimi anni fa da Sellerio ma ancora facilmente reperibile.
Tra le molte ragioni che si possono addurre rispetto allo scarso interesse di cui oggi gode nel nostro paese uno degli intellettuali protagonisti del dibattito culturale francese, e non solo, tra le due guerre, vi è senza dubbio il fatto che gran parte della sua produzione, composta da articoli pubblicati sui quotidiani e sulle riviste dell’epoca, risulta strettamente legata al clima culturale dell’epoca e impregnata delle drammatiche divisioni che lo caratterizzavano: è forse quindi inevitabile che oggi ci vengano riproposte solo le sue opere più significative, che ci permettono comunque di conoscere il complesso (e per certi versi contraddittorio) pensiero di questo intellettuale e che conservano una qualche attualità.
Prima di addentrarci nelle sfaccettature di questo pensiero, esercizio necessario per comprendere un’opera scarna (aggettivo da non intendersi in senso negativo) e per certi versi enigmatica come L’ordinazione è però necessario citare qualche dato biografico dell’autore, da cui si possono trarre alcune informazioni che aiutano a comprendere meglio la personalità culturale di Benda.
Nato nel 1867 da una famiglia della borghesia ebraica, laica e repubblicana, Benda esordisce nell’ambiente culturale parigino ai tempi dell’affaire Dreyfus: prende attivamente parte al lacerante conflitto politico e sociale che oppone la società civile democratica alla reazione clerico-militarista e nazionalista, schierandosi decisamente dalla parte giusta. È da notare che è proprio in occasione di tale conflitto, che segnerà profondamente la società francese nei decenni successivi, che nasce ufficialmente il termine intellectuels, riferito agli uomini di cultura che parteciparono al dibattito prendendo le parti del capitano ingiustamente accusato di tradimento; il termine venne immediatamente utilizzato in senso denigratorio dalla parte avversa, ed assunse da allora la sua connotazione moderna.
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale Benda si dedica prevalentemente a polemizzare con Bergson, la cui filosofia era molto di moda e avrebbe influenzato una parte importante della letteratura dell’epoca (si pensi alla Recherche proustiana), opponendo al suo intuizionismo ed antintellettualismo il mondo delle Idee e delle verità atemporali che costituiscono la base del sapere. Sulla stessa base condanna il romanticismo, non tanto come specifica corrente letteraria, ma come modo di intendere il mondo e il suo rapporto con esso. È a questo periodo che appartiene L’ordinazione (1911). Si delinea in quegli anni la concezione di Benda rispetto all’intellettuale e al suo ruolo nella società: egli è il depositario della verità, una verità che deriva dalla conoscenza, e deve sempre agire disinteressatamente al suo servizio ed a servizio della giustizia e della morale. Continua a leggere “Il falso chierico prima del “Tradimento””

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Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens

LeTorridiBarchesterRecensione de Le torri di Barchester, di Anthony Trollope

Sellerio, La memoria, 2004

Il metodo di lettura che ho adottato, secondo il quale leggo i libri della mia biblioteca in ordine cronologico di acquisto, mi ha portato ad affrontare i romanzi di Anthony Trollope a partire dal secondo titolo delle Cronache del Barsetshire, il ciclo di sei romanzi che fecero la fortuna di questo prolifico autore vittoriano. L’editoria italiana, che nel secolo scorso aveva dedicato una attenzione tutto sommato marginale a Trollope, lo ha riscoperto soprattutto grazie a Sellerio, che a partire dal decennio scorso ha proposto nella sua collana di punta, La memoria, l’intero ciclo delle Cronache del Barsetshire, oltre ad alcuni altri suoi romanzi; a seguire, anche altre case editrici hanno pubblicato racconti e romanzi di Trollope, così che oggi è possibile reperire in libreria un campionario sufficientemente rappresentativo della sua opera. Va detto subito che nel ciclo ciascun romanzo è compiuto in sé, cosicché non è imprescindibile per il lettore seguire l’ordine originale di pubblicazione dei sei romanzi che lo compongono. È pur vero che ne Le torri di Barchester si incontrano molti personaggi che già apparivano nel precedente L’amministratore, ma poche note a piè di pagina sono sufficienti ad illustrare i labili rimandi e richiami al primo romanzo. Ciò, unito al fatto che a detta di molti Le torri di Barchester è il romanzo migliore delle Cronache, giustifica una sua lettura anche solitaria.
Prima di analizzare il romanzo è però comunque necessario accennare alla cornice in cui è immerso, vale a dire l’immaginaria contea del Barsetshire nella quale Trollope ambienta l’intero ciclo, perché questa ambientazione è a mio avviso essenziale per penetrare la poetica dell’autore.
Il Barsetshire è una contea rurale del sud dell’Inghilterra, il cui capoluogo, Barchester, è il centro delle vicende che si svolgono nei sei romanzi di Trollope. Trollope ne immagina la geografia fisica e sociale con estrema minuzia, così che il lettore familiarizza con i punti focali della vita di Barchester, – su tutti i luoghi del potere ecclesiastico come la cattedrale e il decanato – e con le parrocchie dei dintorni, e familiarizza anche con la struttura sociale della contea, i proprietari terrieri, gli imprenditori e soprattutto gli esponenti della chiesa anglicana, principali protagonisti delle vicende narrate nei sei romanzi. Questa ambientazione rurale permette di stabilire ed analizzare alcuni intriganti parallelismi. Il primo è con l’autore che, ritengo, a ogni lettore ronzi per così dire nell’orecchio leggendo Trollope, vale a dire Charles Dickens. Molte sono infatti le analogie tra questi due scrittori: quasi contemporanei – Dickens inizia a pubblicare una decina di anni prima di Trollope, ma alcuni dei suoi più significativi romanzi escono negli stessi anni delle Cronache del Barsetshire – entrambi gli autori si occupano nelle loro opere della struttura sociale dei tempi in cui vivevano, sottoponendola a critica attraverso l’arma dell’ironia e della satira. Entrambi, poi, sono tipici rappresentanti dell’industria culturale nascente in quei decenni in Gran Bretagna, e la loro opera molto deve alla necessità di soddisfare le esigenze del pubblico a cui si rivolgevano. Continua a leggere “Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens”

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Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso

IlVecchionellAngoloRecensione de Il vecchio nell’angolo, di Emma Orczy

Sellerio, La memoria, 1996

La fama della Baronessa Emma Orczy, il cui nome completo era Emma Magdolna Rozália Mária Jozefa Borbála Emmuska Orczy de Orci, è legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: la Primula Rossa, uno degli eroi per antonomasia della letteratura d’appendice di inizio ‘900. Tra il 1905 e il 1940 furono pubblicati con grande successo una dozzina di romanzi centrati su questo personaggio, un insospettabile damerino inglese che si trasforma nell’implacabile giustiziere che salva i nobili francesi dalla ghigliottina durante il periodo del cosiddetto Terrore rivoluzionario.
La Primula Rossa, personaggio tanto famoso da essere divenuto nella nostra lingua sinonimo di misterioso latitante in grado di beffare le forze dell’ordine, è oggi in realtà piuttosto dimenticato dalla nostra editoria, tanto che negli ultimi decenni si registra solo la pubblicazione di un volume per ragazzi: eppure credo che la riedizione dei più significativi romanzi aventi come protagonista l’inafferrabile nobiluomo sarebbe utile per comprendere il clima culturale inglese dei primi decenni del XX secolo, nel quale si colloca l’opera di Emma Orczy. Tra l’altro la Primula Rossa è sicuramente il prototipo di molti personaggi successivi, che hanno fortemente segnato la cultura popolare del XX secolo, da Zorro – tanto per citare un eroe televisivo caro alla mia generazione – a Superman a molti altri, tutti basati sulla idea di Emma Orczy di un personaggio apparentemente inetto ed impacciato capace di trasformarsi in impavido eroe a soccorso degli oppressi (?).
Il personaggio principale creato da questa scrittrice ci dice molto sulla sua personalità e sulle sue idee. Emma Orczy era una rappresentante dell’alta nobiltà agraria ungherese: nata nella seconda metà del XIX secolo, si trasferì adolescente in Inghilterra con la famiglia a causa delle rivolte dei contadini nelle tenute del padre. Divenne a tutti gli effetti britannica e nel 1894 sposò un pittore inglese, che la incoraggiò a pubblicare le sue opere. Fervente credente, fortemente reazionaria ed anticomunista, sosteneva convintamente la innata superiorità dell’aristocrazia così come l’imperialismo e il militarismo britannico; durante la prima guerra mondiale animò un’associazione di donne a sostegno dello sforzo bellico. Nella Primula Rossa, eroe reazionario, troviamo, traslati nella finzione del romanzo storico, tutti gli ideali dell’autrice, a partire dalla difesa dell’ancien régime nei confronti dell’usurpazione e del disordine rivoluzionario. Da questo punto di vista la Primula Rossa rappresenta forse l’operazione letteraria ideologicamente più scoperta volta a esorcizzare presso il pubblico piccolo-borghese e popolare cui si rivolgeva le inquietudini sociali che attraversavano all’epoca la società britannica ed europea in genere, proponendo la figura di un eroe positivo schierato in difesa di uno status quo inteso come intrinsecamente giusto e naturale. Continua a leggere “Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso”

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Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina

LaLeggendadellaMorteRecensione de La leggenda della morte, di Anatole Le Braz

Sellerio, La memoria, 2003

Chiunque abbia visitato la Bretagna sarà probabilmente rimasto affascinato dalla peculiarità che assume l’arte religiosa in quella regione così poco francese. Ciò che colpisce a prima vista è soprattutto l’aspetto popolare dei monumenti e degli edifici religiosi. Le chiese, con l’eccezione delle cattedrali cittadine, presentano in genere architetture nelle quali il gotico, che ne è lo stile dominante, assume forme quasi dimesse: raramente vi è lo slancio verso l’alto tipico dell’ortodossia di questo stile, e molte chiese sembrano semplici case di grigio granito cui siano stati incongruamente aggiunti portali e finestre ad arco acuto. L’interno contrasta ancora di più con i canoni del gotico, essendo in genere luminoso e colorato: le navate sono ricche di statue in legno policromo di santi ritratti con fattezze di popolani, accanto a cui spesso si trovano i simboli dei mestieri di contadino o di marinaio. Ma sono i famosi recinti parrocchiali dei villaggi della Bassa Bretagna, al cui interno troviamo gli splendidi calvari brulicanti di figure scolpite, a segnare l’apoteosi dell’arte religiosa bretone. Nel calvario bretone le croci che svettano verso il cielo sono quasi solo un elemento secondario, perché il vero cuore del complesso è il popolo di figuranti scolpito nel granito alla base delle croci: l’immediatezza, l’ingenua espressività di quelle statue, in cui spesso riconosciamo i tratti degli abitanti di quelle terre, ci restituiscono il senso di un’esperienza religiosa che faceva parte di un sentire comune, cui si faceva riferimento per dare un senso ad una condizione materiale segnata dalla miseria e dalla costante vicinanza della morte, e che esprimeva questa partecipazione collettiva anche attraverso le manifestazioni dell’arte, altrove volta a celebrare una divinità distante e idealizzata. Sembra al visitatore che in questa terra la religione, intesa come insieme di credenze e di regole sociali condivise, abbia giocato un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità stessa della popolazione, sicuramente più che nel resto della Francia e in altre regioni rurali d’Europa. Quasi sempre infatti, anche nelle terre che hanno espresso forti sentimenti di religiosità popolare (si pensi al nostro meridione o alla Spagna), questi sono espressi attraverso cerimonie e manifestazioni, mentre l’architettura resta latrice di un messaggio ufficiale attraverso cui la Chiesa spiega al popolo in maniera unidirezionale i propri dogmi. In Bretagna sembra di poter dire che il sentimento popolare abbia partecipato attivamente alla costruzione delle forme attraverso cui tale messaggio è stato costruito. Continua a leggere “Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina”