Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Recensioni, Teatro

Chi l’ha visto? Quando un capolavoro del teatro è colpevolmente ignorato

hidallaRecensione di Hidalla: Karl Hetmann, il gigante-nano, di Frank Wedekind

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1992

Più o meno tutti conoscono indirettamente Frank Wedekind, anche se credo che a molti questo nome non dica nulla. Questo apparente paradosso si spiega con il fatto che questo scrittore, commediografo, cantautore ed attore tedesco, che nella vita ha fatto il rappresentante di una casa produttrice di dadi per brodo, è l’ideatore di un personaggio entrato molto dopo la sua morte, grazie al cinema e al fumetto, nell’immaginario collettivo come un’icona della bellezza femminile, o meglio come la rappresentazione plastica dell’eterno femminino e della femme fatale. Mi riferisco a Lulu, la protagonista dei suoi due drammi più famosi, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora, che ancora all’epoca del muto fu portata sugli schermi, per la regia di Georg W. Pabst, da una indimenticabile Louise Brooks, la quale a sua volta fu il dichiarato modello del personaggio di Valentina, il raffinatissimo e sottilmente erotico fumetto di Guido Crepax, apparso per la prima volta su Linus negli anni ‘60 e che ancora oggi troviamo facilmente il libreria in lussuosi volumi di grande formato.
Wedekind è stato uno dei massimi rappresentanti del teatro tedesco del primo novecento, padre riconosciuto dell’espressionismo, che si sarebbe sviluppato pienamente dopo la sua morte (1918), nel periodo della Repubblica di Weimar, precedente l’avvento del nazismo. Il suo teatro, fortemente critico nei confronti dell’assetto sociale e della morale della Germania guglielmina, esplora con forti accenti caustici e satirici i temi dell’alienazione dell’uomo nella società industriale, delle convenzioni in campo morale – soprattutto sessuale – che formano la base ideologica dell’ordine borghese, della gerarchizzazione dei rapporti sociali, ponendo le basi per un approccio culturale e politico al teatro che porterà, tra gli altri, ai testi di Brecht. Per le tematiche trattate nei suoi scritti, Wedekind venne sovente censurato mentre era in vita, finendo anche in carcere: naturalmente venne considerato dai nazisti un artista degenerato ed i suoi testi vennero arsi e proibiti.
Se indubbiamente con i due drammi del ciclo di Lulu Wedekind raggiunge la vetta delle sue capacità espressive, non meno importanti, per comprendere le tematiche di questo autore ed il contesto sociale in cui ha vissuto, sono altre opere della sua non numerosa produzione, tra le quali figura questo semisconosciuto dramma in cinque atti, Hidalla: Karl Hetmann, il gigante – nano, proposto al pubblico italiano oltre un ventennio fa in un bellissimo volume dalle Edizioni Studio Tesi ed ora ritornato nell’oblio in cui era caduto per decenni: il libro infatti non è più in catalogo e non mi risulta, salvo errori, che Hidalla sia mai stato rappresentato in un teatro Italiano.
Eppure, nel lungo e imperdibile saggio di Marianne Ufer – germanista tra le più importanti studiose dell’autore – che apre questo volume, ci viene detto che dall’anno della sua composizione (1904) al 1933 Hidalla fu l’opera più rappresentata di Wedekind, anche grazie alla maestria con cui lo stesso autore – che come abbiamo detto fu anche attore e cabarettista – interpretava il ruolo del protagonista.
Le ragioni della disgrazia di questo testo nei primi decenni del secondo dopoguerra sono evidenziate in modo convincente dalla Hufer: il dramma è incentrato – come vedremo – sulla figura dell’ideatore di una Associazione internazionale per l’allevamento di uomini di razza. E’ logico che – dopo la mistica razziale e gli esperimenti di eugenetica del Terzo Reich riproporre a teatro un’opera che trattava simili argomenti, sia pure come vedremo da un’angolazione affatto diversa, risultasse difficile innanzitutto in Germania, ma non solo lì. Meno comprensibile è che questo oblio duri ancora oggi, dopo la riproposizione, – seppure effimera – del testo in volume, vista l’importanza intrinseca del testo e la sua godibilità teatrale. Forse, senza volere da subito tirare in ballo le logiche dell’industria culturale, la ragione della scarsa attenzione per questo testo può ricercarsi nel fatto che esso si presenta, per la caratterizzazione dei personaggi e le tematiche trattate, fortemente connesso al periodo storico nel quale fu scritto, e che quindi per il lettore o lo spettatore odierno potrebbe risultare difficile entrare in sintonia con questo dramma. Si può comunque obiettare che queste difficoltà possono essere comuni alla maggior parte delle opere scritte in tempi lontani dai nostri, e che, alla lettura, Hidalla rivela una capacità di parlarci qui ed ora data anche dal fatto che i fondamentali della nostra società non differiscono molto (anzi!) da quelli del tempo in cui scriveva Wedekind.
Il dramma in sintesi narra la vicenda di un bizzarro profeta, Karl Hetmann, che come detto è il fondatore di una Associazione per l’allevamento di uomini di razza, di cui possono far parte solo individui ricchi, eletti e bellissimi: finalità dell’associazione è sperimentare una nuova morale, basata sull’esaltazione della bellezza. I membri devono soprattutto rinunciare al diritto di scegliere il proprio partner: ciascuno deve essere sempre disposto ad offrire i propri favori a chiunque altro: il sovvertimento delle convenzioni sessuali sarà così il fondamento di una nuova morale, basata sulla bellezza, che avvicinerà l’uomo a dio. Hetmann, che essendo particolarmente brutto e un po’ deforme serve l’associazione come segretario senza poterne essere membro, si rivolge ad uno spregiudicato editore, Rudolf Launhart, perché promuova l’associazione. Launhart sfrutta cinicamente l’idealismo di Hetmann e lo scalpore che le sue idee suscitano nella pubblica opinione per incrementare i propri affari, arrivando a farlo arrestare per incrementare le vendite del proprio giornale. Dopo essere stato rinchiuso in manicomio per alcuni mesi, Hetmann medita il suicidio. Grazie all’amore che gli porta Fanny Kettler, una bellissima ragazza che ha abbracciato le sue teorie senza però avere il coraggio di metterle realmente in pratica, sembra abbandonare l’idea della morte per ritirarsi a vita privata con Fanny. Un impresario circense gli propone però un contratto per esporre le sue idee nei panni del pagliaccio Augusto il balordo, ed a quel punto Hetmann si impicca.
Il dramma ci presenta anche molti altri personaggi, ciascuno con una sua precisa caratterizzazione, che lascio scoprire ai pochi lettori che cercheranno e troveranno questo libro, e che gli conferiscono una complessità ed una serie di sfaccettature satiriche che non è possibile cogliere se non ad una lettura attenta.
Come detto Hidalla è un’opera teatrale fortemente intrecciata al contesto sociale in cui nasce: la figura di Karl Hetmann – ci fa notare Marianne Hufer – non può essere compresa se non si ha presente quale era il clima culturale della Germania di inizio ‘900. La politica imperialista di Guglielmo II ha trasformato il paese in una potenza industriale; in una società fortemente gerarchizzata, di fatto militarizzata come quella tedesca le regole sociali sono ferree nel determinare i comportamenti dei singoli e dei gruppi. La reazione a questo stato di cose si esprime, oltre che nelle elaborazioni del movimento operaio, anche attraverso il vagheggiamento di modelli sociali utopistici, molti dei quali basati proprio sul sovvertimento della corrente morale sessuale e sul superamento della famiglia come nucleo fondante l’organizzazione sociale. Wedekind, che pure è convinto che la liberazione sessuale è uno dei presupposti della liberazione dell’umanità, abbatte la sua scure di amaro sarcasmo su questi profeti, che pur intrisi a volte di idealismo propongono soluzioni elitarie, nelle quali una sorta di aristocrazia dello spirito (basata per lo più sul censo) si propone di indicare la via. Karl Hetmann, il brutto che fonda un’associazione di belli di cui non può far parte, l’idealista che viene degradato a clown nel magnifico, fortissimamente espressionista ultimo atto, è il drammatico rappresentante di chi non riesce a vedere le vere cause dell’alienazione e dell’oppressione dell’umanità. Si capisce quindi l’appellativo di gigante-nano che Wedekind gli attribuisce nel titolo. L’argomento della funzione liberatoria della sessualità, essendo comunque uno dei cardini della produzione letteraria di Wedekind, permette all’autore, che pur come detto ridicolizza drammaticamente la figura del profeta Hatmann, di esprimere alcuni dei concetti in cui credeva fermamente, in particolare quello dell’equiparazione tra prostituzione e verginità, entrambe merci di scambio nell’ambito della morale borghese (la seconda per garantirsi un buon matrimonio).
Un altro personaggio fondamentale nel dramma è Rudolf Launhart, speculatore spregiudicato e volgare, che ha come unico obiettivo il profitto: è un personaggio caratteristico non solo di altre opere di Wedekind ma, in quanto rappresentante tipico della borghesia tedesca, di molti degli artisti espressionisti che negli anni della Repubblica di Weimar dipingeranno una società che si stava consegnando al nazismo. Nel caso specifico, Wedekind prese a modello anche fisico di Launhart il suo editore, con cui non aveva un rapporto facile.
Un ruolo importante nel dramma lo gioca anche la figura di Fanny: Wedekind, progressista, libertario ma polemicamente antifemminista, ci regala con Fanny una figura femminile a tutto tondo, con i suoi slanci emotivi ma anche con le sue contraddizioni, che la portano ad essere una seguace solo teorica delle idee di Hatmann e ad essere quasi plagiata dalla sua personalità.
Essendo Hidalla un’opera teatrale, è chiaro che la parola assume un ruolo fondamentale nella determinazione della percezione dei personaggi da parte dello spettatore: così quelli principali sono nettamente caratterizzati dal linguaggio usato, che è spesso enfatico e didattico nel caso di Hatmann, mentre Launhart si esprime con frasi brevi e taglienti, prosaiche e concrete come devono essere quelle di un affarista senza scrupoli. Il linguaggio di Fanny, coerentemente con il personaggio, oscilla tra una lapidarietà che vuole ostentare sicurezza e monologhi in cui emerge tutta la contraddittorietà del suo carattere. Analoghe considerazioni si possono fare per gli altri personaggi del dramma.
Forse qualcuno si starà chiedendo cosa significhi il titolo del dramma: praticamente nulla. Wedekind dà questo titolo al manoscritto che Hatmann lascia in un cassetto quando si suicida, e che Launhart vuole pubblicare. In un gioco di rimandi interni alla sua opera, Hidalla è in realtà la protagonista del frammento di romanzo Mine Haha che Wedekind scrisse un anno prima, nel 1903, e che nella finzione romanzesca è stato scritto da una vecchia signora prima di suicidarsi.
Hidalla: Karl Hetmann, il gigante – nano è a mio avviso, con la sua forza espressiva, un altro dei tanti esempi di opere fondamentali per capire il novecento che da anni la nostra editoria non ci permette di conoscere. Del resto ciò è perfettamente coerente con quanto questo testo ci dice sull’industria culturale, esemplificata dalla figura di Rudolf Launhart. Nel suo saggio introduttivo, Marianne Ufer ad un certo punto cita Adorno, secondo il quale ”tutta la prassi dell’industria culturale trasferisce tale e quale il movente del profitto sui prodotti dello spirito”: la storia editoriale e teatrale di Hidalla in Italia è una perfetta esemplificazione della correttezza di questa analisi, alla quale aggiungerei che nel capitalismo tardo si può ipotizzare, alla base delle scelte editoriali, anche una buona dose di demenza senile.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Chi l’ha visto? Quando un capolavoro del teatro è colpevolmente ignorato

  1. Vedo con piacere che ti sei dedicato di recente a Wedekind che anch’io considero un grandissimo autore tanto che se dovessi descrivere un ipotetico asse portante del teatro tedesco tra ottocento e novecento il collegamento passa proprio da Wedekind lungo l’asse Kleist – Wedekind -Brecht.
    Io avevo letto Mine Haha che tu citi in relazione al personaggio di Hidalla. Anche Mine – Haha è incentrato sul tema della selezione/esaltazione in chiave estetico espressiva: bellezza, corporeità, espressività artistica, ma al femminile. Dove i corpi delle ragazze sono incorporati in un vero e proprio processo di scambio come in un ciclo di produzione delle merci. Avevo infatti scritto nel commento:
    “Le fanciulle private della libertà, private della loro stessa interiorità, ridotte a puro “esercizio” si rivelano essere inconsapevoli strumenti di un perfetto processo di scambio: creazione del valore (corpo delle fanciulle), immissione del valore in un ciclo di produzione( addestramento/esercizio), incorporazione del valore in un bene/prodotto (recite), ciò a fronte delle condizioni necessarie alla loro riproduzione (accudimento, cura, mantenimento delle fanciulle). Escluse dalla proprietà su di sé si scopre che esse sono state, sin dall’inizio, puro valore d’uso” Oltre a molte altre considerazioni che Mine – Haha suscita
    Comunque molto bello e puntuale l’inquadramento che hai fatto di Wedekind, della sua opera e di questo suo testo.
    Se ti capita ti consiglio comunque Mine – Haha, tanto bello quanto inquietante.

    Liked by 1 persona

    1. Ciao.
      In questi giorni sono a letto influenzato quindi sono attivo su internet anche in orari per me insoliti, per cui trovi frequenti incursioni nel tuo ricco blog.
      Bello, molto bello il tuo stralcio di commento a Mine-Haha, che lessi tanti anni fa (acquistato in edizione Adelphi nel 1990). Usi criteri di analisi e termini che sono musica per le mie orecchie di marxiano, dilettante ma non pentito.
      Concordo in pieno circa la triade Kleist-Wedekind-Brecht, che formano forse la più importante costellazione del teatro moderno per come hanno saputo scavare i meandri del potere (senza nulla togliere a tanti altri meravigliosi autori).
      Tornando a Mine-Haha, dovrei rileggerlo, ma la rilettura dei libri si scontra con la voglia di leggerne di nuovi, e visto che ne ho tantissimi ancora intonsi non so decidermi a riprendere in mano anche opere per me fondamentali.
      Mah, prima o poi dovrò delineare una strategia di lettura che mi permetta di tornare alle opere che amo di più.
      A presto
      Vittorio

      Liked by 1 persona

  2. Le categorie marxiane contengono un potere euristico che può offrire chiavi di lettura illuminanti.
    Nella triade aggiungerei, a pensarci bene, anche Büchner.
    Beh su Mine – Haha vedo che ci sei arrivato ben prima di me.
    Capisco benissimo il conflitto fra il riprendere libri già letti e leggerne di nuovi dato che questi ultimi oltre a sembrare ed essere (sic!) sempre di più di quelli letti, hanno, soprattutto, l’attrattiva seducente della scoperta attesa da tempo e da tanto in sospeso. Io tendo a darmi dei percorsi all’interno dei quali magari faccio rientrare anche delle letture fatte in passato ma, diciamo così, “dimenticate”. Per es in questo periodo sono stato e sono su un percorso incentrato sulla letteratura femminile europea del ‘900 e così ne ho approfittato per rileggere e commentare La signora Dalloway che avevo letto tanti anni fa Ma tanto so già che è una partita persa in partenza riuscire a leggere tutto quello che si vorrebbe e, ancor più, a scriverne
    In bocca al lupo per l’influenza.
    Un caro saluto.
    Raffaele

    Liked by 1 persona

    1. Io, molto più prosaicamente, ho iniziato parecchi anni fa a leggere per anno di acquisto e, all’interno di ciascun anno, in ordine alfabetico. Sono partito, chissà perché, dal 1997. Poi, grazie alla classificazione Anobiana, mi sono reso conto che avevo un sacco di libri acquistati da giovane, prima di quell’anno che o non avevo letto o di cui non mi ricordavo nulla (ecco il motivo principale delle recensioni, che mi pare sia anche il tuo: riflettere per fissare nella memoria). Così, leggendo una media di circa 40-45 libri/anno, ho impiegato più di tre anni a smaltire l’arretrato. Ora ho ripreso con i libri acquistati nel 2003.
      Il vero problema è questo: negli ultimi 15 anni, almeno, ho acquistato una media di 70-80 libri all’anno, ed il risultato è che secondo Anobii ho 1080 libri non letti. 1080/40=27; ora ho 57 anni; +27 = 84! senza contare che continuo ad acquistare e che non ho figli cui lasciare una libreria che, con quelli di mia moglie, arriva a poco meno di 2500 volumi…
      Per questo, scherzando ma non troppo, nella mia presentazione sul blog chiedo di sapere quando morirò, così so quando smettere di acquistare libri (se non ho già superato la soglia….)
      Capisci che rileggere ad es. La Recherche o l’Ulisse o L’uomo senza qualità o Kafka o I Demoni di Doderer (ma anche quelli di Dosto) mi porterebbe molto in là… Calcola che ho ancora lì Il Capitale, e che voglio assolutamente leggerlo.
      Questi sono i veri problemi esistenziali….
      V.

      Liked by 1 persona

  3. Ti capisco e, al di là dei conteggi che non mi metto neanche a fare, la sostanza del problema è analoga per me, considerato che sono anche in “svantaggio” di tre anni dato che sono già arrivato a 60 e compresa la questione del “lascito” dei libri visto che anch’io non ho figli. Io sono “appena” sui 1.500, avendo continuato ad aggiungere alla mia libreria altri libri, oltre quelli che appaiono su anobii, ed altri se ne vanno aggiungendo costantemente.
    Beh, così almeno non abbiamo il problema di non saper che cosa fare finché campiamo.
    Penso sempre che se anche non riusciremo a leggerli tutti almeno li abbiamo salvati dall’oblio e dal macero visto che molti dei libri che leggiamo noi è proprio quello che rischiano. Per questo penso che sia importante trovare una buona soluzione per lasciarli in buone mani

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...