Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Parigi, Recensioni

Un vivido affresco, carente in profondità

Recensione de L’opera, di Émile Zola

Garzanti, I grandi libri, 1995

L’opera, pubblicato nel 1886, appartiene al ciclo dei Rougon – Maquart, i venti romanzi con cui Zola si propose di scrivere la storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero. Sia per data di pubblicazione, sia quanto all’ordine di lettura suggerito dallo stesso Zola, L’opera occupa il quattordicesimo posto nel ciclo, ma personalmente ritengo che questo romanzo rappresenti il punto di attacco ottimale per chi voglia intraprenderne la scalata o solamente dedicarsi alla lettura di alcuni dei romanzi che lo compongono.
L’opera occupa infatti, nell’ambito del ciclo, una posizione particolare: è il romanzo con il quale Zola ci espone la sua concezione del ruolo dell’arte e delle modalità attraverso le quali la creazione artistica deve esprimersi, e nel quale appaiono anche, a mio avviso, elementi di dubbio rispetto alla positivistica fiducia nella capacità della scienza di spiegare il comportamento umano, convinzione che aveva marcato l’intera attività del romanziere Zola sino a quel momento.
Intendiamoci, L’opera non è un saggio sull’arte vista dal naturalista Zola, è innanzitutto il romanzo che narra la vicenda umana ed artistica di uno dei rappresentanti della famiglia Maquart, Claude Lentier – già apparso in altri due romanzi precedenti – ma è indubbio che del ciclo dei Rougon – Maquart rappresenti un episodio eccentrico, nel quale le tesi di Zola, la sua osservazione scientifica della realtà non vengono applicate ai consueti mondi in cui egli suddivide la società francese del suo tempo, ma a quello degli artisti, che egli concepisce come mondo a parte: ricorda infatti Lanfranco Binni nella bella introduzione che accompagna i romanzi di Zola editi a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso da Garzanti, come un manoscritto di Zola ci dica che per l’autore ”Ci sono quattro mondi. Popolo: […] Commercianti: […] Borghesia: […] Gran mondo: […] E un mondo a parte: puttane, assassini, preti (religione), artista (arte)”. L’opera si occupa precipuamente di quest’ultimo pezzo del mondo a parte, differendo quindi sostanzialmente dagli altri romanzi del ciclo, ciascuno dei quali è centrato sostanzialmente su uno dei quattro mondi canonici.
Il protagonista del romanzo è come detto il pittore Claude Lentier, figlio di Gervaise Macquart, a sua volta tragica protagonista di uno dei più importanti romanzi del ciclo, L’assommoir. Il giovane pittore è il leader di un gruppo di giovani provenienti per lo più dal sud della Francia, che si propongono di rivoluzionare le arti figurative e la scrittura lottando contro lo stantio classicismo di stampo accademico. In particolare amico di Claude sin dall’infanzia è Pierre Sandoz, aspirante scrittore, nel quale è facile intravedere un alter ego dello stesso Zola. Durante uno dei primi incontri tra i due, Sandoz espone la sua concezione della letteratura, dicendo: ”Ah! Come sarebbe bello dedicare tutta la propria esistenza a una sola opera e tentare di metterci cose, animali, uomini, l’immensa arca! E non nell’ordine dei manuali di filosofia, […] ma nel pieno flusso della vita universale, […] insomma, il grande Tutto, senza altezza e bassezza, sporcizia o pulizia, così com’è articolato… È indubbio che poeti e romanzieri si debbono rivolgere alla scienza, oggi è l’unica fonte possibile.” È, questo, un piccolo sunto della poetica naturalistica del nostro, della sua concezione della scrittura come registrazione della realtà senza intervento diretto dell’autore, del romanzo come esperimento scientifico di descrizione delle condizioni naturali e sociali dell’esistenza umana. In molti altri passi emerge la stretta parentela tra l’autore e il personaggio di Pierre Sandoz, ma essa diviene identificazione totale nel capitolo VI, laddove, discorrendo con Claude dei suoi progetti letterari, Sandoz dice: ”Prenderò una famiglia e ne studierò i membri, uno per uno, […] una umanità in piccolo, la maniera in cui l’umanità preme e si comporta… metterò i miei pupazzi in un periodo storico determinato, per disporre dell’ambiente e delle circostanze, [… ] Una serie di libretti, quindici, venti episodi…”. Esattamente ciò che Zola stava facendo con il ciclo dei Rougon – Maquart. Se dunque Pierre è lo scrittore naturalistico, Claude è il pittore impressionista: la sua prima opera, esposta e derisa al Salon des refusés si intitola Plein air. Egli è dotato di un grande talento ma, secondo uno dei dogmi del naturalismo di Zola – influenzato tra l’altro dalle opere di Darwin e di Lombroso – è vittima dell’ereditaria incoerenza ed ossessività dei Maquart, che sfocia nella pazzia monomaniaca. Dopo le delusioni dovute al rifiuto delle sue opere da parte del circuito dell’arte accademica, si convince che deve dedicarsi ad un’unica, grandiosa opera, in grado di sovvertire i canoni stessi della pittura. A questa opera, una grande veduta dell’île de la Cité con alcune figure di bagnanti nude, dedica molti anni della sua vita, senza riuscire mai a portarla a termine, sempre assalito da dubbi e ripensamenti che lo portano a rifarla continuamente. Sembra peraltro di capire che l’arte di Claude viri verso lidi simbolisti, tanto che neppure Sandoz appare in grado di apprezzarla, riflettendo forse – alla luce del suo ruolo nel romanzo – l’avversione di Zola verso il decadentismo post-romantico.
Strettamente intrecciata alla sua vicenda artistica è quella umana, centrata sul rapporto d’amore con Christine, una ragazza bella e dolce che lo ama appassionatamente e che sposerà dopo un periodo di convivenza. Christine inizialmente saprà ridare un certo equilibrio alla vita di Claude, ed i due vivranno alcuni anni felici nella campagna parigina, dove avranno anche un figlio. Poco a poco però Claude è ripreso dall’ossessione per la sua opera: costringe la moglie a tornare a Parigi e si rituffa nell’atmosfera convulsa della città, riallacciando i rapporti con gli amici, che però nel frattempo hanno percorso strade diverse. Se Pierre Sandoz è l’amico fedele di sempre, Henry Fagerolles, anch’egli pittore, ha messo a frutto gli insegnamenti del maestro Claude per creare una pittura che unisce alla nuova estetica propugnata dall’amico una correttezza formale accettata dal pubblico borghese, diventando artista di successo. Altri si sono ritirati ad un’esistenza squallidamente e dolorosamente borghese oppure si sono adattati ai canoni dell’arte di maniera, mentre il giornalista Jory dirige una rivista di critica d’arte che oggi definiremmo mainstream: nonostante gli incontri e le formalità dell’amicizia continuino, Claude è sempre più emarginato e considerato poco meno di un pazzo. All’ossessione per la sua opera, che gli sfugge di mano quanto più egli vi si dedica compulsivamente, si aggiungono la progressiva miseria, il deteriorarsi del rapporto con Christine, che viene trascurata dal marito anche fisicamente e percepisce lucidamente la necessità di ingaggiare una lotta senza quartiere con il quadro e ciò che rappresenta per il marito, nonché da ultimo la morte del figlio, affetto da idrocefalia.
Claude dipinge il corpicino morto del figlio e lo propone al Salon, dove però è accettato solo per l’intercessione di Fagerolles, venendo ancora una volta ignorato o disprezzato dal pubblico. Durante un drammatico colloquio finale con Christine, che lo esorta ad abbandonare la sua ossessione artistica ed a vivere con lei che non ha smesso di amarla, Claude le risponde: ”io non voglio andarmene con te, io non voglio essere felice, io voglio dipingere.” Quella notte stessa Claude si impicca davanti al suo grande quadro incompiuto.
L’opera è un romanzo complesso e sfaccettato, nel quale si possono trovare condensati moltissimi degli elementi che costituiscono la poetica di Émile Zola, quelli che a mio avviso costituiscono i suoi (molti) pregi ed anche quelli che evidenziano i suoi (almeno altrettanti) difetti.
Tra i primi vi è senza dubbio il riuscito tentativo di costruire un affresco sociale: è il grande disegno che sottostà a tutto il grande ciclo dei Rougon – Maquart, che si richiama esplicitamente a La Comédie humaine di Balzac. In questo caso l’oggetto di attenzione è come detto un mondo a parte, quello delle comunità di artisti che soprattutto a Parigi durante il secondo impero interpretarono e spesso criticarono i grandi mutamenti sociali ed ambientali che la borghesia trionfante stava imponendo. È indubbio che l’affresco dipinto da L’opera sia dotato di una sua vividezza. Oltre ai personaggi principali si ritrovano nel romanzo una serie di altri soggetti, ciascuno ben delineato e funzionale a caratterizzare il sapore dell’epoca. Così, Zola contrappone le figure di due mercanti d’arte: da una parte papà Malgras, che rappresenta già nel nome il mercante vecchio stampo, furbo ma amico degli artisti, in grado di comprendere la loro arte, le loro esigenze ed esperienze e di aiutarli alla bisogna; dall’altra Naudet, il mercante di un’epoca nella quale l’arte è solo affare e mercato, che tratta gli artisti come suoi sottoposti, non interessandosi affatto alla loro arte se non come fonte di guadagno. Altro personaggio importante dell’affresco è Irma Bécot, la mantenuta simbolo del vizio urbano, che si lega a Fagerolles perché ne condivide l’arrivismo e si sente attratta da Claude in quanto diverso rispetto al suo mondo. Infine mi piace citare la figura di Bongrand, il vecchio maestro che ha aperto la strada alla nuova pittura, che riconosce la grandezza di Claude e, unico insieme a Pierre Sandoz, lo accompagnerà al cimitero.
Tuttavia questi pregi non possono nascondere il fatto che il naturalismo di Zola, quel suo procedere in modo scientifico, traendo le conseguenze logiche dell’azione di ogni personaggio, costituisce il grande limite di questo romanzo. Come fa giustamente notare Lanfranco Binni, la scrittura a tesi di Zola, la sua ansia di spersonalizzazione, di oggettività, genera la sensazione di una incapacità complessiva di andare oltre la superficie delle cose, di penetrare davvero le motivazioni ultime dell’agire umano e delle dinamiche sociali e culturali. Ad esempio, nonostante le numerose e a volte lunghe descrizioni, Zola non è in grado di farci percepire perché l’arte di Claude sia così rivoluzionaria, non ci fa entrare nei suoi quadri, ce ne descrive solo l’aspetto esteriore, non ci fa comprendere quale movimento reale stesse determinando quella rottura. Il determinismo meccanicistico di stampo positivista che caratterizza la poetica di Zola si rivela a mio avviso, piuttosto che uno strumento per conoscere la realtà, un limite invalicabile rispetto alla capacità di trasmetterne la complessità. Se l’affresco è come dicevo vivido, è innegabile che si sente fortemente la mancanza della terza dimensione, la profondità, per cui il risultato è quello di colori piatti. In questo, quanta differenza con il modello balzachiano, appartenente ad un contesto culturale affatto diverso, ma anche – a mio avviso – con un autore affine come Maupassant.
Lo stesso linguaggio dei protagonisti, che si esprimono pressoché esclusivamente con il discorso diretto, appare artificioso, spesso inadeguato a ciò che vorrebbe esprimere: forse a questa mia sensazione non è comunque estranea la traduzione di Franco Cordelli, che mi è parsa tutt’altro che impeccabile.
Un elemento sorprendente de L’opera è il fatto che nel finale Zola sembra mettere in discussione le stesse basi ideologiche che gli hanno permesso di concepire i romanzi dei Rougon – Maquart. Quasi venti anni sono passati dall’ideazione del ciclo: il Secondo Impero è sepolto da tempo, come pure il luminoso e tragico momento della Comune, e la Francia è governata dalla ottusa reazione che porterà a breve allo scandalo dell’Affaire Dreyfus. In questo clima quanto meno poco esaltante anche il positivista Zola sembra porsi non poche domande, che ritroviamo esplicitate nel colloquio tra Sandoz e Bongrand dietro il feretro di Claude. Accanto alla sua fossa si bruciano i resti di vecchie bare impregnate di fango, e Bongrand, il vecchio maestro, parla di fine di secolo ingombra di demolizioni, monumenti sventrati, terreni che esalano un fetore di morte. Sembra evocare l’incipente novecento: “la nevrosi si insinua, l’arte si intorbida, […] la follia della personalità sino agli estremi”. Sandoz a sua volta ribatte: ”… questo eccesso di attività e di orgoglio nel sapere doveva ributtarci nel dubbio; […] la scienza non ci ha ancora dato, in cento anni, la certezza assoluta, la felicità perfetta?”. Per quattro pagine i due mettono in dubbio la fiducia nel progresso, mentre simbolicamente una locomotiva, che del progresso è il simbolo tangibile, annega con il suo fischio le parole del prete. Zola però si pente subito di questi dubbi, e ritorna sé stesso facendo dire ai due: ”Come! Già le undici! […] Andiamo a lavorare!”

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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