Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura polacca, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Storia di Gingio, il principe immaturo

FerdydurkeRecensione di Ferdydurke, di Witold Gombrowicz

Feltrinelli, Universale Economica, 2005

Ferdydurke è il primo romanzo di Gombrowicz; scritto negli anni ‘30, quando lo scrittore si trovava ancora in Polonia, è in qualche modo la risposta alle polemiche che seguirono la sua prima opera, i racconti di Ricordi del periodo della maturazione, poi intitolati Bacacay.
È da molti annoverato tra i capolavori dello scrittore polacco, ed affronta uno dei temi portanti della sua poetica, che già aveva trovato spazio nei suoi primi racconti: quello dell’immaturità. Accanto a questo, l’altra tematica che viene affrontata in Ferdydurke è quella della forma, intesa sotto varie accezioni: sia come necessità di adattare il proprio essere alle formalità imposte dalle convenzioni sociali, sia – quasi all’opposto – come ricerca della propria identità interiore, sia, infine, come modo di scrittura in grado di esprimere efficacemente il contenuto dell’opera.
Ferdydurke affronta comunque molti altri temi, alcuni dei quali strettamente legati alla situazione politica, sociale e culturale della Polonia degli anni ‘30, altri di carattere più generale, legati al disagio esistenziale dell’uomo nella prima metà del XX secolo: ciò ha portato molti critici a definirlo un mix di romanzo, pamphlet polemico e saggio filosofico/sociologico. Dico subito che, pur riconoscendone il valore intrinseco e apprezzando la scrittura di Gombrowicz, frizzante nella sua capacità di organizzare il caos creativo dandole per l’appunto una forma che tenti di esprimerlo, faccio fatica ad attribuire a Ferdydurke il rango di capolavoro assoluto, come molti fanno, soprattutto considerato il periodo in cui fu scritto e il ben altro spessore di autori ed opere che in quei pochi decenni videro la luce.
Protagonista del romanzo è il trentenne Józio Kowalski, che nella traduzione italiana diviene Gingio: qui è d’obbligo aprire una parentesi relativa alla traduzione, affidata da Feltrinelli a Vera Verdiani. Indubbiamente tradurre Ferdydurke, non deve essere stata impresa da poco: il testo è infarcito di concetti espressi da termini difficilmente traducibili, di espressioni gergali, ed alcuni personaggi utilizzano parlate vernacolari. Se in generale si può affermare, almeno per quanto ho potuto capire, che Verdiani se la sia cavata bene, è tuttavia caduta in ciò che ritengo essere una delle trappole tipiche di una certa scuola di traduzione italiana: la smania di italianizzare tutto il possibile. Così Józio diventa Gingio, ma abbiamo anche una famiglia che di cognome fa Giovanotti (vedremo poi perché) ed un giovane garzone del tutto polacco che si esprime in dialetto toscano. Come già rimarcato altrove, sono convinto che il ricorso alle note a piè di pagina, quando vi sia da informare il lettore di particolarità della scrittura, sia strumento più efficace rispetto alla forzata italianizzazione del testo, che in certo qual modo contribuisce a renderlo meno credibile.
In un incipit che molti hanno definito kafkiano, Gingio si sveglia in un’alba lattiginosa riflettendo sul suo stato: ha da poco passato la trentina, ha pubblicato Ricordi del periodo della maturazione, e in sogno gli è sembrato di essere ridiventato adolescente. Oltre all’angoscia esistenziale che lo opprime sente la contraddizione tra ciò che è stato, un giovane immaturo, ciò che è, un uomo non ancora perfettamente formato, e ciò che gli altri si aspettano che divenga. Il suo libro è stato considerato dai più l’opera di un immaturo, ed ora egli si sente spinto da tutti coloro che lo circondano, lettori, amici, critici, a rispondere, perché ”non siamo autonomi, ma solo una funzione degli altri, dobbiamo essere quali gli altri ci vedono”. Gli altri lo vedono immaturo perché loro stessi sono immaturi, di una immaturità diversa dall’innocenza dell’infanzia, data dalla stupidità, dall’accettazione supina delle regole e dei condizionamenti sociali, un’immaturità che viene spacciata per il suo opposto. A seguito di riflessioni, che occupano le prime pagine, da leggersi con attenzione e possibilmente da rileggere dopo essere giunti alla fine del romanzo, perché contengono il succo di ciò che accadrà, Gingio inizia a scrivere ”le prime pagine di un’opera genuinamente mia, un’opera a mia immagine e somiglianza, identica a me, un’opera che sovranamente sostiene le mie personali ragioni contro tutto e tutti…”
Da qui il lettore si trova immerso in queste pagine, anche se apparentemente non vi è nel testo soluzione di continuità nella narrazione. Subito compare il professor T. Pimko, vecchio e dotto filologo di Cracovia che, constatato che Gingio non è dotato del necessario spirito patrio e non conosce l’essenza della cultura polacca, decide di riportarlo a scuola. Nonostante le proteste, il trentenne Gingio si trova così tra i banchi di un liceo. Qui assiste allo scontro tra l’idealista Sifone (altra italianizzazione?) e il materialista Mientus, tra coloro che si considerano ragazzi che aspirano ad entrare nella vita adulta di cui conoscono i lati oscuri (sesso, turpiloquio) e chi idealizza il fanciullo e la sua innocenza; Gingio constata anche l’assoluta vacuità dell’acculturamento cui sono sottoposti gli studenti, ai quali si inculcano valori patriottici e ai quali si chiede di aderire acriticamente a giudizi estetici e culturali preconfezionati. La formazione dei giovani è simbolizzata da Gombrowicz tramite la sineddoche del culetto: i fanciulli innocenti sono puri anche nelle parti del corpo meno decenti, per cui compito dell’educatore è quello di formare loro un bel culetto. Significativamente, i seguaci dei ragazzi, che disprezzano l’innocenza e sentono come valore l’esperienza della vita adulta, esprimono la loro ribellione usando la parola culo nel turpiloquio, segnalando così di far parte del medesimo universo culturale dei loro avversari. Ancora, la sfida finale tra Mientus e Sifone è un duello a colpi di facce, vale a dire di atteggiamento, di posa, a segnalare come entrambe le posizioni non siano che i portati di una stessa falsa cultura che si deforma in pura forma.
Le proteste di Gingio per il fatto di essere un trentenne abusivamente costretto a tornare al liceo si fanno sempre più flebili, sia perché tutti lo vedono come un adolescente, sia perché progressivamente inizia a sentirsi a suo agio come immaturo. Pimko gli procura una camera presso la famiglia Giovanotti (eccoci!). Padre ingegnere, madre impegnata nel sociale e figlia, la bella Zuta, liceale e sportiva, i Giovanotti sono il paradigma della borghesia moderna, polacca ma non solo, dell’epoca, i cui fondamenti ideali sono facilmente rintracciabili anche in molte famiglie liberal di oggi. Se gli studenti si identificavano per il culetto, la moderna famiglia si riconosce per i polpacci. I Giovanotti sono (ovviamente) giovanilisti, a colazione discutono di pena di morte, hanno un rapporto libero con la figlia, che spingono ad essere naturale non reprimendo i suoi amori adolescenziali, anzi discutendo della possibilità che Zuta abbia presto un figlio. La satira di questi ambienti progressisti in cui affiora tutta l’ipocrisia di comportamenti preconfezionati è veramente graffiante, e come detto potrebbe benissimo applicarsi a precisi ambienti sociali del nostro tempo, ad una sinistra che ha da tempo sostituito alla lotta per i diritti sociali quella per i diritti civili, per le libertà individuali, divenendo così perfettamente funzionale alle finte contrapposizioni nell’ambito di un sistema politico ed economico che ne ha bisogno per giustificare il suo essere democratico, a patto che questo non metta in discussione i suoi fondamenti liberali e liberisti.
Molto divertenti, a questo proposito, sono l’episodio in cui Gingio, che si innamora di Zuta e la vuole far cadere dal piedistallo di perfetta liceale, spia l’entrata in bagno mattutina dei Giovanotti, che svela la loro corporeità vera senza la sovrastruttura culturale di cui è ammantata nei momenti ufficiali, la telefonata di Zuta agli amici, con il suo gergo giovanile che potrebbe benissimo essere quello di un adolescente milanese di oggi, e soprattutto la catarsi finale organizzata da Gingio che manda in crisi tutto il politicamente corretto dei Giovanotti.
Nei capitoli successivi Gingio e Mientus lasciano la città: Mientus è infatti alla ricerca del popolo, della figura del garzone, da lui inteso come l’esemplare dell’uomo puro, non traviato dalla sovrastruttura culturale borghese ma capace di relazionarsi autenticamente agli altri, e Gingio lo accompagna Si è già visto come Mientus, con il suo contrapporre il culo al culetto, il ragazzo al fanciullo venisse da Gombrowicz presentato come l’altra faccia di una stessa medaglia, quella dell’immaturità complessiva della società. Ora la figura di Mientus si precisa: è l’intellettuale progressista, che vede nella figura del garzone, nel popolo, la salvezza dell’umanità, con cui fraternizzare, di cui assorbire la spontaneità e la genuinità. Per Gombrowicz anche questa visione è però frutto di un travisamento, di una concezione idealizzata (ed elitaria) del popolo, come si vede chiaramente nelle belle pagine dell’uscita dei due compari dalla città, rappresentata come una teoria di cerchi concentrici nei quali progressivamente aumenta il degrado ma senza che vi si possa ritrovare traccia di quanto agognato da Mientus. Quando poi i due escono dalla città ed affrontano l’ignota campagna, troveranno villaggi nei quali i contadini si stanno strenuamente difendendo dai tentativi degli operatori culturali cittadini di sgrezzarli, e rischieranno il linciaggio.
Nell’ultima parte del romanzo è presa di mira la nobiltà terriera polacca, classe che Gombrowicz conosceva bene. Qui domina soprattutto il formalismo, la vacuità dei rapporti personali tra i membri della famiglia degli zii di Gingio, che non sanno andare oltre le frasi fatte per (non) comunicare tra di loro. Emergono in queste pagine le doti tecniche e creative dell’autore, che riesce davvero a far percepire, in modo estremamente divertente e leggero, lo squallore ed il vuoto pneumatico dei personaggi e di situazioni nelle quali nulla è come sembra.
Ma emerge anche il fatto che proprio questo vuoto formalismo è la base, l’essenza stessa del potere esercitato da questa classe sui subordinati, siano essi contadini o domestici. Così, a fronte dell’infatuazione ideale di Mientus per il giovane Walek, nel quale ha trovato l’incarnazione del perfetto garzone, i padroni, che tollererebbero un eventuale rapporto omosessuale, contrastano fermamente il fatto che un signore fraternizzi con un domestico, considerando ciò un atto da bolscevichi, in grado di per sé di scardinare l’immutato ordine delle cose che garantisce il loro status.
Le pagine che chiudono il romanzo sono il trionfo del culetto, che ormai domina sul mondo, ma quello che sembra un finale disperato, per quanto aperto, è oscurato dall’ultima provocazione di Gombrowicz, che termina con questi due versi, probabilmente edulcorati nella versione italiana per necessità di rima: ”Termine ho messo, / chi legge è fesso.”
È necessario però ancora accennare ai due inserti posti da Gombrowicz nel romanzo. In due punti topici, dopo i primi capitoli dedicati alle avventure scolastiche di Gingio e al momento dell’abbandono dei Giovanotti, Gombrowicz inserisce due brevi racconti del tutto avulsi alle vicende del romanzo, e dal titolo simile: Filidor foderato d’infanzia e Filibert foderato d’infanzia, facendo precedere ciascuno da una premessa; la prima assume i connotati di un breve pamphlet polemico nei confronti della critica e del pubblico, e ribadisce le basi teoriche del suo scrivere. La storia di Filidor, massimo filosofo sintetico in perenne lotta intellettuale (e non solo) con il suo grande avversario analitico, è molto godibile, e costituisce una sorta di continuazione in altra forma della lotta tra Mientus e Sifone. In un mondo infantilizzato, anche i due grandi studiosi non potranno che regredire all’infanzia e trovare il loro senso ultimo nel non-senso. Ancora più divertente è Filibert foderato d’infanzia, vero e proprio sberleffo di stampo dadaista – come notato da alcuni – dell’autore nei confronti del lettore, nella cui premessa Gombrowicz fa il verso a Rabelais. Questi inserti rispondono primariamente all’esigenza intimamente contraddittoria di Gombrowicz di dare una forma al romanzo che porti alla distruzione della sua stessa forma, intesa come limitazione della creatività imposta dalle necessità sociali. Lo stesso Gombrowicz ci dice che per rappresentare la bruttezza e la sciatteria di una società fondata sull’immaturità l’unico modo sarebbe scrivere un romanzo brutto e sciatto, ma ciò non è possibile. L’unico compromesso possibile è quindi far esplodere la forma attesa di un romanzo, ad esempio inserendo parti che (apparentemente) c’entrano poco con il resto.
Un bel romanzo, quindi? Indubbiamente si, brillante e per certi versi eversivo. Un capolavoro? A mio avviso no, perché non si sfugge, soprattutto viste le ambizioni dichiarate dall’autore, spiegate esplicitamente in una breve nota finale, ad una sensazione di superficialità, di carenza evocativa, ed anche – politicamente parlando – di un certo qualunquismo elitario, rispetto ai temi posti. Mi sento di affermare che, in maniera apparentemente paradossale, Ferdydurke non è un capolavoro perché anticipa i tempi, perché non è un romanzo moderno ma postmoderno, ed appartiene già ad un modo di far letteratura che riduce, tritura, frulla e mescola tutta la realtà, facendone un omogeneizzato dove il ridicolo è l’ingrediente che solo lo scrittore, vate quasi suo malgrado, è in grado di percepire e proporre al lettore. I tempi in Polonia ed in Europa a mio avviso imponevano una capacità di analisi ben diversa dalla satira pur graffiante ma quasi bonaria degli ambienti piccolo-borghesi e nobiliari, e forse il tema dell’immaturità non è che la sublimazione, parodistica ed immatura, di problematiche molto più drammatiche con cui chi viveva all’epoca doveva scontrarsi quotidianamente.
Se Ferdydurke è un capolavoro, come definire allora le quasi coeve opere di Kafka, Musil, Joyce, Proust e molti altri, tra cui il suo amico Witkiewicz?
Così, il buon Gingio rimane un piccolo personaggio, vittima della sua immaturità oltre che nelle pagine di cui è protagonista anche nella mia considerazione, vaso di coccio tra titani d’acciaio.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Un pensiero riguardo “Storia di Gingio, il principe immaturo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...