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Laddove si dimostra che il rapporto con la madre è sempre complicato

IlPiccoloamicoRecensione de Il piccolo amico, di Paul Léautaud

Garzanti, Gli elefanti, 1989

Paul Léautaud può essere considerato, a mio avviso, uno dei “prodotti” più eccentrici dell’atmosfera culturale di Parigi nel periodo che va dalla fine dell’800 allo scoppio della seconda guerra mondiale, periodo nel quale questa città è stata una delle capitali, se non la capitale mondiale, della vita e dell’elaborazione culturali.
Léautaud è sicuramente un personaggio minore in quel fantasmagorico panorama intellettuale, un giornalista e critico solitario, spietato censore delle mode del momento ma allo stesso tempo incapace di percepire la grandezza di alcuni dei protagonisti della vita culturale parigina, spesso propenso alla polemica fine a sé stessa, a crogiolarsi nel suo essere solitario e diverso. Questo è almeno quanto emerge dalla presentazione dell’autore che Lanfranco Binni ci regala in questa bella edizione de Il piccolo amico, la più nota delle sue non numerose opere letterarie, quasi tutte di carattere autobiografico.
E’ proprio dalla sua biografia che emerge appieno come Léautaud non potesse che essere parigino, come una figura di questo tipo non potesse che nascere e vivere in quella città in quella determinata epoca. Siccome, come detto, le sue opere sono perlopiù autobiografiche e siccome anche Il piccolo amico non sfugge a questa regola, credo sia essenziale fornire qualche breve nota sulla vita di questo autore, anche per il fatto che è sicuramente poco noto in Italia.
Nato nel 1872 dalla relazione tra due attori, viene abbandonato dalla madre quando ha solo tre giorni. Questo fatto segnerà la sua vita e sarà al centro, come vedremo, de Il piccolo amico. Viene così allevato dal padre, o meglio da una bambinaia, perché anche il padre lo vede come un ostacolo ai suoi amori. Frequenta così il mondo del teatro, ed in particolare cresce circondato dall’affetto delle prostitute che frequentano quel mondo. Il legame con le prostitute parigine sarà un tratto costante della sua vita e costituisce l’altro argomento portante de Il piccolo amico.
A cavallo del secolo entra in contatto con gli ambienti letterari parigini e diviene critico teatrale del Mercure de France, di cui rimarrà collaboratore sino al 1941. Vive in solitudine, ostentando un aspetto trascurato e quasi da clochard, sino al 1956.
Come accennato, due sono le tematiche portanti de Il piccolo amico, pubblicato nel 1903: il rapporto con la madre, direi la ricerca della madre da parte del giovane Léautaud e il suo rapporto, per meglio dire la sua amicizia, con le prostitute, sullo sfondo della Parigi della Belle Époque.
Léautaud vedrà la madre due sole volte: la prima nel 1881, quando ha otto anni, e la seconda nel 1901, ormai quasi trentenne. Tutta la sua vita è però solcata dal trauma dell’abbandono, dal mito di questa donna affascinate e sensuale che non l’ha voluto, e la sua misoginia, il suo rifugiarsi per tutta la vita nelle braccia amiche e comprensive delle prostitute è facilmente spiegabile con questo trauma infantile.
Il piccolo amico è in questo senso una sorta di grande operazione di autoanalisi, anche molto coraggiosa e impietosa, come è nello stile dell’autore: ormai trentenne, egli tira le somme di ciò che ha significato nella sua infanzia l’assenza della madre, e pone al centro della prima parte del libro il mitico incontro del 1881, quando la mamma lo accolse in una stanza d’albergo, lo strinse al seno (letteralmente, era a letto seminuda) e stette con lui tutto il giorno. Léautaud ci descrive quello che è il giorno più importante della sua vita con minuzia di particolari, e si vede che mentre scrive, vent’anni dopo, cerca di riassaporare ogni minuto di quella memorabile giornata. Emerge in particolare la sensualità della madre, che tra l’altro in serata porterà il piccolo Paul alle Folies-Bergère, quasi consegnandolo simbolicamente al mondo cui sarebbe appartenuto negli anni della giovinezza. L’ambiguità del rapporto con la madre emerge ancora più chiaramente nel secondo incontro, quando un Léautaud trentenne (lei ha 45 anni) la rivede in occasione della morte della zia e tra i due c’è uno scambio di atteggiamenti scopertamente erotici, che prosegue per un certo periodo per via epistolare. Lei è sposata, ha altri figli, e ad un certo punto interromperà l’equivoca (anche se solo “letteraria”) relazione con il figlio, che cercherà in ogni modo di riavvicinarsi a lei, senza successo. Questa ultima parte del libro è scritta quasi in presa diretta e ancora una volta Léautaud ci descrive minuziosamente gli avvenimenti, i contenuti delle ultime lettere, quasi a voler esorcizzare l’ennesimo abbandono materno e a voler registrare oggettivamente come si sono svolte le cose. Del resto l’idea di scrivere un libro sulla sua vita era venuta proprio dalla madre.
Alcuni capitoli iniziali del libro sono dedicati a ritrarre la vita dell’autore da piccolo, prima dell’incontro con la madre, e qui emergono descrizioni di quartieri di Parigi (Montmartre, Pigalle) che ci restituiscono, in scarni ma efficaci tratti di penna, l’atmosfera della grande città nei suoi angoli tranquilli, quasi bucolicamente trasfigurati dalla memoria di quel bambino triste che Léautaud è stato.
Vi è poi la parte dedicata alla vita mondana del giovane Léautaud, alla sua amicizia con le prostitute dei locali notturni parigini. E’ una vera e propria amicizia, in cui l’elemento sessuale è quasi secondario, ed è in ogni caso uno dei tanti modi di stare insieme, di sentirsi solidali nella propria solitudine attraverso il reciproco scambio di piacere. Sono pagine tenere, in cui l’autore riversa la propria gratitudine verso queste donne, che hanno una sensibilità particolare, che sanno capire quando lui ha bisogno di essere solo e quando cerca compagnia, che trovano in lui un amico pronto a prenderle per ciò che sono, senza giudicarle, disprezzarle e senza tentare di redimerle. Sono anche pagine in cui emerge, si potrebbe dire nonostante lo sguardo languido e tenero di Léautaud, la fatica e la crudeltà del mestiere, che porta queste donne ad invecchiare precocemente, sia fisicamente sia nell’animo.
Il piccolo amico è quindi, senza essere un capolavoro, un libro piacevole, che ci fa entrare nella vita di questo eccentrico autore grazie alla sua lucidità analitica, alla sua capacità di illustrarci, anche spietatamente, i suoi sentimenti, e nello stesso tempo ci fornisce dei brevi lampi che illuminano la vita di Parigi, i suoi quartieri, i suoi locali notturni all’inizio del ‘900.
Lo stile di scrittura di Léautaud è volutamente piatto, tranne in alcuni momenti dedicati alla madre o alle figure di alcune delle sue amiche cocottes, e questo perché, ci informa ancora Lanfranco Binni nella prefazione, egli è uno Stendhaliano convinto, che condivide volentieri l’accusa di “stile da portinaia” rivolta a Stendhal da tanti letterati. Léautaud odiava infatti la letteratura, la scrittura costruita attraverso lo stile, fino a dire di Flaubert (è sempre Binni che lo riporta): Quel povero Flaubert, che fu solo un operaio dello stile,- sebbene questo stile sia poi di un’uniformità desolante e gelida, senza intelligenza né sensibilità. Credo che questo giudizio, a mio avviso ingeneroso, riassuma bene la parzialità di questo autore.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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