Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Praga, Racconti, Recensioni

La patria di un poeta senza patria

DueStoriePraghesiRecensione di Due storie praghesi, di Rainer Maria Rilke

e/o, Tascabili, 1993

Pubblicando queste Due storie praghesi nel 1899 Rilke scrive: Questo libro non è altro che passato… Oggi non l’avrei scritto così, vale a dire che non l’avrei scritto affatto.
Quello del 1899 è già un Rilke senza patria, che vive ormai da due anni a Monaco di Baviera, ha dimenticato la tenera Vally della sua giovinezza praghese per gettarsi tra le braccia senza dubbio più energiche di Lou Andreas-Salomé, si accinge a partire per il lungo viaggio in Russia.
E’ quindi logico che due racconti scritti qualche anno prima, ambientati nella natìa Praga e centrati sul tema dello scontro in atto tra la dominante élite tedesca e la nascente coscienza nazionale ceca fossero ormai lontani dall’orizzonte culturale e personale del poeta.
Eppure, con gli occhi dei posteri, possiamo dire che si tratta di due racconti estremamente importanti per comprendere l’evoluzione della poetica di Rilke, per scorgere le radici di quel cosmopolitismo che costituirà uno dei tratti più importanti, anche se non certamente l’unico, del suo pensiero. Si tratta anche, lo dico subito, di due racconti a mio avviso molto belli, anche se profondamente diversi l’uno dall’altro, dei quali consiglio caldamente la lettura.
Rilke appartiene alla minoranza tedesca di Boemia: si tratta di una vera e propria classe dominante che, come viene ben spiegato nella postfazione di Marino Freschi, guarda più al militarismo prussiano che alla paternalistica cacania, che dopo i moti del 1848 vede con sospetto ogni apertura alla cultura slava, sentendola come una minaccia al proprio predominio economico e sociale, che considera gli slavi poco più di un ottimo serbatoio di manodopera per le sue imprese. Il giovane poeta, tuttavia, non riconosce la propria appartenenza a questa casta, di cui percepisce tutta la carica prevaricatrice: forse questo atteggiamento deriva anche dal carattere oppressivo dei suoi rapporti familiari, stretti tra un padre che vuole instradarlo verso la carriera militare che a lui ha dato poche soddisfazioni e una madre che aspira, senza riuscirvi, alla promozione sociale nei salotti aristocratici e della grande borghesia, e che in memoria della figlia primogenita morta piccola costringe René (Rainer sarà nome datogli da Lou Andreas-Salomé) a vestirsi da bambina.
Rilke quindi si sente da subito uno straniero anche nella sua città natale, nella quale la maggior parte degli abitanti parla una lingua diversa dalla sua. Questo senso di straniazione è probabilmente accentuato anche dal carattere particolare della città, carattere gotico, oscuro, misterioso, esoterico; insomma la Praga magica ma anche matrigna, la Praga periferia dell’impero dove tre diverse culture si guardano con sospetto non riuscendo a convivere e ad esprimersi vicendevolmente appieno, che costituisce il fondamento essenziale delle mirabili cattedrali culturali erette da gente come Meyrink, Kafka, Werfel e molti altri.
E’ in questo clima sociale e culturale che lo avvolge, e che si riflette appieno nei suoi tormenti interiori, che il giovane Rilke scrive le sue Due storie praghesi, nelle quali da un lato – nel primo racconto – punta il dito contro gli errori e il fanatismo del nazionalismo rivoluzionario di stampo anarchico e dall’altro – nel secondo – tenta, forse maldestramente e ingenuamente dal punto di vista politico ma con un già riconoscibile grande afflato poetico, di indicare una soluzione al conflitto latente tra tedeschi e cechi.
I due racconti sono infatti idealmente l’uno la continuazione dell’altro, e questa continuità è evidenziata plasticamente dalla presenza di un personaggio in comune, lo studente nazionalista e cospiratore Rezek, che nel primo racconto svolge un ruolo da coprotagonista mentre nel secondo appare in termini solo apparentemente più sfumati. Questa continuità programmatica non si ritrova invece a livello stilistico, in quanto il secondo racconto risulta molto più elaborato e maturo del primo, apparendo decisamente diverso anche nell’approccio stilistico.
Re Bohusch, che apre il libro, è la storia di un misero impiegato, gobbo, che vive ai margini della vacua intellighentsia ceca che solo a parole e comodamente sdraiata nei caffè cittadini blatera contro le prevaricazioni dei tedeschi: un giorno entra in contatto con lo studente Rezek, al quale confida per caso che nel suo scantinato c’è una sorta di stanza segreta; Rezek cerca di ingraziarsi il povero gobbo, al solo scopo di poter usare la stanza per le riunioni clandestine del suo gruppo. Re Bohush (è il soprannome del povero gobbo) che sino ad allora era stato emarginato da tutti, si sente improvvisamente al centro di un contesto importante, sogna di divenire il leader della rivolta rivoluzionaria e di poter così riconquistare la ragazza che ama, che naturalmente l’ha sempre preso in giro. Quando il nascondiglio sarà scoperto dalla polizia esploderà, crudele, il dramma.
Il racconto, dai toni molto cupi ed in cui la figura del protagonista assume tratti quasi caricaturali, è stato sicuramente molto influenzato dalla lettura de I demoni di Dostoevskij, soprattutto per quanto concerne la fosca figura di Rezek. Come dicevo con questo racconto Rilke lancia un atto d’accusa, sia nei confronti dell’intellettualità ceca praghese, dipinta con una grande carica sarcastica come vacua e parolaia, sia nei confronti di chi vede nella cospirazione e nell’azione violenta di stampo anarchico il mezzo per sconfiggere la dominazione tedesca. Nel racconto è espresso, per bocca di Rezek, un concetto che diverrà centrale nel secondo racconto: il fatto che il popolo ceco è un popolo “ancora come un bambino pieno di desideri, nessuno dei quali è stato ancora esaudito.” A questo popolo bambino si contrappone una intellettualità nata già adulta, che non è in grado di cogliere i veri desideri del popolo ma guarda astrattamente a modelli occidentali, parigini, per sognare una società diversa.
Il secondo racconto, Fratello e sorella, è estremamente più complesso, e contrappone alla matrice tardo-naturalista del primo una struttura stilistica che vira decisamente verso il simbolismo.
La storia è quella di una famigliola della piccola borghesia ceca, i Wanka, composta da madre e due figli, che dopo la morte del padre si trasferisce da Kromau (la splendida Český Krumlov di oggi) a Praga. Per vivere la madre va a servizio da una famiglia della borghesia tedesca, che la tratta con una sdegnosa sufficienza venata di razzismo. Il figlio maggiore Zdenko, che frequenta l’università, entra in contatto con il circolo rivoluzionario di Rezek; a lui la diafana e gracile sorella diciottenne di Zdenko, Luisa, sacrifica (è proprio il caso di dirlo, vista l’indifferenza di Rezek) la sua illibatezza. Poco dopo Zdenko muore di polmonite, ed in Luisa si fa strada la consapevolezza di dover contribuire alla tenuta sia economica sia emotiva della famiglia. La stanza di Zdenko, sino ad allora una sorta di santuario, viene affittata ad un giovane impiegato tedesco. Quando, poco dopo, anche la madre di Luisa muore, questa prende ancora più coscienza del suo nuovo ruolo ed addirittura fa una velata proposta di fidanzamento al giovane pensionante.
Credo che per interpretare questo racconto sia necessario andare al di là della semplice storia familiare. Come detto, secondo me il racconto è di fatto la metafora rilkiana (del giovane Rilke) della questione ceca e la proposta di quella che il poeta vedeva come la sua unica soluzione. Luisa e Zdenko passano infatti dalla fase della presa di coscienza della propria condizione di subalternità (le umiliazioni subite dalla famiglia tedesca) alla adesione al rivoluzionarismo anarchico, che però si rivela, come nel primo racconto, essere crudele e asfitticamente chiuso nel proprio fanatismo. L’unica soluzione sta, ci dice Rilke forse con una buona dose di ottimismo ed ingenuità, nel matrimonio tra le due culture. Luisa in questa metafora complessiva è il popolo ceco, che prima di potersi sposare con la kultur tedesca deve crescere, deve smettere di essere quel bambino irresponsabile e debole evocato in Re Bohusch. E’ infatti ciò che accade a Luisa, che perde la sua verginità per mano dei fanatici cechi ma da quel momento smette davvero di essere una bambina per divenire una donna cosciente del proprio ruolo nella storia, che sa cosa deve fare.
Il volume è chiuso da tre saggi, dei quali il più importante è sicuramente quello finale di Marino Freschi che, sia pure con accenti a mio avviso troppo attenti agli aspetti di carattere esoterico della città e della poetica rilkiana, mette in luce alcuni nodi cruciali del rapporto tra Rilke e la sua città natale.
Chi ha letto le Elegie duinesi o I quaderni di Malte Laurids Brigge, chi ama il Rilke senza patria, il poeta dell’invisibile, forse si troverà spiazzato di fronte a queste opere giovanili: io credo tuttavia che quel Rilke non possa essere compreso appieno senza prima esplorare le radici profonde di questo suo essere apolide: in questi racconti le torri e i ponti di Praga ci possono fornire alcune di tali radici.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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