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La grande letteratura alle radici della Cina moderna

diariodiunpazzoRecensione di Diario di un pazzo – La vera storia di Ah Q, di Lu Xun

Demetra, Acquarelli, 1994

È sempre molto complesso tentare di comprendere appieno testi o altre forme d’arte che appartengono a culture lontane nel tempo e nello spazio dalla nostra, soprattutto se si desidera andare al di là di una analisi di tipo meramente estetico, e cercare di capire perché un prodotto artistico sia stato generato proprio in quella forma e quali ne siano i presupposti sociali e culturali.
Prima di entrare nel merito dei due racconti che questo volume ci propone, è quindi a mio avviso opportuno addentrarci in una sommaria analisi della personalità artistica e civile dell’autore e della situazione del suo paese nell’epoca in cui egli visse, perché senza questi appigli credo non sia possibile andare oltre la superficie di queste due importanti opere.
Lu Xun, nato nel 1881 e morto nel 1936, è uno dei più importanti scrittori cinesi moderni. Fu saggista, poeta, traduttore e critico letterario, professore universitario e figura di riferimento degli intellettuali di sinistra nel convulso periodo della storia cinese che va dalla guerra russo-giapponese, combattuta anche in Cina, alla fine del millenario impero ormai del tutto asservito alle potenze occidentali (1911-12, Rivoluzione Xinhai) sino ai primi anni della guerra rivoluzionaria che avrebbe portato alla vittoria dei comunisti e, nel 1949, alla fondazione della Repubblica popolare cinese. Sono questi anni di profonde e drammatiche trasformazioni nella società cinese, che in pochi decenni passerà da un potere di tipo feudale che sembrava eterno alla repubblica parlamentare, alla dittatura nazionalista di Chiang Kai-shek e alla repubblica popolare, conoscendo inoltre le atrocità dell’occupazione giapponese di buona parte del suo territorio.
Lu Xun è come detto una delle personalità intellettuali prominenti di quegli anni: sin da giovanissimo diviene cosciente in prima persona dell’arretratezza sociale ed economica delle masse contadine cinesi. Nutritosi della letteratura europea, vive alcuni anni, grazie ad una borsa di studio, in Giappone, divenendo medico. Tornato in Cina nel 1909, insegna nelle scuole superiori e quindi, con la rivoluzione, riceve importanti incarichi universitari. Ben presto si rende conto di come la rivoluzione Xinhai non abbia intaccato le basi economiche e culturali del potere, e dopo un periodo di profonda crisi intellettuale si unisce ai gruppi di studenti ed intellettuali che reclamano una svolta radicale. Convinto che sia più importante “curare le menti” che il corpo, inizia l’attività letteraria pubblicando nel 1918 Diario di un pazzo, racconto che di fatto, come vedremo, fonda la letteratura cinese moderna. Collabora con riviste progressiste, ne fonda egli stesso ed è protagonista del dibattito culturale e politico cinese: agli inizi degli anni ‘30 la progressiva chiusura reazionaria di Chiang Kai-shek lo porta all’emarginazione: deve lasciare l’insegnamento e vive gli ultimi anni in semiclandestinità, avvicinandosi al Partito comunista senza mai iscriversi. Muore alla vigilia dell’invasione giapponese.
Questo volume Demetra, che ha ormai più di vent’anni, ci propone i due racconti senza dubbio più importanti della non numerosa produzione narrativa di Lu Xun, che come detto si dedicò molto alla saggistica ed alla traduzione, oltre che alla poesia.
Diario di un pazzo, del 1918, è come detto un caposaldo della letteratura cinese moderna, per alcuni motivi di fondo. Il primo è quello di essere stato scritto in Baihua, la lingua volgare che prima di questo breve racconto non aveva dignità letteraria. Sino ad allora, infatti, tutte le opere letterarie cinesi erano scritte nella lingua classica, una lingua letteraria che si era sempre più distaccata da quella parlata. E’ scontato quindi attribuire a questo racconto la stessa funzione che hanno svolto nel nostro paese i primi testi letterari in volgare rispetto al dominio del latino. Un altro motivo dell’importanza di questo racconto è che parla di gente comune, cosa ancora inusitata nel panorama culturale cinese dell’epoca. Ancora, la struttura stessa del racconto, composto da soli 13 brevi capitoli, era rivoluzionaria rispetto alla prolissità tradizionale della letteratura cinese.
Il breve racconto si ispira palesemente, anche nel titolo, alle Le memorie di un pazzo di Gogol’, a testimonianza delle frequentazioni letterarie occidentali dell’autore.
Nel primo capitolo, scritto in lingua classica, che funge da premessa, il narratore ci informa di avere trascritto alcune parti del diario di un suo amico, affetto da una forma di follia e di mania di persecuzione da cui era ormai guarito. Seguono i dodici capitoli del diario vero e proprio, nel quale il pazzo annota le sue paure rispetto a chi lo circonda: egli si è convinto che tutti stiano complottando per ucciderlo o per spingerlo al suicidio, essendo in realtà cannibali che vogliono potersi cibare delle sue carni. Egli interpreta le frasi di ogni giorno e gli sguardi dei suoi amici e di suo fratello come segnali inequivocabili del loro cannibalismo. Riflettendo, si convince che la persecuzione nei suoi confronti è iniziata vent’anni prima, quando ha calpestato i vecchi fogli dei conti del signor Ku Chiu (una nota ci informa opportunamente che Ku Chiu significa Vecchi tempi); leggendo i testi classici si rende conto di come la società cinese sia fondata da quattromila anni sul cannibalismo, di come questa pratica inconfessabile sia alla base del rigido confucianesimo che informa l’ordinamento sociale, di come ciò comporti che ciascuno guardi l’altro con sospetto, perché chi mangia gli altri ha a sua volta paura di essere mangiato. Tra i suoi conoscenti, non ”la pensavano tutti allo stesso modo. Alcuni pensavano che gli uomini potessero essere mangiati perché era sempre stato così. Altri sapevano che non si dovrebbe mangiare un uomo, eppure desideravano comunque farlo e avevano paura che qualcuno scoprisse il loro segreto”. L’ultimo, brevissimo e famoso capitolo, recita: “Ma, forse, ci sono ancora bambini che non hanno mangiato carne umana. Salvate i bambini…”.
Il pazzo è per Lu Xun colui che vede meglio la realtà, che ne coglie l’essenza. La società cinese tradizionale, non scalfita in questo da una gattopardesca rivoluzione, è basata sulla rigida divisione in classi, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (reso drammaticamente e scopertamente dalla metafora del cannibalismo), ma anche su convinzioni culturali ataviche, sulla paura piuttosto che sulla collaborazione e sulla fiducia reciproca. ”Come sarebbe bello se potessero liberarsi da questa ossessione e andare al lavoro, camminare, mangiare e dormire tranquillamente, senza preoccupazioni. Sarebbe sufficiente che facessero un piccolo passo. Eppure padri e figli, mariti e mogli, fratelli, amici, insegnanti e studenti, nemici giurati, stranieri addirittura, tutti si sono uniti alla cospirazione impedendosi a vicenda di fare questo passo”; così si chiude uno dei capitoli più evocativi del racconto. Un testo cupo, quindi, sicuramente dirompente per l’epoca e il contesto in cui fu scritto, nel quale si riflette la profonda disillusione per gli esiti della rivoluzione Xinhai, ma che si chiude con un lampo di speranza, che deriva forse dal rinnovato impegno sociale, politico e culturale dell’autore. Qualche anno dopo il racconto venne incluso nella raccolta intitolata significativamente Alle armi.
La vera storia di Ah Q è del 1921, ed è l’opera più famosa, almeno da noi, di Lu Xun: è infatti possibile reperirla in edizioni ancora in catalogo. Si tratta di una novella abbastanza lunga, nella quale prevale un tono satirico, il cui bersaglio sono anche in questo caso gli eterni vizi della società cinese.
Ah Q è un nome qualunque, adottato dall’autore perché nessuno ricorda il vero nome del protagonista, di cui peraltro nessuno conosce la storia. Egli è un vagabondo, che vive a Weichuang, paesucolo di provincia, facendo lavoretti saltuari, non disdegnando piccoli furtarelli e dormendo in una stanzetta offertagli dai monaci del Tempio del Nume Tutelare. Subisce spesso umiliazioni e angherie da parte dei signorotti della città e da quanti (quasi tutti) gli stanno al di sopra nella scala sociale, ma a sua volta disprezza e maltratta i pochi inferiori a lui, in particolare un certo Wang-Barbone. Sua peculiarità è la capacità di trasformare le umiliazioni in vittorie morali. Così, quando una banda di sfaccendati lo prende in giro per la tricofizia da cui è affetto, e alla sua reazione gli sbatte ripetutamente la testa contro il muro obbligandolo ad affermare di essere un insetto, egli elabora l’episodio così: Pensava di essere stato “il più grande dispregiatore di sé stesso” e gli bastava eliminare “dispregiatore di sé stesso” per sentirsi semplicemente “il più grande”. Un’altra volta, dopo avere scioccamente perso al gioco tutti i denari che aveva, si schiaffeggia, e si sente meglio in quanto schiaffeggiatore. Compie goffi tentativi verso l’altro sesso molestando una ragazza, venendo chiaramente respinto e maltrattato. Disprezza tutto ciò che non può capire, come gli abitanti della vicina città che chiamano stretta un tipo di panca che a Weichuang chiamano lunga. Il disprezzo generale da cui è circondato è attenuato solo una volta, quando torna dalla città con alcuni capi d’abbigliamento, frutto di furti, che può rivendere alle mogli dei signorotti locali.
Quando scoppia la rivoluzione pensa di entrare nelle sue fila, perché intuisce vagamente che in quel modo potrà elevarsi dal suo stato, nel senso di avere più denaro e roba. I capi locali della rivoluzione sono però gli stessi signorotti di prima, riconvertiti in fretta per conservare il potere: il loro massimo gesto rivoluzionario è stato tagliarsi il codino, simbolo del passato imperiale. Ovviamente il loro disprezzo per Ah Q non muta, anzi: quando nella casa di uno di questi viene compiuto un furto, la colpa ricade sull’incolpevole Ah Q, che diviene la vittima di una giustizia che ha necessità di infliggere condanne esemplari. Il suo destino si compirà ingloriosamente: dovendo sottoscrivere la propria condanna a morte si preoccuperà solo perché, non sapendo scrivere, non riesce a fare un cerchio perfetto (l’equivalente della nostra croce).
Se il tono del racconto è sicuramente più satirico rispetto a quello del Diario di un pazzo, ed in alcune parti si ride delle malefatte di Ah Q, in realtà questa novella è forse più disperata dalla precedente, perché termina senza alcuna speranza per l’avvenire. Infatti Ah Q, portatore di tutti i difetti culturali e caratteriali della società cinese, muore nell’incoscienza che ne ha caratterizzato l’intera esistenza, ucciso dal nuovo potere che ha mutuato appieno i caratteri di quello antico.
Come detto all’inizio, sarebbe complicato comprendere appieno questi due racconti senza contestualizzarli rispetto alla cultura cinese e al periodo storico in cui furono scritti: sono i racconti di un intellettuale che riteneva che la letteratura dovesse porsi degli obiettivi civili e politici, essendo pienamente cosciente che in ogni caso la cultura svolge tali ruoli. Ma l’intellettuale che voglia esprimersi raccontando storie, per essere veramente uno scrittore, deve saper tradurre questo obiettivo in pagine letterarie, deve saper dare un’anima alle storie che racconta, un’anima che permetta anche a chi è lontano nel tempo e nello spazio dal contesto in cui quelle storie furono scritte di gustarne l’essenza, e leggendo questi due racconti ci si rende conto di come Lu Xun fosse un grandissimo scrittore. Oggi la Cina è molto più vicina a noi di quanto lo fosse ai tempi di Lu Xun, ma le sue opere ci fanno comprendere meglio i travagli attraverso i quali è divenuta ciò che è.
Altre volte ho criticato i volumi Demetra per la scarsa qualità complessiva. In questo caso – prescindendo dalla qualità della traduzione, che ovviamente non sono in grado di giudicare ma che è perlomeno scevra da grossolani errori di stampa – il volume è corredato da una nota biografica sull’autore, da una breve ma accurata prefazione del curatore Davide Sala e da molte note, che permettono di comprendere meglio alcuni passaggi e citazioni dei testi, che altrimenti rimarrebbero oscuri a chi non è specialista di storia e cultura cinese. Questi elementi, uniti all’importanza dell’autore e al fatto che oggi il primo racconto dei due proposti non è reperibile in alcuna edizione sul mercato del nuovo, mi spingono a consigliare l’acquisto di questo libro da parte di chi lo trovasse in una libreria remainder o su una bancarella.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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