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Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese

NelPaesedelleUltimeCoseRecensione di Nel paese delle ultime cose, di Paul Auster

Einaudi, Tascabili, 2003

Paul Auster pubblica Nel paese delle ultime cose nel 1987, subito dopo La trilogia di New York, l’opera che lo portò all’attenzione del pubblico e della critica. Si tratta di un romanzo per certi versi anomalo rispetto alla produzione dello scrittore statunitense, soprattutto perché si cimenta con un genere, quello della letteratura distopica, che – almeno per il momento – lo scrittore non ha più affrontato, ed anche perché, contrariamente alla quasi totalità della sua opera narrativa, non è ambientato a New York e neppure negli Stati Uniti.
All’interno di questa cornice inusuale troviamo però in questo romanzo alcuni dei temi tipici della letteratura di Auster: il rapporto tra il linguaggio e l’oggetto della rappresentazione semantica (le cose), la struttura sociale come leviatano che costringe l’uomo ad una incessante lotta per l’esistenza, il caso come fattore determinante il corso della vita, la funzione dello scrittore e della scrittura come strumenti della memoria collettiva.
Dico subito che a mio avviso queste tematiche, indubbiamente di grande rilevanza, vengono trattate da Auster in maniera inadeguata e confusa, conferendo al romanzo un alone di superficialità, di attenzione al meccanismo della scrittura, di ossessione per l’effetto, per la bella pagina più che per il suo contenuto, che mi è capitato di riscontrare anche nelle altre opere dello scrittore statunitense che ho letto.
Aggiungendo il fatto che – come vedremo – Auster affronta il tema della società distopica da una prospettiva esterna, con un intento generale che dal mio punto di vista porta il lettore occidentale a ritrarsi in una dimensione consolatoria, ne deriva un personale giudizio di perplessità sia rispetto alla costruzione del romanzo sia rispetto al suo intento politico, a dispetto delle tante critiche entusiastiche che si trovano in rete e non solo.
Il romanzo si compone di una lunga lettera che la protagonista, la giovane Anna Blume, scrive ad un amico (il vecchio fidanzato?) da una anonima città in cui si è recata alcuni anni prima per cercare il fratello giornalista, scomparso subito dopo essere stato inviato dal suo giornale per mandare reportage sulla situazione politica, sociale e culturale del paese di cui la città è la capitale. Nel paese infatti si sono succedute rivolte e colpi di stato, e la situazione economica è precipitata.
Anna nelle prime pagine descrive lo stato di degrado, di anarchia e di violenza in cui si trova la città, quindi ripercorre con la memoria la sua vita dal momento in cui è arrivata via mare in città, dopo avere incontrato il direttore del giornale per cui lavorava il fratello – che cerca di dissuaderla dall’andare là – dicendole tra l’altro che ha mandato un altro reporter, tale Samuel Farr, sulle sue tracce.
La città è una sorta di girone infernale, abbandonata a sé stessa dal governo, nella quale tutte le basi del contratto sociale sono scomparse o sono sovvertite. Non esistono più servizi pubblici, le derrate alimentari sono scarse, fiorisce il mercato nero e gli abitanti soffrono una tremenda fame; la maggior parte di essi non ha lavoro né casa e si aggira per strade piene di cadaveri che vengono immediatamente depredati dei vestiti e raccolti da squadre di spazzini, al fine di essere cremati per produrre energia elettrica. Per guadagnare pochi gloti (la moneta locale) molta gente raccoglie immondizie per le strade usando i carrelli dei supermercati e conferendole ai centri di raccolta che le brucia sempre per produrre energia, visto che le scorte di petrolio e carbone sono finite. Altri raccolgono gli oggetti più disparati, che possono essere venduti ai Restauratori che li riciclano. Le strade sono controllate da bande pronte a derubare il prossimo, e su tutto aleggia un fetore di cadaveri in decomposizione ed escrementi. In questo violento sfacelo non mancano alcuni passi di ironica leggerezza narrativa, come quelli nei quali Anna ci parla dei gruppi che escogitano le modalità più inverosimili per darsi la morte, considerata l’unica prospettiva di liberazione dalla tragica realtà.
Anna è giunta in città alcuni anni prima: non trova il fratello, perché l’indirizzo a cui lo cerca semplicemente non esiste più, essendo stato l’intero quartiere distrutto. Non potendo ritornare a casa – in quanto dal porto non partono più navi e gli aerei non si sa più cosa siano – inizia per sopravvivere a raccogliere oggetti dormendo all’addiaccio. Giunta ormai allo stremo conosce Isabel, una anziana signora che la ospita nella casa in cui vive con il marito Ferdinand, un ex grafico pubblicitario paranoico la cui unica occupazione è ora costruire modellini di nave in bottiglia sempre più piccoli. Quando, a seguito di complicate vicende, è costretta a lasciare la casa di Isabel, si rifugia nella biblioteca centrale della città, dove vivono alcune comunità intellettuali tollerate dal governo. Qui incontra Samuel Farr, che sta scrivendo un libro sulla città ed ha idee su come scappare, e i due si innamorano. Un drammatico episodio interromperà però il loro idillio, e Anna si ritroverà gravemente ferita a Casa Woburn, una clinica che un ricco filantropo ha fondato per aiutare i poveri e gli ammalati. Rimessasi, ritrova la serenità e anche l’amore con Victoria, la titolare, che la fa lavorare per la clinica. Un giorno per caso ritrova Sam, ed anche lui inizia a lavorare lì. Anche questo periodo di tranquillità è però destinato a finire presto, a causa delle crescenti difficoltà finanziarie della Casa. Anna, Sam e Victoria decidono quindi di tentare di uscire dalla città, grazie a documenti falsi procurati da un ambiguo personaggio di nome Boris Stepanovich, utilizzando la vecchia automobile della clinica. Negli ultimi giorni prima della partenza Anna inizia a scrivere la lettera che è il romanzo che stiamo leggendo.
Come si può vedere da questo riassunto, estremamente sommario e lacunoso, Auster mette nelle 170 pagine del romanzo tantissima carne al fuoco: troppa. Del resto la quarta di copertina dell’edizione Einaudi che ho letto (desolatamente priva di qualsivoglia contributo critico alla lettura) rivela la intenzione provocatoria di Auster: ”scrivere il romanzo del ventesimo secolo, le tappe di un viaggio infernale con i suoi moderni dannati”. Non so se Auster avesse veramente tale intenzione, oppure se questa gli è stata messa in bocca dal curatore del volume al fine di colpire il possibile lettore: sta di fatto che se tale era l’ambizione, l’autore ha a mio avviso fallito l’obiettivo, del resto smisurato, e mi sento di dire – dopo avere letto tre delle sue opere maggiori – che ha fallito perché concretamente non può andare oltre i suoi oggettivi limiti espressivi, che contrastano pesantemente con una ambizione letteraria derivante da un ego intellettuale ipertrofico.
In quello che dovrebbe essere il romanzo del XX secolo ci troviamo immersi in una città che è il concentrato dei luoghi comuni letterari e cinematografici su cui si basano molte opere distopiche, si tratti di capolavori o di opere di genere. Vi si possono ritrovare richiami più o meno evidenti (almeno per ciò che ho potuto percepire io) a 1984, a Fahrenheit 451, a Blade Runner e al romanzo di Dick da cui è tratto il film, a 1997: Fuga da New York di John Carpenter. Ora, non mi disturba tanto il gioco delle citazioni, che spesso è parte essenziale della modalità di esprimersi di un autore, quanto il fatto che qui divenga in certo qual modo l’unica cifra della costruzione dell’atmosfera della città, il che ne fa – come detto – un luogo comune. Auster non ci mette nulla di veramente suo, tranne l’ironia con cui tratteggia i gruppi degli aspiranti suicidi (in cui si può forse vedere un amaro sarcasmo nei confronti delle nuove tendenze culturali newyorkesi nell’epoca dell’edonismo reaganiano) ma si limita a saccheggiare un armamentario già visto, a tratti vagamente grand-guignolesco. Come mi pare gli accada spesso, rimane poi alla superficie delle storie, perdendo straordinarie occasioni per approfondire caratteri e situazioni. È il caso di momenti chiave del racconto, quali il rapporto di Anna con Isabel e Ferdinand prima e quello con Sam poi, che vengono letteralmente tirati via. Di converso, introduce elementi – quali l’amore lesbico tra Anna e Victoria – che non hanno alcuna funzione nell’economia della vicenda, inducendo il sospetto di una particolare attenzione verso le esigenze del lettore.
Nel paese delle ultime cose vorrebbe essere il romanzo del XX secolo anche e soprattutto perché utilizza l’ambientazione distopica per raccontarci come le parole stiano perdendo di significato, come impercettibilmente ma costantemente la società si dimentichi dell’esistenza delle cose e – poco dopo – anche del significato delle parole che queste cose descrivono. Detto per inciso che di questi temi la letteratura del XX secolo si è già ampiamente occupata, e che quindi la riflessione sul rapporto tra significante e significato, sulla perdita di senso del linguaggio e sul ruolo della scrittura in questo contesto non mi pare fosse una assoluta novità nel 1987, credo che anche in questo caso Auster si limiti a fare i compitini, con risultati largamente al di sotto delle sue ambizioni. Nel più importante passaggio dedicato a queste tematiche, Anna parla con un funzionario chiedendo se non possa andarsene in aereo, e quello gli risponde che gli aerei non esistono, che non sono mai esistite macchine volanti. Seguono un paio di pagine con considerazioni sulla memoria, sulle parole e le cose, che non brillano a mio avviso né per profondità di analisi né per felicità dell’esposizione, particolarmente scolastica, nelle quali la tesi di fondo è che i cambiamenti sociali ed economici provocano la continua sparizione di oggetti fisici, cui si associa poco dopo la sparizione delle parole che li descrivevano. Non tutti però dimenticano le stesse cose nello stesso momento, e questo genera difficoltà di comunicazione. ”Come puoi parlare con qualcuno di aeroplani, per esempio, se questa persona non sa cosa sia un aeroplano?”. Da qui, ci suggerisce Auster con questa opera, la necessità e l’urgenza che Anna scriva sul suo quaderno blu, che Sam scriva il suo libro: anche se non saranno letti da nessuno (in realtà il quaderno di Anna sembra essere letto dal suo vecchio amico) fisseranno comunque per sempre le cose anche dopo la loro sparizione. Questo ed altri passaggi in cui affiora questo tema sono comunque letteralmente sommersi dall’azione del romanzo, dalle pagine dedicate alla descrizione della città e delle vicende di Anna, finendo per ritagliarsi un ruolo marginale a dispetto del titolo del romanzo.
Restano da analizzare i risvolti politici del romanzo. La letteratura distopica indubbiamente ha come finalità essenziale quella di descriverci società apparentemente lontane, nel tempo o nello spazio, dalla nostra, ma che in qualche modo rappresentano gli aspetti estremi od evolutivi della società in cui viviamo. Spesso queste società sono il risultato dell’evoluzione tecnologica disumanizzante, oppure dell’instaurarsi di regimi totalitari, oppure ancora si generano a seguito di disastri planetari. Nella migliore letteratura di questo genere ci immergiamo quindi in mondi che evidenziano le possibili, terribili conseguenze della proliferazione di germi già presenti nella nostra attualità.
Rispetto a questo assunto di base della letteratura distopica Nel paese delle ultime cose rivela una fondamentale distanza, che si traduce a mio avviso in un fattore di estrema debolezza, in un assunto consolatorio venato da una precisa ideologia.
In questo romanzo, infatti, non è il mondo che si è trasformato, si è inverato in distopia, ma è un paese, un pezzo di mondo: Anna viaggia per dieci giorni in mare per raggiungerlo, e dall’altra parte ci sono ancora il suo amico, la sua casa, la sua tranquilla esistenza borghese e spensierata. Non è quindi la società in cui Anna è vissuta che ha generato lo sfacelo e la violenza in cui è immersa, ma l’altra parte del mondo. Essendo stato scritto negli anni ‘80, non è difficile capire a quale altra parte Auster si riferisca: la città e il paese, sia pure mai chiamati per nome, non sono gli Stati Uniti, tanto che si raggiungono dopo un lungo viaggio e hanno una moneta diversa (il cui nome, guarda caso, somiglia molto a quello della moneta di un paese allora comunista). Esistono quindi un mondo buono e uno cattivo, che Auster ci descrive davvero come l’impero del male teorizzato dal vituperato Reagan. Emerge anche in Auster a mio avviso la sindrome del giusto che caratterizza buona parte della cultura statunitense, e che si può riassumere così: al nostro interno abbiamo tante contraddizioni, ma quando ci rapportiamo agli altri siamo sempre nel giusto. In Go(l)d we trust.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

7 pensieri riguardo “Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese

  1. Sono proprio curiosa di leggere questo autore di cui non avevo neanche mai sentito parlare…
    “Il vituperato Reagan”, ma guarda un po’… (Mi ricordo che quando è stato eletto mia sorella per poco non ha avuto un mancamento; io l’avevo presa meno tragica, il mancamento me lo sono tenuto per Trump).

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    1. Ciao Elena.
      Bentornata e complimenti per il tuo ultimo post su Goethe, che non ho ancora avuto il coraggio di commentare tanto induce a riflessioni…
      Il vituperato è riferito al giudizio ufficiale che Auster dà della sua presidenza, estremamente critico, ed al fatto che a me è parso che in questo libro l’autore trasmettesse in realtà un messaggio – forse subliminale – circa gli USA come regno del bene.
      Personalmente considero Reagan lo strumento che i poteri statunitensi trovarono per imporre, prima nel loro paese poi al mondo, il neoliberismo che ci sta portando alla rovina.

      A presto
      V.

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  2. La tua recensione è molto interessante, come sempre ben fatta e motivata, ma personalmente non scorgo in questa storia delle accuse più o meno velate all’Unione Sovietica del periodo (nel 1987 non c’era già Gorbaciov al segretariato del PCUS, iniziatore di quel processo di riforme che contribuì, tra alti e bassi, alla fine della guerra fredda?), né un’esaltazione dell’America come unica detentrice della verità e della giustizia. Ci intravedo, più semplicemente, la rappresentazione degradante di un paese – come qualunque potrebbe essere nel nostro instabile mondo – caduto sotto un governo dittatoriale in seguito a una probabile catastrofe nucleare, a mio avviso posta in modo abbastanza originale rispetto ad altre letterature distopiche (senza togliere nulla a Huxley e Orwell), e comunque in ogni caso indicativa (forse più che in altri libri austeriani) dell’ossessione dell’autore per gli oggetti in via di estinzione, che si stanno perdendo o infrangendo nella nostra quotidianità, il cui recupero forsennato da parte dei personaggi (smontamento e riassemblamento di qualsiasi possibile scarto) sembra alludere non solo a una necessità di sopravvivenza fisica, ma anche a un bisogno (inconscio) di ricreare un mondo originario che abbia ancora una certa sensatezza, dove non perdere quel minimo di umanità che ancora resta. Potrei anche sbagliarmi, ma propendo a interpretarla in tali termini. A parte questo, resta a mio avviso un bel (breve) romanzo, capace di catalizzare l’attenzione fino all’ultima riga, e che proprio per la sua brevità non poteva, in ogni caso, estendersi troppo in là con lo sviluppo di certe tematiche.

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    1. Ciao Alessandra.
      So che la mia opinione su Auster e su questo libro è molto personale (come del resto le opinioni di chiunque), e non intendo imporla a nessuno.
      Per me, da quello che ho letto, la letteratura di Auster è quella di un tipico rappresentante liberal statunitense, nell’accezione che questo termine ha assunto in epoca clintonian/blairiana, cioè di chi si è assunto il compito di traghettare le culture (e le politiche) un tempo critiche e alternative nell’ambito del mainstream liberista. Siccome credo che questo sia stato (e sia) uno dei più grandi tradimenti delle aspirazioni ad un mondo diverso degli ultimi decenni, sono molto critico verso l’intellettualità di questo tipo. Ora, può darsi che abbia travisato il senso ultimo di questo libro accecato dai miei pregiudizi, ma mi è sembrato di scorgere nelle sue pagine consistenti indizi di una precisa operazione culturale: è un fatto che Anna viva in un mondo diverso rispetto alla città, che questo mondo sia il nostro mondo e che quindi la città appartenga ad un altro mondo. Per gli USA degli anni ’80 questo altro mondo era il comunismo (come anche oggi lo sono parte del mondo islamico, la Russia, la Cina, la Corea del Nord e chiunque si opponga al loro imperialismo economico). È vero che nel 1987 c’era Gorby, ma l’URSS restava il nemico da abbattere, e che poi fu effettivamente spazzato via (anche a causa della sua, dell’URSS, storia concreta). Non dico che Auster sia un bieco anticomunista (bieco per me, ovviamente), ma mi pare di poter dire che sia mooolto organico all’egemonia culturale statunitense.

      A presto
      V.

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      1. Ciao Vittorio,
        ho letto “Nel paese delle ultime cose” e devo dire che sono piuttosto d’accordo con Alessandra. Mi sembra arduo individuare nel romanzo allusioni a situazioni politiche precise. Mi pare che il paese da cui viene Anna non sia tanto una questione di luogo quanto di tempo: un “prima” antropologico a cui è impossibile tornare perché è trascorso e perduto. Alla fine del romanzo i “superstiti” tenteranno di uscire dalla città, ma di un ritorno al mondo di origine di Anna e Sam non si parla e io ho l’impressione che Anna stessa non prenda nemmeno più in considerazione questa possibilità, e non per difficoltà esterne.
        Detto questo, mi trovo invece d’accordo con te sull’impressione di superficialità, nel senso soprattutto di una mancanza generale di coerenza. Questo “paese delle ultime cose” è estremamente, e volutamente, vago, per permettere il fiorire di “episodi” quasi a sé stanti e che rispondono a logiche solo molto sommariamente riferibili a un quadro generale – peraltro, come dicevo, molto vago e via via adattabile. Più che un romanzo vero e proprio sono le avventure di Anna in un paese delle meraviglie sui generis. Questo navigare a vista, con maggiore o minore abilità, fregandosene del senso generale e della coerenza interna mi ha irritato in diversi autori, fra cui il recente Nobel Ishiguro, Murakami, Bolano – finché qualcuno non mi ha detto che non c’è motivo di irritarsi, anzi, che questo è il postmoderno.
        Sarà, ma faccio fatica ad abituarmi. E in particolare questo Paul Auster, almeno in questo romanzo, mi sembra un po’ scarsino, anche come postmoderno.
        Una curiosità: la protagonista si chiama Anna Blume. “Anna Blume” è il titolo di una raccolta poetica del poeta e pittore tedesco Kurt Schwitters (1887-1948), vicino al dadaismo. A me sembra che alcuni dei testi e il clima generale della raccolta possano aver ispirato Auster nella creazione della sua città distopica. Sarebbe bello sapere se è vero.
        Ciao e a presto
        Elena

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        1. Ciao Elena: grazie per il lungo e articolato commento (ed anche per esserti sorbita, a causa mia, Il paese delle ultime cose).
          Sì, so che le mie tirate grettamente politiche su alcuni libri che leggo non sono in genere accettate da chi legge i miei post, ma che ccé voi fà, derivano da uno dei piani interpretativi cui mi rimandano le mie letture (non tutte, per la verità). Nel caso del romanzo di Auster credo che l’intento consolatorio sia abbastanza evidente: forse – come dici tu – il mondo normale potrebbe essere perduto nel tempo più che nello spazio, ma credo che alcuni elementi narrativi rafforzino invece la tesi dell’alterità qui e ora della città; la lettera di Anna ci è di fatto letta dal suo vecchio amico, che l’ha ricevuta, e continua tranquillamente a vivere nel nostro mondo.
          Certo questi elementi non bastano per identificare la città distopica con l’URSS o la Polonia degli anni ’80 (forse questa è davvero una forzatura), ma a parer mio sono sufficienti per poter far dire al lettore meno male che sono dalla parte giusta. Intendo con ciò dire che la letteratura distopica perde gran parte della sua carica critica se assume che comunque ci si può rifugiare in un mondo del bene che continua ad esistere. Diviene una versione più sottile, più raffinata, più progressista del vecchio western con il VII cavalleria o dei film di fantascienza degli anni ’50.
          Detto questo, non sono in grado di dare un giudizio compiuto sul postmodernismo in letteratura, perché come sai leggo sporadicamente autori contemporanei (nessuno dei tre che hai citato ha mai incrociato il mio sguardo di lettore). C’è però un autore postmoderno che amo molto: Thomas Pynchon, e confrontando i due mi sento di dire che il postmodernismo è un’etichetta di comodo che contiene probabilmente tutto e il contrario di tutto: autori come Pynchon, che cercano coerentemente di rappresentare il caos in cui viviamo con una non-letteratura caotica, che sperimentano sulla loro pelle di scrittori cosa significhi tentare di riprodurre attraverso le parole il senso del nostro non-senso e altri che si adagiano – osannati dalla critica acritica – sulla insanabile contraddizione di tentare di descrivere logicamente (cioè avvalendosi di forme-scritture nate in contesti affatto diversi) un mondo che (forse…) non ritengono logico. Inevitabilmente in quel caso la forma-scrittura prende il sopravvento, e tutto rimane in superficie. Joyce non avrebbe potuto farci entrare nella testa di Molly se avesse continuato a scrivere come Balzac, esattamente come Auster non può farci entrare nel mondo in cui viviamo continuando a scrivere romanzi. Pynchon questo l’ha bene in testa, e infatti scrive cose che non possono essere classificate, che sono puro caos organizzato. Per questo non vincerà mai il Nobel! Di più non posso dire perché come detto conosco poco di un periodo che, per quel poco che posso capire, farebbe bene a certificare ufficialmente la fine della letteratura come l’abbiamo conosciuta, classificandola per quello che ormai è: una branca elitaria dell’intrattenimento.
          A presto
          V. (guarda caso anche titolo di uno dei capolavori di T.P.)

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