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Prosa leggera, scarsi contenuti: quando alla forma non corrisponde adeguata sostanza

Recensione de Il kepì, di Colette

Adelphi, Piccola biblioteca, 1996

Mi ha un poco stupito, scorrendo le pagine delle più note librerie on-line, scoprire che negli ultimi anni sono stati pubblicati in Italia oltre cinquanta volumi di scritti di Colette, dei quali una trentina attualmente effettivamente disponibili. Sicuramente in parte ciò deriva dalla mole della produzione letteraria dell’autrice francese, conseguenza di oltre mezzo secolo di attività: purtuttavia numerosi altri autori della prima metà del ‘900, anche importanti, che hanno scritto molto, sono oggi completamente dimenticati dall’editoria italica. Perché allora tanta attenzione editoriale per questa autrice, che a mio giudizio appare tutt’altro che un caposaldo della letteratura? Per quanto ho potuto desumere da questa lettura, che segue di molti anni quella di alcuni altri volumetti Adelphi, ritengo che sostanzialmente ciò derivi dal fatto che Colette piace, sia come scrittrice sia come personaggio, essendo in grado di trasmettere al lettore medio, inteso in senso pasoliniano [cfr. La ricotta], attraverso la sua opera ma anche con la sua biografia, quello che definirei il senso di una rassicurante trasgressività.
La biografia di Colette è talmente francese e parigina da sembrare costruita ad arte, e contemporaneamente, a mio modo di vedere, è paradigmatica di come la trasgressione, a patto di non mettere in discussione i fondamenti dell’ordine sociale, possa essere pienamente istituzionalizzata – quando l’istituzione possiede sufficiente intelligenza per comprendere quanto ciò le possa far comodo – sino a basare su di essa la costruzione di un vero e proprio mito e monumento nazionale.
Colette, nom de plume di Sidonie Gabrielle Colette, nasce in uno nei cuori della Francia, la Borgogna, nel 1873. È figlia di un capitano dell’esercito a riposo che ha perso una gamba nella battaglia di Melegnano e di Sidonie Landoy, donna molto volitiva, atea convinta e femminista, che la farà crescere in libertà e a contatto con la natura. Già durante l’infanzia divora i grandi classici francesi e stranieri, adorando in particolare Balzac. Giovanissima, conosce Henry Gauthier-Villars, detto Willy, scrittore e critico musicale molto influente, fratello di un noto editore nonché donnaiolo compulsivo. I due si sposano nel 1883 e Colette va a vivere a Parigi, dove conduce vita mondana frequentando i più noti letterati del tempo. Nel 1900 Willy pubblica a suo nome Claudine à l’école, un romanzo scritto in realtà dalla moglie ispirandosi alla sua adolescenza in Borgogna, diario intimo di una quindicenne nel quale affiorano la scoperta della sessualità e una buona dose di omoerotismo. Grazie all’abilità manageriale di Willy il romanzo suscita grande scandalo ed è un enorme successo: sarà seguito da altri tre volumi centrati sul personaggio di Claudine, sempre firmati da Willy, grazie ai cui proventi questi regalerà alla moglie una tenuta in campagna. Fra continui tradimenti di lui, amori saffici di lei e ménages à trois, la coppia si separa nel 1906. Colette inizia a scrivere in proprio, divenendo anche attrice di music-hall, critica teatrale e giornalista; intreccia numerose relazioni con donne e uomini del milieu intellettuale parigino, suscitando non pochi scandali; si sposerà altre due volte. Durante l’occupazione, rimarrà nel suo appartamento di Parigi, e riuscirà a far liberare il terzo marito, ebreo, grazie ai suoi contatti con l’ambasciatore tedesco e con il governo di Vichy. Il suo rapporto con l’occupante nazista fu decisamente ambiguo: anche se non la si può accusare di collaborazionismo, tra il 1940 e il 1943 scrisse infatti articoli su alcuni periodici controllati dai tedeschi, quali la rivista letteraria Comœdia e i settimanali apertamente filonazisti e antisemiti Je Suis Partout e La Gerbe. Alcuni suoi volumi letterari furono pubblicati da una casa editrice requisita ai precedenti proprietari ebrei, ed uno dei suoi romanzi dell’epoca, Julie de Carneilhan, apparve dapprima sul foglio dichiaratamente fascista Gringoire, quindi uscì in volume nel 1941 avendo sul retro di copertina la pubblicità di un libro di Hitler. La posizione di Colette durante l’occupazione è particolarmente interessante perché Il Képi, il volume oggetto di queste note, fu scritto, come si vedrà, proprio in questo periodo.
È nel dopoguerra che Colette diviene una sorta di monumento vivente, riconosciuta come uno dei massimi esponenti e nume tutelare della letteratura femminista, avendo ”esteso i margini della letteratura dedicata alle donne ritraendo le vite e i sentimenti di donne di mezza età ed anziane, privilegiando le relazioni tra donne e la relazione madre-figlio nella vita creativa di un artista e, più in generale, facendo della donna un soggetto, piuttosto che un oggetto della fantasia maschile” (qui); prima donna ammessa all’Académie Goncourt, di cui divenne presidente nel 1949, Grande Ufficiale della Legion d’onore, prima donna ad avere l’onore di funerali di stato.
Il suo appare tuttavia un femminismo unicamente letterario e soprattutto lontano da qualsiasi prospettiva politica, visto che nel 1910 dichiarò in un’intervista: ”Le suffragette mi disgustano (…) Sa cosa si meriterebbero, le suffragette? La frusta e l’harem…” e che nel 1927, rispondendo alla domanda, rivoltale da Walter Benjamin, se le donne avrebbero dovuto partecipare alla vita politica ebbe a dire: ”No. Io stessa conosco numerose donne equilibrate, sane, molto colte, intelligenti, che sarebbero capaci come un uomo di sedere in una commissione o in un jury. Solo che tutte, ogni mese hanno dei giorni in cui sono irritabili, incontrollabili, imprevedibili. Gli affari politici vanno avanti anche in quei giorni, vero? E noi dovremmo votare e prendere decisioni”.
Ora, capita spesso che le opinioni personali di intellettuali e scrittori in qualche modo stridano con il contenuto della loro opera: solo per restare in Francia si pensi al legittimismo di Balzac o all’antisemitismo di Céline; in questo caso mi sembra tuttavia di poter affermare che il femminismo letterario di Colette non sia altro che uno degli aspetti in cui si declina la personalità aristocratica ed elitaria della scrittrice, la rivendicazione di una sorta di diritto di essere al di sopra e al di là delle regole sociali e morali, riservato però agli esponenti di una classe intellettualmente superiore, quindi non estendibile all’intera società. Ed è a mio avviso questo, oltre sicuramente alla laicità dello stato francese, ad aver fatto di Colette un mito istituzionalizzato quando era ancora in vita. La sua opera, infatti, da un lato è scandalosa quanto basta perché l’istituzione, glorificandola, possa mostrare la sua larghezza di vedute, dall’altro è assolutamente innocua quanto alla possibilità di essere effettivamente eversiva dell’ordine morale dominante. Non so quanto questo mio giudizio su Colette sia viziato dal non aver letto molte delle sue opere, tra le quali forse se ne annidano di più significative, ma sta di fatto che anche gli altri tre suoi volumetti che lessi oltre dieci anni fa mi restituirono l’immagine di una scrittrice, se non superficiale, molto attenta alla forma con la quale ricopre uno scarso spessore contenutistico.
Il Kepì fu pubblicato originariamente nel 1943, quindi in un periodo difficile per la Francia – anche se come visto non più di tanto per Colette – e forse un’eco attutita dell’occupazione si ritrova nel fatto che tre dei quattro racconti che lo compongono richiamano, sotto forma di spunti autobiografici dai quali sono tratte le vicende narrate, periodi precedenti della vita della scrittrice, che spaziano dalla sua adolescenza all’inizio del 1940. Sembra quasi che Colette abbia voluto esorcizzare i tempi che stava vivendo riportando in vita quelli che erano stati i suoi mondi nei precedenti cinquant’anni, durante i quali era passata dall’essere una bambina felice guidata verso la vita da Sido – l’adorata madre già mitizzata nell’omonimo romanzo del 1930 – a divenire una delle muse della cultura parigina.
Il primo racconto, che dà il nome al volume, è ambientato negli ultimi anni del XIX secolo. Colette all’epoca era sposata con Willy e la loro casa era, come detto, aperta a molti grandi e piccoli nomi dell’intelligencija parigina. Tra questi figurava anche Paul Masson, eccentrica figura di scrittore e soprattutto di mistificatore, celebre all’epoca per le bufale che confezionava soprattutto ai danni della stampa. Ed è proprio a Masson, grande amico di Colette, che la scrittrice chiede di raccontare una bugia. Masson le narra che alla Biblioteca Nazionale, dove lavora, c’è una signora, ultraquarantenne, che sta scrivendo un libro indu, prendendo un soldo a riga, perché ”lavora per un tizio che prende due soldi a riga, il quale lavora per un tizio che prende quattro soldi a riga, il quale lavora per un tizio che prende dieci soldi a riga.” La signora si fa chiamare Marco, ”perché le donne di una certa età, se appartengono al mondo degli artisti, sono libere di scegliersi solo nomi come Marco, Léo, Ludo, Aldo… E questo grazie a quella brava donna di Madame Sand”. In breve Colette diviene amica di Madame Marco, che è stata sposata ad un pittore che la tiranneggiava e non ha mai avuto un amante, ed il racconto narra della passione di Marco per un giovane ufficiale, che fa esplodere la sua repressa sensualità.
Il Kepì è a mio avviso un racconto che, pur non mancando di una certa verve ironica, si risolve nella descrizione di un amore tardivo, di cui oggettivamente non si sentiva la mancanza, se non forse nel bisogno di Colette, in quel 1943, di rievocare tempi migliori della sua vita. Dei quattro racconti che compongono il volume Il kepì è anche quello in cui emerge di più la fatuità di Colette, che spreca pagine per descriverci l’assoluta inadeguatezza delle mise della povera Marco, di cui diviene magister elegantiae, con frasi come ”… ebbi la soddisfazione di vedere Marco sottile e ringiovanita in un tailleur scuro e in un abito di lanetta blu con pettorina bianca”, oppure  “anche sulla pettinatura di Marco avrei avuto parecchio da ridire, ma in quella stagione volume e foggia dei capelli stavano appunto cambiando , e Marco poteva così aver l’aria di essere in anticipo sulla moda”, e così sentenziando a proposito di vestiti, cappelli, ciprie e mascara. Insomma, la buona Madame Marco, che andrà naturalmente incontro al destino classico delle donne mature che si innamorano di giovani aitanti, non entra a mio avviso nell’olimpo dei personaggi letterari del ‘900.
Forse il pregio maggiore del racconto sta proprio nella possibilità di conoscere quel singolare e sicuramente intrigante personaggio che è stato Paul Masson, praticamente sconosciuto nel nostro Paese ma di cui è possibile gustare la biografia nella voce che gli dedica la versione francese di Wikipedia, dalla quale si ricava il ritratto di un esponente del côté goliardique del decadentismo di fine ‘800 (non a caso all’inizio del racconto Colette narra del piacere che provava ascoltando le sapide discussioni tra Masson e Marcel Schwob, altro assiduo di casa Willy). Curiosamente, a ricordare al lettore come la nota autobiografica rappresenti solo un pretesto per l’autrice, Colette posiziona l’inizio del racconto nel 1897, quando Masson si era già suicidato da qualche mese.
Il successivo racconto, L’uomo che amava le ragazzine, è a mio avviso il più importante del volume, e narra di un amico di Colette che nel marzo del 1940, ormai ultrasessantenne, le svela un episodio di vita di diciassette anni prima, quando aveva già più di cinquant’anni.
L’amico confessa a Colette di avere ricercato spesso, dopo i trent’anni ed a seguito della rottura di una importante amicizia maschile, l’amore di donne giovanissime e di ragazzine, nelle quali trovava una sensualità e una propensione al rischio impensabile in una donna fatta. L’episodio che narra in particolare è quello del suo incontro, durante una vacanza in campagna, con Louisette, una pastorella quindicenne, con la quale allaccia una relazione fatta di incontri nei prati e nei boschi che circondano la fattoria, in realtà un castello in rovina, dove lei vive con la madre. L’uomo si illude di essere il dominus del rapporto con la giovane, ma si renderà presto conto a sue spese di non essere altro che la vittima dell’istintualità quasi animalesca di Louisette, che grazie all’intervento della madre si libererà violentemente di lui. In questo racconto la prosa precisa e brillante di Colette è al servizio di una storia che, seppure non in grado di sprofondare il lettore nell’esplorazione degli abissi dell’animo umano, tocca un argomento molto scottante, ripreso una dozzina d’anni dopo da Nabokov nel suo capolavoro. Lo scontro anche di classe tra il maturo borghese e le due contadine, reso molto bene dalla diversità del linguaggio usato, rende la scena dello showdown finale estremamente godibile. Mi corre comunque l’obbligo di segnalare quella che ritengo una notevole caduta, non solo formale, della traduzione italiana: il titolo originale del racconto è infatti Le Tendron, che in francese sta familiarmente per La ragazzina ma può tradursi anche come Il virgulto, Il germoglio. La versione italiana del titolo non solo è brutta, ma sposta l’attenzione sul protagonista maschile, mentre evidentemente era intenzione dell’autrice focalizzare il racconto sulla figura di Louisette.
I due ultimi racconti sono a mio avviso, anche per la loro brevità, i meno significativi della piccola raccolta. Il primo, La ceralacca verde, porta il lettore nelle atmosfere dell’adolescenza di Colette in Borgogna, e narra una torbida storia che coinvolge una famiglia del borgo in cui viveva, fatta di odî parentali, di pazzia e bramosia di denaro. Anche in questo caso, come ne Il kepì, la vicenda clou del racconto ne costituisce la parte più debole, perché ancora una volta la prosa leggera di Colette si dimostra incapace di restituire lo squallore e l’orrore provinciale che la storia sottende. Significativo è a questo proposito il fatto che ciò che rimane più impresso sono le pagine che la scrittrice dedica al suo rapporto con la adorata Sido e il vacuo padre. Ancora meno importante è Armande, l’unico racconto narrato in terza persona, piccola storia di due giovani che non riescono a dichiararsi il reciproco amore, e nel quale, come scritto in quarta di copertina, Colette ”arriva a concedersi, per la seconda e ultima volta nella sua carriera, il provocatorio cattivo gusto di un lieto fine”. A mio avviso più che di cattivo gusto in questo caso si dovrebbe parlare di banalità, anche tenendo conto dell’improbabile accadimento che provoca il lieto fine.
Con Il Kepì ho terminato la lettura dei quattro volumi di Colette entrati nella mia biblioteca. Rispetto a quelli attualmente disponibili me ne mancano oltre venti, ma non credo ne acquisterò altri; la vita è troppo breve per dedicarla a Colette.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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