Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Movimenti a volte determinati da cause note

LeNovelleTozzi.jpgRecensione de Le novelle, di Federigo Tozzi

Rizzoli, BUR, 2003

Risale a quasi un anno fa il mio ingresso nel mondo delle novelle di Federigo Tozzi: allora l’occasione è stata data dalla lettura di Giovani e altre novelle, volume nel quale erano essenzialmente raccolte le ventuno novelle pubblicate in volume da Tozzi poco prima della morte, nel 1920, sotto il titolo di Giovani, ed una decina di altre novelle prese a campione, come esempio dell’evoluzione stilistica e poetica di Tozzi nei dodici anni che vanno dalle prime prove letterarie alla morte.
Grazie a questo libro in due volumi edito nel 2003, anch’esso da Rizzoli, purtroppo come il primo oggi fuori catalogo, ho potuto completare questo viaggio, a mio avviso fondamentale per la conoscenza della letteratura italiana ed europea del primo ‘900.
L’edizione Rizzoli riprende di fatto quella storica, edita da Vallecchi nel 1963, nella quale il figlio di Tozzi, Glauco, raccolse tutte le novelle, edite ed inedite, scritte dal padre, compresi alcuni frammenti. Questa prima edizione fu riproposta dallo stesso editore nel 1988, ulteriormente revisionata da Glauco Tozzi e corredata da un saggio introduttivo di Luigi Baldacci intitolato Movimenti determinati da cause ignote, che si ritrova anche in questa edizione Rizzoli. Si tratta di un ponderoso corpus di ben 121 novelle, composte tra il 1908 e il 1920, riportate nel presumibile ordine cronologico di composizione e raggruppate in sette sezioni, corrispondenti alle varie fasi della vita dello scrittore. Di queste ben quarantadue erano ancora inedite nel 1963. Come noto, vivente Tozzi la sola raccolta di sue novelle pubblicata in volume fu Giovani (1920), mentre quattordici novelle apparvero subito dopo la sua morte sotto il titolo Amori, ma di queste solo quattro erano state selezionate dall’autore. Numerose altre novelle erano apparse singolarmente su riviste negli anni ‘10, ed altre, in volumi o singolarmente, usciranno più tardi, dopo la morte dell’autore.
Da un punto di vista prettamente stilistico la raccolta delle novelle in ordine cronologico ci permette di seguire analiticamente l’evoluzione della scrittura di Tozzi, che prende avvio da una prosa scolastica e carica di accenti decadenti, di chiara matrice dannunziana (autore che Tozzi ammirava molto) per approdare gradatamente, per passi successivi, a quella che sarà la cifra stilistica della sua maturità artistica, caratterizzata da un andamento paratattico, con periodi scomposti in brevi frasi separate dal punto e virgola (vero e proprio marchio di fabbrica della scrittura tozziana). Dal punto di vista del contenuto dei racconti, invece, Tozzi è subito sé stesso, con la notevole eccezione della prima novella, Assunta, del 1908, tragedia rusticana di ambiente contadino cui si può sicuramente attribuire una matrice verista, anche se a ben guardare già qui sono presenti alcuni dei temi fondanti la narrativa tozziana: la crudeltà dei rapporti umani, l’irrazionalità e l’inesplicabilità dei sentimenti.
È con la novella successiva, Il primo amore, sempre del 1908, che cominciamo ad incontrare il vero Tozzi. Lo stile è ancora acerbo, ma già sgombro degli orpelli che appesantivano la prosa di Assunta. Si confrontino in proposito i due incipit: il primo si dilunga, con toni che definirei impressionisti, ancora schiettamente ottocenteschi, (”Oh, come cantano gli uccelli! Sembra che piangano i loro scomparsi, insanguinati a un tratto sotto l’azzurro, presso il tremolio di un pioppo troppo alto”) nella descrizione dell’ambiente in cui si svolgerà la tragedia di Assunta; l’incipit di Il primo amore è invece immediato (nel senso di non-mediato) ed immersivo e, secondo un procedimento che sarà tipico del Tozzi maturo, porta il lettore in media res utilizzando un particolare o una situazione apparentemente del tutto secondari e insignificanti.
”Emilia diceva al suo fidanzato: – Vado a prendere il latte per la maestra. Torno subito. Ed egli rispondeva: – T’aspetto.”
Ma è il contenuto di questa novella che è già pienamente tozziano: Giacomo è incapace di amare Emilia perché è cattivo: si fidanza con lei per poter dire agli amici ho un’amante, ma in realtà la disprezza, come prova avversione verso tutte le donne, essendo cresciuto nella casa paterna. Come fa notare Baldacci nel suo saggio introduttivo, Giacomo è sadico, ed il suo sadismo è il primo di una serie che incontreremo spesso: non ha giustificazioni o spiegazioni, se non forse quell’accenno al padre (altro punto centrale della narrativa di Tozzi). Io affiancherei al sadismo evidenziato da Baldacci anche il masochismo, nel senso che Giacomo è la prima vittima del suo essere sadico nei confronti di Emilia, ed attraverso di esso si autoinfligge la punizione (voluta) di perderla. Molti altri personaggi delle novelle di Tozzi saranno speculari a Giacomo: vittime di padri o parenti violenti, si sottometteranno masochisticamente alle violenze e alle vessazioni, spesso identificandosi con il loro carnefice, sfogando però il proprio coté sadico nei confronti di altri, uomini o animali che siano.
Di argomento per certi versi simile a Il primo amore è Gli amori vani, storia di un matrimonio cui il protagonista in qualche modo si sottomette per convenienza sociale e personale e nella quale colpiscono alcune crude immagini del finale, che conferiscono alla storia un senso di orrore e desolazione che nella prima parte appariva attutito.
Che il sadismo, la sua esposizione cruda e senza spiegazione sia una componente importante già nella prima fase dell’attività narrativa di Tozzi è confermato da quella che secondo me è una delle più belle novelle della prima sezione della raccolta: Ozio. È una novella del 1910 che Glauco Tozzi, nelle note in postfazione, definisce autobiografica, e che a mio avviso testimonia di una già raggiunta maturità letteraria dell’autore. Qui il sadismo, che esplode nel finale di un racconto i cui protagonisti sono due famiglie piccolo-borghesi immerse nella idillica quiete della campagna toscana, è tanto più significativo in quanto esposto in chiave autobiografica. Chi si lascia prendere dalla frenesia di catturare il povero uccellino caduto dal nido, restando del tutto insensibile ai disperati richiami della madre, appartiene alla cerchia familiare di Tozzi, sono i suoi amici. È anche e soprattutto qui, in questo ambito relazionale e sociale che si nascondono i piccoli orrori quotidiani, come Tozzi ha drammaticamente appreso nel rapporto con il padre violento e prevaricatore. La violenza, la cattiveria non è prerogativa del mondo contadino e dei suoi arcaici rapporti sociali (si veda al proposito Il ciuchino) ma si rivela, inaspettata e ingiustificata, in un gruppo di impiegati, riunito davanti a un buon bicchier di vino a discutere del più e del meno. Non ci sono spiegazioni: ciascuno di noi è latore di violenza solo per il fatto di esistere, e le sovrastrutture culturali dell’educazione borghese, la falsa armonia tra uomo e natura sono spazzate via dalla banalità del gesto di schiacciare tra le dita la testa di un uccellino. La banalità del male, verrebbe da dire.
In La paura degli altri l’analisi psicologica del disagio assume forse per la prima volta nelle novelle di Tozzi una connotazione compiuta e caratteristica, diversa e complementare a quella vista prima della cattiveria ancestrale e inesplicabile. Carlo è il solitario protagonista, ridotto alla disperazione dal dissesto economico. Combattuto tra la volontà di uccidersi e la pulsione di uccidere, per vendicarsi del mondo che lo ha emarginato, non riuscirà a far nulla, finendo per impazzire. Carlo è tra i primi della lunga serie di inetti tozziani: Baldacci rifiuta questa definizione, a suo dire derivata da una visione naturalistica estranea alla poetica di Tozzi. Non sono in grado di addentrarmi in tale livello di disquisizione ma ritengo che – al di là delle definizioni – il personaggio tozziano è spesso se non un inetto senza dubbio un inadatto: se è vero che rispetto all’inetto sveviano il suo disagio sovente si colloca su di un livello presociale, derivando da elementi ancestrali della personalità umana (primitivi dice Baldacci, e perciò inspiegabili) è anche vero che quello di Carlo è un esempio di disagio che ha precise cause, in questo caso economiche oltre che esistenziali. Analogamente cause identificate con precisione dall’autore hanno l’inettitudine di Pietro, il giovane protagonista di Con gli occhi chiusi ed in genere quella dei protagonisti dei racconti ambientati nel mondo contadino o relativi al conflitto con il padre. Mi permetto quindi di ampliare un po’ l’analisi che Baldacci conduce nel suo classico saggio: in Tozzi, almeno nel Tozzi delle Novelle e dei romanzi della prima fase, convivono almeno due diverse tipologie di personaggi principali: il sado-masochista, in genere di estrazione piccolo-borghese ed urbana, la cui violenza come abbiamo visto non ha giustificazione se non nell’affiorare di pulsioni arcaiche e primitive che sconvolgono l’apparato sovrastrutturale delle relazioni sociali, e l’inetto, spesso appartenente al mondo contadino, mondo cui è connaturata l’arcaicità di rapporti sociali fortemente gerarchizzati, la cui inettitudine è in genere legata all’incapacità di adeguarsi proprio alla crudeltà di tali rapporti, crudeltà che ha spesso una precisa base economica.
Una novella esemplare di questa altra tipologia, nonché notevole per la ricchezza di tematiche e sfaccettature che sviluppa in poche pagine, è a mio avviso Lo zio povero, del 1914, nella quale il protagonista è al tempo stesso vittima della sua inettitudine come proprietario terriero, essendo sull’orlo della bancarotta, e carnefice nei confronti di un vecchio zio che dimora presso di lui e lo crede ancora ricco. L’insolito ed amaro lieto fine della novella è solo apparente, essendo legato al sacrificio della vittima, ed a mio avviso è paradigmatico del ruolo che Tozzi attribuisce all’accumulazione di denaro quale causa della violenza dei rapporti interpersonali. Strettamente legata al tema del denaro è la figura del padre, che come noto è stata centrale nella vita di Tozzi: piccolo ristoratore divenuto possidente terriero il padre di Tozzi esercitò sul figlio un potere dispotico, riversando violentemente su di lui la sua delusione per il disinteresse del figlio rispetto alla proprietà. Morta la moglie, si risposò con una domestica che era già la sua amante. Tozzi scrive molte novelle centrate sul rapporto tra un padre dispotico e un figlio inetto, e su tale tematica si basano anche i suoi due romanzi più importanti, Con gli occhi chiusi e Il podere. Una novella scopertamente autobiografica, nella quale si ritrova la complessità dei rapporti padre-figlio è Un ragazzo, presumibilmente del 1914. La situazione familiare che vi è descritta è quella in cui è stato immerso il giovane Tozzi: il padre, vedovo e con l’amante in casa, pretende che il figlio scriva una ricevuta d’affari, e gli rinfaccia violentemente la sua incapacità: ”non lo crede né meno capace di imparare un mestiere qualunque”. Il figlio subisce le violenze del padre, ma non si ribella direttamente contro di lui: nel monologo interiore il ragazzo solo nella stanza da un lato prefigura la morte del padre, dall’altro è ”così orgoglioso di sentirsi umile e stimato da niente!” Egli quindi è conscio di essere su un altro piano morale rispetto alla grettezza del padre, ma non ha vie d’uscita percorribili. Il gesto finale di ribellione, nei confronti non del padre ma della sua amante, avrà come conseguenza l’essere diseredato, cioè la punizione che il padre ritiene massima nell’ambito del suo orizzonte esclusivamente venale.
La novella nella quale il tema del rapporto tra il padre e il figlio è sviluppato al livello più alto, e sulla quale giustamente si sofferma a lungo Luigi Baldacci, è La capanna, del 1919. Se formalmente la situazione è analoga a quella di Un ragazzo, con la differenza che qui la madre è viva, molto più articolati sono i fili relazionali che legano i due protagonisti: Spartaco, il padre, e Alberto, in un rapporto di odio-amore che li coinvolge entrambi. Il bellissimo finale, con Alberto che si sostituisce al padre morto nel rapporto con la contadina Concetta, rende conto delle approfondite letture di psicologia che in quegli anni avevano appassionato Tozzi. È da rimarcare il fatto che la novella, per la sua tematica scabrosa, venne rifiutata da una rivista su cui all’epoca Tozzi scriveva.
Moltissime altre sono le novelle che meriterebbero una citazione, come pure si deve dire che – riportando i due volumi tutta la produzione novellistica tozziana, ve ne sono alcune che sono semplici abbozzi ed altre – poche, per la verità – che rivelano un intento commerciale. La lettura di questo corpus non fa comunque che confermare la grandezza di Tozzi, narratore novecentesco di caratura europea che come afferma Baldacci probabilmente proprio nel racconto breve – senza nulla togliere ai romanzi – raggiunte le vette più alte della sua poetica.
Come detto Luigi Baldacci ha intitolato il suo imperdibile saggio introduttivo Movimenti determinati da cause ignote: personalmente ritengo che proprio dalla lettura integrale delle novelle emerga una poetica tozziana più sfaccettata, e che in molti casi l’autore abbia ben presenti le cause dei movimenti che ci narra: è anche per questo che possiamo annoverarlo tra i grandi.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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