Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Una tragedia borghese che ci racconta soprattutto i limiti dello scrittore

AmokRecensione di Amok, di Stefan Zweig

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2004

Dopo la Novella degli scacchi e Il mondo di ieri eccomi di nuovo alle prese con Stefan Zweig, ed ancora una volta ad esprimere le mie perplessità su questo autore peraltro tanto amato ancora oggi dai suoi lettori.
Amok è una novella pubblicata nel 1922, quando la popolarità di Zweig a livello internazionale stava crescendo, quando il suo mondo di ieri si era già sgretolato e alla durezza di quello di oggi, risultato dell’immane ecatombe bellica, l’autore opponeva l’ideale di una cultura europea salvifica, capace di unire i popoli e le nazioni che sino a pochi anni prima si erano scannati sui campi di battaglia.
Mi sono già dilungato, nei commenti alle precedenti opere di Zweig da me lette, sui limiti che attribuisco a questa sua posizione politica, a questo suo cosmopolitismo ingenuo e miope di origine altoborghese, che gli avrebbe impedito di capire ciò che realmente stava accadendo attorno a lui, ingenuità e miopia che a mio avviso si riflettono anche nel suo modo di scrivere, preciso e piano, uno stile moderato che si pone in netta opposizione allo sperimentalismo che caratterizzava le più alte espressioni artistiche di quella tumultuosa epoca di drammatici cambiamenti, uno stile che in fondo è pienamente funzionale al suo essere scrittore di successo. Leggendo Amok ho di fatto ritrovato tutti questi limiti della personalità letteraria di questo scrittore, tutta la sua inadeguatezza culturale.
Al fine di analizzare il contenuto della novella è necessario innanzitutto illustrare brevemente cosa sia l’Amok che le dà il titolo. Come già fatto rilevare da numerosi commenti alla novella, Amok è una sindrome culturale tipica del sud-est asiatico, caratterizzata da una improvvisa esplosione di violenza che spinge chi ne è colpito a uccidere prima i familiari e poi, correndo all’impazzata, tutti coloro che incontra sulla sua strada; la violenza può essere scatenata da una qualche perdita familiare o da insulti subiti. Per sindrome culturale si intende, secondo la relativa voce di Wikipedia, ”un quadro clinico che unisce disturbi somatici e psichici, con un significato particolare e tipico di un certo spazio culturale o gruppo etnico”. È proprio questo aspetto che ritengo particolarmente significativo rispetto all’interpretazione della novella, vale a dire il fatto che Zweig scelga come suo titolo una sindrome in grado di scatenare una violenza cieca, irrazionale e incontenibile che ha origine nella cultura stessa di un gruppo sociale. Cercherò di sviluppare questo punto più oltre.
La vicenda si svolge su una nave, l’Oceania, che da Calcutta sta tornando verso l’Europa. Il narratore racconta i fatti anni dopo che sono accaduti, trasportandoci nel 1912, quando viaggiò sulla nave. Dato che gli era stata assegnata una torrida cabina vicina alle caldaie, non riuscendo a dormire, in una calda e stellata notte tropicale passeggia per il ponte, sistemandosi a prua per godere della magica atmosfera notturna. Poco dopo si rende conto che nei pressi è seduta un’altra persona, di cui scorge solo il rosso della pipa accesa. I due si scambiano pochi convenevoli in tedesco, ma prima di lasciarsi lo sconosciuto prega il narratore di non rivelare la sua presenza, perché a causa di un lutto non vuole incontrare nessuno.
La notte successiva il narratore torna a prua, dove nell’oscurità ritrova il suo nuovo conoscente che, spinto dal bisogno di confidarsi ed aiutato da una bottiglia di whisky, racconta la sua tragica vicenda. Il racconto durerà sino all’alba occupando gran parte della novella.
Lo sconosciuto è un medico tedesco, che a seguito di una malversazione ha dovuto abbandonare una promettente carriera, firmando un contratto decennale con il governo olandese e trasferendosi in una piccola e remota località coloniale, dove per otto lunghi anni ha esercitato la sua professione isolandosi sempre più anche rispetto ai pochi europei, inaridendosi e aspettando solo di poter tornare in Europa, traendo conforto dal whisky e dagli occasionali rapporti con le donne del luogo che si concedono facilmente ai bianchi.
Un giorno riceve la visita di una gran signora giunta in automobile dalla lontana città, che con fare altero e sprezzante gli fa capire di essere incinta e gli chiede di farla abortire, offrendogli una somma rilevante come compenso per il reato. Colpito dalla bellezza della signora, immaginando la sua sensualità, volendo umiliare la sua alterigia ed eccitato dall’avere vicino dopo anni una donna bianca, il medico le lascia intendere che avrebbe praticato l’operazione solo in cambio di un rapporto sessuale. Sdegnata, la donna rifiuta e se ne va, inutilmente inseguita dal medico, subito pentitosi della sua proposta indecente.
Venuto a sapere che la signora è la moglie inglese di un ricchissimo commerciante olandese, in Europa da cinque mesi e in procinto di tornare, il medico capisce il pericolo di essere quantomeno disonorata che la signora corre, e da quel momento si pone l’unico obiettivo di salvarla, mettendosi a sua disposizione. Corre quindi in città abbandonando la sua condotta e cerca di rimettersi in contatto con la signora. A causa sia del suo essere maldestro nei tentativi di contatto sia dell’odio che la signora prova per chi ha cercato bassamente di approfittare della sua situazione, vi riesce solo dopo che la signora è ricorsa ai servigi di una mammana, non potendo tuttavia salvarla dalla morte per emorragia. Prima di morire la signora gli chiede di fare in modo che nessuno conosca le cause della morte, così, quando il marito torna, egli è riuscito a far stilare dall’ufficiale sanitario un certificato che ne attesta la morte per paralisi cardiaca. Sconvolto da ciò che è accaduto e dal senso di colpa il medico abbandona tutto ciò che ha e si imbarca sull’Oceania, dove però scorge il marito della signora e il carico della bara nella stiva: sospettando che il marito voglia fare eseguire una autopsia sulla salma della moglie in Europa, sa che il suo compito, preservare l’onore della morta, non è ancora terminato, ed anche per questo motivo si arrovella di notte in compagnia della bottiglia. Il lungo racconto del medico come detto si conclude all’alba, e la novella avrà il suo tragico epilogo dopo poche pagine.
Per alcuni dei commenti che ho reperito in rete, quelli più critici, Amok ha i tratti del melodramma, ed in effetti il fatto che si tratti di una vicenda di adulterio che si conclude tanto tragicamente avvicina la novella a tematiche ottocentesche e le conferisce un’aura melodrammatica. Si tenga presente, al proposito, che Zweig in quel periodo era, come detto, uno degli scrittori europei più letti, un autore in un certo qual modo di cassetta, e la necessità (o l’intento) di rivolgersi ad un pubblico vasto era parte integrante della sua scrittura: quale modo migliore di rispondere a questa necessità che far leva sugli elementi classici del dramma borghese? La donna di classe, altera e superba, tragica vittima di un momento di debolezza, pronta a difendere il suo onore personale e sociale di fronte a tutto e a tutti, pronta a sacrificare la sua stessa vita pur di non perdere il suo status è una sorta di eroina negativa in grado indubbiamente di toccare corde profonde dei lettori dell’epoca (ed anche di quelli di oggi). Lo stile stesso di scrittura, che come detto è quello tipico di Zweig, nel quale la convenzionalità si traduce anche nell’inutile enfasi con la quale viene descritta la notte tropicale, come pure nell’impacciato modo di rendere le esitazioni e l’angoscia che caratterizzano il racconto del medico, concorre a darci l’idea di un racconto scritto con l’occhio attento al suo successo al botteghino.
Al netto di questo, tuttavia, la novella è a mio modo di vedere costruita in modo tale da rivelare facilmente il suo essere pienamente immersa nel novecento, ed in particolare in quel drammatico periodo che seguì, specie nei paesi sconfitti, la fine della prima guerra mondiale, con la perdita di ogni certezza sociale ed anche individuale, con la consapevolezza del tradimento delle classi dirigenti che avevano provocato la catastrofe, con l’incapacità di costruire una prospettiva diversa da un lugubre ritorno all’ordine che avrebbe preparato di lì a poco una seconda catastrofe.
Come ho affermato più volte, Zweig vive oggettivamente da protagonista questo clima, ma è inadeguato a comprenderlo, si rifugia nel suo elitarismo altoborghese, ha nostalgia di un mondo di ieri nel quale è stato inoculato il virus del disordine e della confusione, nel quale per motivi imperscrutabili la barbarie ha preso il sopravvento. Molti elementi di questa visione del mondo a mio avviso traspaiono dalla vicenda narrata in Amok, quando la si guardi come una piccola metafora delle vicende europee dell’inizio del ‘900.
Prendiamo lo spunto da alcuni dati oggettivi ripercorrendo la vicenda e chiedendoci innanzitutto perché Zweig la ambienti in un mondo lontano ed esotico. In fondo la piccola storia di un adulterio avrebbe potuto essere più semplicemente ambientata a Vienna o in una qualsiasi città europea. La risposta più ovvia a questa domanda attiene alla necessità dello scrittore popolare di conferirle un’aura esotica così da renderla intrinsecamente più attraente. Forse però vi è un motivo più sottile: questa ambientazione, paradossalmente, permette a Zweig di dare alla vicenda una connotazione pienamente Europea. Il medico è tedesco, la signora è inglese ed ha sposato un olandese. Tre nazioni, delle quali due nemiche ed una neutrale, quindi gli schieramenti della guerra appena conclusa riassunti nei due protagonisti assoluti. È evidente che una ambientazione austriaca o in generale europea avrebbe reso più ardua una simile internazionalità dei protagonisti rispetto alla libertà che offre all’autore l’ambiente coloniale.
In tale ambiente remoto si svolge un dramma che riguarda l’élite sociale. I due protagonisti mancano entrambi ai loro doveri: il medico è stato un truffatore, e di fronte alla richiesta di aiuto della signora di fatto la ricatta; la signora si è macchiata di una colpa che pensa di cancellare con il denaro, facendo così trasparire da un lato la sua venalità e dall’altro il suo disprezzo per il medico che si ritiene certa di poter comprare.
Il medico è quindi preso dall’Amok, una frenesia distruttiva che lo porta a sbagliare tutte le mosse, a perseguire la sua redenzione avvalendosi di mezzi stupidi, che non fanno che peggiorare la situazione e rendere inevitabile la tragedia: esemplare, a questo proposito, il suo comportamento durante il ricevimento, quando i tentativi di avvicinare la signora non fanno altro che allontanarla definitivamente, essendo socialmente disdicevoli. L’amok di cui egli è preda è una malattia, anzi è una sindrome culturale, come abbiamo visto, di cui il medico si libererà solo quando, troppo tardi, proverà a curare la signora, devastata dall’intervento della mammana.
La novella quindi, a mio avviso, può anche essere letta come una metafora della sindrome culturale che ha colpito l’Europa e che ha portato alla guerra, imputata da Zweig al venir meno da parte delle classi dominanti ai propri doveri morali, e la piccola tragedia privata con la quale si conclude può essere intesa come l’unica conseguenza possibile di tale tradimento.
Avvalorano questa possibile interpretazione alcuni ulteriori elementi: innanzitutto il fatto che la vicenda si svolga nel 1912, vale a dire nel periodo precedente la guerra. L’amok che colpisce il medico non sarebbe altro, in questa ottica, che il prodromo del grande Amok che avrebbe di lì a poco colpito tutti i popoli europei. Vi è poi il fatto che il racconto si svolga su una nave, ambientazione che significativamente Zweig avrebbe ripreso nel suo ultimo racconto, La novella degli scacchi. In questo caso l’Oceania, che torna verso l’Europa, simboleggia il ritorno alla normalità delle relazioni e della vita dopo la malattia della guerra, che emblematicamente viene chiusa definitivamente in quello che può essere considerato, tanto più dal mitteleuropeo Zweig, un luogo di avvicinamento all’Europa come il porto di Napoli.
In definitiva a mio avviso questa novella, considerato il periodo in cui è stata scritta, intende raccontarci qualcosa di più della tragedia privata, peraltro piuttosto banale, che ci espone. Se ciò, vista anche la limitatezza dell’indagine psicologia dei personaggi, attiene come ritengo alla tragedia che aveva attraversato l’Europa, esso è gravemente condizionato da ciò che considero la inadeguatezza intellettuale dell’autore, per il quale una sorta di oscura ed irrazionale malattia esotica ha colpito la borghesia europea portandola sull’orlo dell’autodistruzione. Zweig insomma non è in grado di trasporre nella sua arte le vere cause della tragedia, rifiutandosi ostinatamente, da buon borghese moderato, di ammettere che le cause della crisi non stavano nella degenerazione ma nella stessa essenza dei rapporti economici e sociali.
Resta da aggiungere che nella novella mostra la sua vera natura anche il solidarismo cosmopolita dell’autore, che appare limitato alla cerchia dell’intelligencijia europea e della borghesia di cui è parte: il modo in cui il buon Zweig tratta i pochi personaggi indigeni (il boy della signora, la mammana) che appaiono nella vicenda rasenta il razzismo, rendendo perfettamente l’idea di quale fosse l’unico mondo per lui degno d’interesse e considerazione. Così Amok finisce innanzitutto per raccontarci gli invalicabili limiti culturali del suo autore.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Una tragedia borghese che ci racconta soprattutto i limiti dello scrittore

  1. La moderazione di Stefan Zweig gli ha fruttato un busto nel Jardin du Luxembourg, della serie andiamo avanti così (ma ammetto che io stessa non saprei fare altrimenti).
    Pur non avendo letto la novella, la tua interpretazione mi suona plausibile: la guerra come inspiegabile malattia esotica delle classi dominanti europee. Bella anche l’idea che “l’insania” si chiuda a Napoli: linea di confine fra l’ordine e il disordine.
    La poveretta che ci lascia le penne per un aborto mal praticato mi ha ricordato un altro lungo racconto (o romanzo) di area austriaca: Frau Berta Garlan, di Schnitzler, del 1901. Lì tutto è visto dalla prospettiva femminile e l’approfondimento psicologico non manca…
    Buon lunedì e a presto.

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Elena.
      Ho letto qualche anno fa Frau Berta Garlan: lo considero uno dei (tanti) capolavori di Schnitzler, autore che amo particolarmente e che quindi pongo anni luce avanti il buon soldato Zweig. La recensione si trova sepolta da qualche parte nelle polverose pagine di questo blog, ed è di tono quasi apologetico.

      P.S.: sto ancora riflettendo sul tuo splendido ultimo post, che apre praterie interpretative rispetto ad uno dei più iconici film di sempre [Anche se io sarei un Kubrickiano tendance Barry Lindon]. La polemica con Scarpa poi vaut la visite. Non è escluso che ti giunga un mio tardivo commento, non appena avrò riordinato le idee in merito (e adesso immagino che perderai ogni altro interesse nella spasmodica attesa…)

      Ciao e a presto
      V.

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