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Se l’anticomunismo prevale sull’a-nazismo

Recenunsognoinrossosione di Un sogno in Rosso, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2006

”Ciò che di cogente e di ovvio accade in questo mondo, ciò che non può essere se non così, si compie per mezzo del caso e del malinteso. Perché il necessario e ovvio, di per sé, non sarebbe affatto in grado di imporsi alle altrettanto ovvie necessità che gli si contrappongono. Il necessario in sé non è altro che perpetua preparazione, disponibilità e tensione di cose che si fronteggiano, e infinite sono le necessità che soffocano in sé stesse senza neppure cominciare ad agire. Solo dove la folle scintilla del caso dà fuoco alla miscela di conflitti in incubazione, prima che essa venga dispersa dal vento dei tempi, solo là gli eventi esplodono. In questo senso caso e malinteso sono le sole, supreme istanze. Il necessario in sé, infatti, abbonda sempre e ovunque. È solo nell’innesco di coincidenze casuali, nel crudo malinteso che mette in moto elementi in principio neppure presi in considerazione ma in realtà dotati di un senso ben preciso – è in questo che si manifesta la volontà del destino.”
Ho voluto iniziare questa mia riflessione su Un sogno in rosso di Alexander Lernet-Holenia, autore di cui ho già letto in passato alcune opere, riportando il passo con cui inizia l’ultimo capitolo, perché a mio avviso esemplifica perfettamente il fulcro attorno a cui ruota tutta l’opera dell’autore austriaco, vale a dire la riflessione sul destino e sulla sua ineluttabilità, che Lernet-Holenia lega strettamente al caso e al malinteso, elementi di per sé misteriosi. Nelle altre opere di Lernet-Holenia da me lette ho apprezzato i termini con i quali l’autore approcciava questa tematica, ora con accenti drammatici ora con toni quasi umoristici, la sua capacità di scrittura, ed anche se la weltanshaaung che traspariva da queste opere era del tutto contrapposta alla mia (cosa del resto comune a molti degli autori da me più amati) mi era molto piaciuto come egli sapesse trasformarla in racconto – lasciando che essa trasparisse dalle pagine, costringendo il lettore a riflettere – ma non lasciandole prendere il sopravvento rendendo i romanzi la mera dimostrazione di una tesi precostituita.
Purtroppo il grande limite di questo romanzo consiste a mio avviso proprio nel fatto che in questo caso la riflessione su destino, caso e necessità appare artificiosa e forzata, in quanto l’autore la declina, applicandola alla contingenza storica che stava vivendo, al fine di trarre delle conseguenze esplicitamente di carattere politico, conferendo a Un sogno in rosso il sentore di romanzo a tesi. A questo fine l’autore costruisce una vicenda intricata, nella quale, tra le infinite necessità possibili, si verificano guarda caso proprio quelle che avvalorano la tesi che intende dimostrare, cosicché il modo in cui ”si manifesta la volontà del destino” corrisponde al whishful thinking dell’autore rispetto all’evoluzione della situazione politica europea; questo fa secondo me perdere forza e credibilità all’intero romanzo, oltre che renderlo quantomeno sospetto rispetto all’ideologia che lo pervade. Vediamo perché.
Nel risvolto di copertina l’editore ci informa che Un sogno in rosso è stato scritto ”…fra l’estate e l’autunno del 1938, nei mesi che prepararono e immediatamente seguirono la Conferenza di Monaco”, ed il romanzo, la cui vicenda si snoda nell’arco di poche settimane, si svolge quasi in contemporanea rispetto alla scrittura: il romanzo termina infatti, come ci informa l’autore, il 28 settembre 1938, il giorno antecedente l’apertura della Conferenza.
Qualche settimana prima abbiamo fatto la conoscenza di Adam Chlodowski, un conte di mezza età che vive nella tenuta di Rafalówka, nell’est della Polonia, da cui, volgendo lo sguardo verso est ”… dietro le alture della Galizia si stendevano quelle della Volinia, che si spingevano fin dentro l’Ucraina perdendosi nella steppa, e la steppa a sua volta arrivava nel cuore dell’Asia sterminata”. Nella sua proprietà egli ha accolto alcuni nobili russi emigrati dopo la rivoluzione, che lavorano al suo servizio sognando di poter tornare in Russia per il crollo del bolscevismo, che si illudono sia sempre imminente. Tra questi vi è uno strano personaggio, Sergej Gavrilovič Ananchin, con il quale il conte ha un rapporto conflittuale ma allo stesso tempo in qualche modo confidenziale. Il conte è vedovo ed ha un figlio, Stanisław, ed una figliastra, Elżbieta, frutto del primo matrimonio di sua moglie.
All’inizio del romanzo Elżbieta si fidanza con Konstanty Zaremba, un giovane ricco amico di famiglia. Viene organizzata la cerimonia ufficiale di fidanzamento cui partecipa, tra gli altri, Michail Rosenthorpe, figlio della sorella del conte, che vive a Varsavia. Michail è un giovanotto molto prestante e sensibile, e il suo arrivo a Rafalówka non passa inosservato soprattutto tra la componente femminile della tenuta.
Questo quadretto idilliaco comincia ad incrinarsi quando il conte informa Zaremba che non ci sarà alcuna dote, in quanto egli non ha un quattrino; la tenuta appartiene a sua sorella, la madre di Michail, e anche l’argenteria è stata venduta. Chlodowski inizia quindi a raccontare a Zaremba come si sia ridotto così. Narra in particolare che prima della guerra, trovandosi in Russia con la giovanissima fidanzata, sua cugina Wera Grocholska, nel corso di una serata in casa di una principessa alla quale partecipavano nobili e militari, un certo Ananchin, quello stesso che ora era al suo servizio, aveva predetto la guerra, la sconfitta della Russia, la Rivoluzione e la fine di ciascuno dei presenti: tutti sarebbero morti di morte violenta, compreso lui, che sarebbe stato impiccato. Wera e Chlodowski sarebbero stati infelici come tutti gli altri e lei avrebbe partorito un figlio, che però sarebbe stato un demonio. Wera, sconvolta dalla profezia, aveva rotto il fidanzamento e si era rinchiusa in convento. La guerra e la rivoluzione l’avevano però condotta ad affrontare terribili peripezie in Siberia e in Mongolia, dove aveva potuto sperimentare le crudeltà e la barbarie dei rossi; prima di morire aveva davvero dato alla luce un figlio, Vladimir Il’jč Ussurov, figlio di un avventuriero che l’aveva soggiogata.
Nel frattempo Chlodowski, dopo aver sfidato a duello Ananchin per aver fatto impazzire la sua fidanzata con le sue terribili profezie e avergli staccato un orecchio con un colpo di pistola, aveva sposato la giovane vedova di un ufficiale che gli aveva dato un figlio morendo poco dopo. La storia di Wera l’aveva conosciuta da una lettera che nel 1921 gli era stata spedita da Shangai dalla famiglia Šremčenko, che accudiva Vladimir Il’jč dopo la morte della madre e voleva, come da volontà di quest’ultima, consegnarlo a Chlodowski. Memore delle profezie di Ananchin, che nel frattempo si erano in buona parte puntualmente verificate, il conte si rifiuta di adottare il piccolo, limitandosi a mandare agli Šremčenko del denaro, come in seguito, quando questi si erano fatti vivi da città sempre più vicine: al momento si trovavano a Istanbul. Uno strano destino aveva fatto sì che ad ogni comunicazione riguardante il giovane Vladimir Il’jč corrispondesse un colpo grave alle sue fortune, sino a ridurlo all’attuale quasi povertà.
Al termine del lunghissimo racconto, giunge la notizia che improvvisamente Elżbieta ha rotto il fidanzamento con Konstanty: anche se si rifiuta di spiegare le ragioni della decisione risulta chiaro che la causa è il fascino che esercita su di lei il giovane Michail Rosenthorpe, che dal suo canto sta suscitando inquietudine nella comunità perché rivolge le sue attenzioni ad una giovane molto brutta e con i suoi modi gentili è divenuto l’idolo della parte non aristocratica del personale della tenuta.
Mi fermo qui con la trama, avvertendo che la vicenda è appena all’inizio, anche se il lungo racconto di Chlodowski al padre di Konstanty Zaremba porta oltre la metà del romanzo: da qui in poi gli avvenimenti si svolgeranno serrati, con numerosi colpi di scena che lascio al piacere del lettore scoprire, sino alla catarsi finale.
Perché esprimo un giudizio almeno parzialmente negativo su questo romanzo, soprattutto se confrontato con le altre opere di Lernet-Holenia che ho letto? Essenzialmente, come ho accennato sopra, per due motivi.
Il primo è legato alla artificiosità del racconto, alle forzature che l’autore è costretto ad inserirvi per far quadrare i conti, all’uso strumentale del colpo di scena. Sono molti i momenti del romanzo in cui queste forzature si avvertono, nei quali si intuisce un certo sforzo dell’autore per far sì che, come lui stesso dice, tra le infinite ovvie necessità si avveri proprio quella che il caso ed il malinteso hanno scelto perché le cose vadano come devono andare. Quando asserisco che queste forzature tolgono credibilità al romanzo, non mi riferisco, si badi bene, all’inspiegabilità di alcune situazioni, quanto piuttosto al suo contrario, alla voglia di Lernet-Holenia di voler spiegare tutto, compreso in qualche maniera l’elemento che questo tutto scatena, vale a dire le capacità divinatorie di Ananchin, sulle quali tornerò. Per spiegarmi meglio, mi riferirò ad un episodio chiave di Marte in Ariete, di cui ho già parlato nella relativa recensione. Al protagonista di tale romanzo, mentre è nelle retrovie della battaglia, viene ordinato da un superiore, il capitano Sodoma, di scattare verso un gruppo di alberi poco lontani, e questo fatto condizionerà in modo decisivo il suo destino; senonché Sodoma è morto poche ore prima nella battaglia. Nessuna spiegazione da parte dell’autore di questo fatto: il destino agisce e sceglie misteriosamente, punto e a capo. In Un sogno in rosso, invece, ogni accadimento che dà una svolta al destino, anche quello più misterioso, deve essere spiegato: così Ananchin predice e nello stesso tempo determina il futuro sostanzialmente perché è un intellettuale (ha scritto alcuni romanzi che significativamente tutti gli altri personaggi del romanzo disprezzano, molti senza averlo neppure letti); così i misteriosi personaggi che di notte compaiono a bordo di una Packard e determinano il destino di Michail Rosenthorpe devono pedantemente dire da dove giungono e chi sono, così la discussione sull’anticristo e sul demonio tra il conte e Zaremba è, ancora più pedantemente, infarcita di voci enciclopediche sulla storia di questi due personaggi nelle varie religioni.
Perché Lernet-Holenia sente questa necessità di spiegare l’inspiegabile, prendendo in qualche modo le distanze dai suoi stessi assunti filosofico-letterari? La mia ipotesi sta proprio nel carattere politico che l’autore attribuisce a questo romanzo. Anche gli altri romanzi dell’autore che ho letto sono ambientati in una precisa epoca storica, anche Marte in Ariete deriva da diari scritti in media res, ma la differenza è sostanziale: lì l’ambientazione è uno sfondo, che serve strumentalmente all’autore per drammatizzare le sue storie sul destino inspiegabile: Marte in Ariete, invece che durante la Campagna di Polonia del 1939 avrebbe potuto tranquillamente essere ambientato durante la prima guerra mondiale, e viceversa Avventure di un giovane ufficiale in Polonia. Al contrario qui l’ambientazione è fondamentale, perché Lernet-Holenia prende partito, e quel partito è la necessità dell’estirpazione del bolscevismo – percepito e descritto come il male assoluto – dalla faccia della terra o perlomeno dall’Europa, e per l’autore questo romanzo è l’auspicio, direi di più, la preghiera laica che ciò avvenga.
Molte sono le prove, anche scoperte, di questo proposito. Innanzitutto, nella storia di Wera, che vede il suo tragico epilogo in Asia negli anni della Guerra civile, l’Armata Rossa, sempre chiamata spregiativamente i rossi, è protagonista di eccidi e barbarie di ogni tipo, è odiata da tutti, mentre le armate bianche del generale Ungern-Šternberg avevano come missione europeizzare l’Asia: una visione forse un po’ manichea di quel periodo. Ma la prova più eclatante, ed anche quella che secondo me avvilisce con la sua ingenuità in qualche modo il romanzo, è il fatto che il figlio di Wera, l’anticristo, il demonio, si chiami Vladimir Il’jč: nell’ipotesi che qualche lettore non avesse compreso l’allusione, Lernet-Holenia si premura di far esclamare dal conte ad Ananchin, nel corso di uno dei loro alterchi: ”O pensate potesse trattarsi di Vladimir Il’jč Uljanov, detto anche Lenin?”
Vladimir Il’jč, oltre ad essere la personalizzazione del demonio, è figlio di un discendente di Gengis Khān, e come l’antenato rappresenta, sia pur inconsapevolmente, la volontà dell’Asia di soggiogare l’Europa, volontà destinata a fallire: ad un certo punto gli emissari asiatici lo ammoniscono: ”… non superate un certo meridiano, diciamo quello… di Ferro… Già una volta…”. Infatti – e qui sta il più forte elemento di whishful thinking messo in campo dall’autore, nel quale ci svela tra l’altro in chi confida perché il suo ardente desiderio si avveri – Vladimir Il’jč incontrerà il suo destino il 28 settembre 1938, andando proprio verso ovest, e gli artefici di questo destino saranno… Del resto, credo che anche il titolo del romanzo, il fatto che la tragedia che descrive sia definita un sogno e non un incubo, non lasci dubbi sulla funzione palingenetica che l’autore gli attribuiva.
Il bolscevismo ed il comunismo, quindi, come un fenomeno asiatico, che deve essere fermato alle porte dell’Europa, se non distrutto completamente. Nel romanzo la personalizzazione del comunismo, il suo essere l’anticristo, non tralascia neppure di mettere in evidenza che egli si presenta inconsapevole del male che porta, come sia ammantato di buone intenzioni che però finiscono per generare tragedie, sia individuali sia collettive. Spetta all’intellettuale deriso, ad Ananchin, attraverso la sua capacità di prevedere le drammatiche convulsioni della Storia, capire e parlare, anche se inutilmente.
Un sogno in rosso è dal punto di vista formale complessivamente un bel romanzo, nel quale affiora quello che Dragoval ha definito, in un commento su Anobii, mestiere che somiglia così tanto all’Arte. È però a mio avviso un mestiere appesantito da un anticomunismo viscerale che porta l’autore verso il romanzo a tesi, oltre che da una certa pedanteria didascalica obbligata proprio dalla necessità di dimostrare una tesi.
Commentando il preteso antinazismo di Marte in Ariete dissi che al massimo si poteva parlare di a-nazismo. Ora so che pochi anni prima quella a privativa non era stata scritta, o perlomeno era ancora molto sbiadita.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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