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Il manifesto del luogocomunismo noir

Recensione di Aprile è il più crudele dei mesi, di Derek Raymond

Meridiano zero, Sottozero, 2006

Quanto sono importanti i titoli per determinare la scelta di acquistare un libro? A giudicare dalla mia esperienza riguardo questo romanzo, molto. Parecchi anni fa, all’epoca in cui acquistavo prevalentemente su internet – pratica di fatto abbandonata per tentare di dare il mio contributo alla sopravvivenza delle piccole librerie indipendenti – mi imbattei in un volume pubblicato dalla piccola casa editrice Meridiano zero, intitolato Aprile è il più crudele dei mesi, che come noto è il famoso incipit di The Waste Land di T. S. Eliot. Incuriosito, lessi le note relative al volume, che parlavano di Derek Raymond, l’autore, come di uno scrittore di culto nell’ambito del noir. Decisi quindi di fare uno strappo alla regola autoimpostami di acquistare solo classici e la mia libreria si arricchì di alcuni volumi dell’autore britannico. Poco dopo lessi Il mio nome era Dora Suarez, considerato uno dei capolavori di Raymond, e devo dire che il ricordo che ne conservo è quello di un romanzo intenso e sicuramente coinvolgente, soprattutto per come l’autore mi fosse parso in grado di immergere il lettore nel clima di violenza estrema ma al contempo ordinaria della nostra società.
Quando Aprile è il più crudele dei mesi si è presentato sul mio tavolo per essere letto, ho quindi provato un brivido di gioia sottilmente perversa al pensiero di potermi di nuovo immergere nelle atmosfere cupe, disperate e violente di Derek Raymond: la delusione che ho provato è stata purtroppo molto forte, ed ora non so se in questa dozzina di anni è cambiata la mia percezione rispetto a ciò che leggo oppure se davvero Il mio nome era Dora Suarez si collochi su un altro livello letterario rispetto a questo romanzo. Mi sento comunque di affermare che, almeno dal mio punto di vista, Aprile è il più crudele dei mesi è poco più di un manifesto del luogocomunismo noir, nel quale l’autore rivela tutte le sue lacune quanto a capacità di rendere letterariamente gli assunti che stanno alla base della sua necessità di scrivere. Vediamo però innanzitutto chi era Derek Raymond, perché la sua biografia è quantomeno interessante.
Robert William Arthur Cook nacque nel 1931 a Londra in una famiglia facoltosa ed aristocratica; insofferente dell’atmosfera familiare, che possiamo facilmente immaginare formale e opprimente, scappa spesso di casa; a sedici anni abbandona il collegio di Eton, cui il padre lo aveva iscritto tre anni prima, e che più tardi definirà un incubatore di sodomia; non appena maggiorenne lascia definitivamente la famiglia, e per buona parte degli anni ‘50 vive a Londra, frequentando gli ambienti artistici off della capitale. Dopo brevi periodi a Parigi, in Marocco e in Spagna, dove viene arrestato per aver insultato Franco in un bar, torna a Londra nel 1960, dedicandosi a mille mestieri, tra i quali il tassista, il prestanome per una gang criminale, il commerciante di materiale pornografico. Sono di questo periodo i suoi primi romanzi, pubblicati come Robin Cook. Passa quindi alcuni anni in Toscana, in una comune autoproclamatasi stato anarchico indipendente, di cui assume il duplice incarico di ministro degli esteri e delle finanze. Durante gli anni ‘70 è nel sud della Francia, dove fa il bracciante agricolo, il muratore e il macellaio. Tornato a Londra, dopo alcuni altri impieghi precari pubblica nel 1984, con lo pseudonimo di Derek Raymond, il suo primo romanzo noir, E morì ad occhi aperti, nel quale fa il suo debutto l’anonimo sergente della Factory, l’ufficio dei delitti irrisolti. Il successo ottenuto lo porta a dedicarsi professionalmente alla letteratura: scriverà altri quattro romanzi della serie della Factory, dei quali Aprile è il più crudele dei mesi rappresenta il secondo episodio, e alcune altre opere. Muore nel 1994.
Devo innanzitutto precisare che il titolo italiano, come si è visto per me decisivo nella scelta di acquistare il romanzo, è solo una (geniale) trovata dell’editore, essendo quello originale il ben più banale The Devil’s Home on Leave. Probabilmente il cambio è stato ispirato, oltre che dal fatto che effettivamente la vicenda si svolge in aprile, dalla anonima frase in francese (una libera traduzione del verso di Eliot?) che si trova in esergo al romanzo; Les mois d’avril sont meurtriers.
Voce narrante del romanzo è come detto l’anonimo sergente protagonista anche degli altri episodi della serie. In linea teorica il carattere che Derek Raymond attribuisce a questo poliziotto anomalo ha tutti gli elementi per farne un compare dei grandi poliziotti o detective in qualche modo irregolari della storia della letteratura, dei quali gli autori hanno cercato di mettere in luce non solo l’abilità investigativa, ma anche i sentimenti e la condizione umana, come Continental Op o Philip Marlowe, Sam Spade o il Sergente Studer oppure Maigret. La Factory, ufficialmente A14, è una stazione di polizia particolare, sita a Londra, in Poland Street. A lei Scotland Yard affida i delitti irrisolti, quelli che in genere, coinvolgendo solamente poveri cristi, non vanno sulle pagine dei giornali e quindi non garantiscono notorietà a chi se ne occupa: per questo chi lavora lì viene considerato una sorta di poliziotto di serie B. Nella stanza 205 della Factory lavora il sergente: i casi da seguire gli vengono passati dall’Ispettore Capo Charlie Bowman della sezione Anticrimine, un poliziotto arrogante e ambizioso, che odia, ricambiato, il nostro eroe. Questi, al contrario, sta bene alla Factory, sia perché non è minimamente interessato alla carriera (durante il romanzo farà in modo di rifiutare una promozione nei servizi segreti), sia perché il lavoro solitario che svolge gli lascia ampia libertà di movimento investigativo e lo sottrae ad insopportabili obblighi gerarchici, sia infine perché tramite il lavoro entra in contatto con gli orrori e la disperazione che allignano ai margini fisici e morali della grande metropoli, in quello che di fatto è il suo mondo. Anche lui è infatti un emarginato e un disperato. Vive solo, avendo qualche anno prima sua moglie Edie, affetta da disturbi psichici, ucciso, gettandola sotto un autobus, la loro unica figlia di nove anni, Dahlia, colpevole di una banale mancanza. Ora Edie è in un manicomio che somiglia ad una sorta di girone dantesco, ed ogni tanto il sergente la va a trovare, senza che lei ormai lo riconosca più.
Il caso di cui si deve occupare in Aprile è il più crudele dei mesi è un delitto veramente efferato: i resti di un uomo sono stati trovati all’interno di un magazzino abbandonato lungo il Tamigi, in cinque sacchetti di plastica chiusi con graffe metalliche. L’uomo è stato ucciso con un colpo alla testa, dissanguato, fatto a pezzi, quindi bollito e chiuso nei sacchetti; la cottura rende impossibile la sua identificazione perché la pelle si è sciolta, e con essa le impronte digitali. Inoltre l’assassino ha scalpellato e asportato i denti della vittima, dai quali sarebbe stato forse possibile ricavare qualche informazione sulla sua identità.
Tutte queste cose il lettore viene a saperle nei primi capitoli del romanzo, ed è necessario a mio avviso dare atto come Raymond abbia saputo creare la cornice per lo sviluppo di un grande noir. Innanzitutto la figura del poliziotto umano, con una storia quantomeno complicata alle spalle che costituisce una delle motivazioni principali del suo agire. Il sergente, che sembra narrare con intento liberatorio, che è felice di lavorare perché questo gli permette di non pensare alla sua desolazione esistenziale, entrando in contatto con personaggi più desolati di lui, avrebbe sicuramente tutto per divenire, come accennato, un personaggio memorabile, quantomeno nel genere. Come ha affermato un critico, forse troppo entusiasticamente, ”Il tradizionale eroe poliziesco della narrativa noir americana ha rappresentato la durezza, l’idealismo e la determinazione nella sua ricerca privata della giustizia, irraggiungibile con mezzi ufficiali. Privato dell’idealismo dalla disillusione del dopoguerra, la sua controparte inglese trasforma la sua tenacia e determinazione nell’ossessiva ricerca di un inesorabile enigma esistenziale”. A mio avviso il punto chiave di questa affermazione sta nella collocazione temporale del personaggio, che però tenderei a non riferire ad un generico dopoguerra, quanto piuttosto alla precisa fase storica che la Gran Bretagna stava vivendo in quel periodo, e che avrebbe presto informato di sé il resto del mondo occidentale.
La serie della Factory fa il suo esordio nel 1984, e Aprile è il più crudele dei mesi esce l’anno successivo: dal 1979 è primo ministro Margaret Thatcher, che ha imposto al paese durissime ricette liberiste e monetariste: la disoccupazione è a livelli mai visti e il potere d’acquisto delle classi subalterne si è sensibilmente ridotto. Proprio in quegli anni si svolge lo sciopero ad oltranza dei minatori delle Midlands contro la chiusura delle miniere, che segnerà una durissima sconfitta per le Trade Uninons, dalle quali di fatto non si sono più riavute. Un paio di anni prima la guerra delle Falkland ha visto la Gran Bretagna confrontarsi militarmente con un altro stato per la prima volta dopo la crisi di Suez del 1956.
La disillusione di un autore come Raymond, che aveva vissuto da anarchico nella swinging London dei primi anni ‘60 e più tardi, sia pur precariamente, era stato immerso nelle atmosfere liberatorie dei primi anni ‘70, è quindi ascrivibile con ogni probabilità al cupo ritorno all’ordine rappresentato dalle politiche della Lady di ferro, che tanta disperazione e dolore stavano provocando negli strati più deboli della popolazione e tanta ingiustizia sociale stava generando.
Non è quindi un caso, a mio avviso, che l’autore di pochi libri di altro tenore decida di dedicarsi al noir proprio in quegli anni, ambientando le proprie storie in una Londra notturna, sudicia e cupa, fatta di squallide periferie, di un traffico anonimo e di pub equivoci, nella quale si muovono criminali psicopatici e razionali, informatori della polizia, squallidi manovali del crimine e falliti di ogni tipo, teatro di oscuri giochi di potere, di fatto l’opposto di quel paradiso delle opportunità dipinto dalla narrativa ufficiale.
Se questo è il contesto, se vi sono le premesse per una scrittura che – sia pure attraverso le lenti deformanti del delitto – riflette la società in cui Raymond viveva, cos’è che non funziona? A mio avviso, almeno in Aprile è il più crudele dei mesi, è il modo in cui Raymond sviluppa la vicenda, caratterizzato in particolare da due elementi salienti e solo apparentemente divergenti: da un lato l’impiego spropositato di luoghi comuni al genere per descrivere e caratterizzare luoghi, personaggi e situazioni, dall’altro una tendenza all’ipertrofia della violenza, spesso gratuita ed inessenziale rispetto proprio alle atmosfere che intende suscitare, tanto da divenire quasi ridicola ed a sua volta incredibile (nel senso letterale del termine) luogo comune. Vi sono poi sicuramente alcuni altri elementi minori che contribuiscono a dare l’idea di un romanzo complessivamente poco riuscito, anche rispetto ai meccanismi narrativi del noir: tenterò di analizzare brevemente anche questi più oltre.
Prendiamo le mosse dal primo elemento, i luoghi comuni, con un esempio. La prima entrata in scena dell’Ispettore Bowman – l’odiato collega arrivista – nel romanzo, al capitolo cinque, è raccontata così: ”Avevo un giornale e guardavo l’articolo di apertura […] quando arrivò Bowman. Ruttò, parcheggiò il grosso deretano sul bordo della mia scrivania, allargò le cosce lardose e scoreggiò”. Non mi scandalizza affatto il tono diretto della prosa: ciò che mi lascia perplesso è la necessità di ricorrere a questi particolari funzionali, tipici luoghi comuni di chi intenda caratterizzare anche in senso corporeo la pochezza morale di un individuo. I luoghi comuni abbondano, ma divengono elemento fondante del racconto soprattutto dal momento in cui lo stesso si trasforma, abbastanza inopinatamente, da una storia di delitti maturati negli ambienti della malavita in una intricata vicenda di spionaggio internazionale: è allora che compaiono spie gay, scienziati traditori, microfilm e politici corrotti, insomma tutto l’armamentario di un giallo da guerra fredda di serie B che onestamente toglie respiro al romanzo, relegando in un angolo inesplorato le pur interessanti premesse.
La violenza, e la sua descrizione in termini anche crudi, sono in genere parte essenziale di un racconto noir, come la descrizione anche tecnica del sesso sono in genere essenziali in un racconto erotico. In entrambi i casi, però, le modalità della scrittura devono essere in sintonia con le emozioni che si intende suscitare, con l’atmosfera che si intende evocare, pena lo scadere nella gratuità. L’impressione che ho avuto è che alcuni episodi, tra l’altro di per sé generalmente inessenziali, del romanzo siano stati infarciti di una violenza talmente cruda da risultare gratuita e inverosimile. Un caso eclatante, ma non certo l’unico, è la storia di Frank Paolacci, un assassino il cui arresto viene rievocato in uno dei primi capitoli: l’inusitata violenza descritta in quei pochi paragrafi non ha alcun senso nella storia, se non forse quello di informare che il sergente è rotto proprio a tutte le esperienze, e induce – nel lettore che non soffre di stomaco debole – a pensare a una sorta di sforzo dell’autore per ideare la più grossa da sparare.
A parte questi elementi essenziali, in grado di rompere la promettente cornice costruita da Raymond, il romanzo mi è apparso come accennato non completamente riuscito anche volendolo prendere come un semplice prodotto di genere. Mi riferisco in particolare ai processi deduttivi del protagonista, che lo portano subito ad identificare l’assassino e – con fiuto infallibile – a ricostruire perfettamente il contesto in cui il delitto di cui si occupa è maturato; tutto è infatti affidato a lunghi e improbabili monologhi interiori con i quali il protagonista spiga a sé stesso (e al lettore) ciò che pensa sia successo, che invariabilmente si scoprirà essere vero. Mi riferisco anche alla immancabile capacità che dimostra nel far cantare i comprimari, che ancora una volta rientra nel campionario dei luoghi comuni del genere.
Forse questo romanzo è solo un incidente nel percorso della celebrata Factory, o forse ormai sono troppo vecchio e smaliziato per apprezzare il genere noir: ho però negli scaffali un altro romanzo della serie, che dovrei leggere tra non molto. Vedremo.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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