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Il vero esordio di Derek Raymond

Recensione di E morì a occhi aperti, di Derek Raymond

Meridiano zero, Meridianonero, 1998

Quando, all’inizio dello scorso anno, commentai Aprile è il più crudele dei mesi, il secondo romanzo della serie della Factory di Derek Raymond, conclusi le mie note, per la verità non troppo entusiastiche, fornendo all’autore una sorta di prova d’appello, rappresentata dalla lettura, che sapevo di dover intraprendere di lì a qualche tempo, di altri due suoi romanzi facenti parte della mia biblioteca. Eccomi quindi ora puntualmente a commentare E morì a occhi aperti, primo episodio della serie della Factory, edito originariamente nel 1984.
Se i pochi che leggeranno queste righe sono interessati alla biografia di questo autore britannico, morto ormai da quasi trent’anni, che – oltre ad essere paradigmatica delle inquietudini della generazione uscita dalla seconda guerra mondiale con l’illusione di poter costruire un mondo diverso e migliore attraverso percorsi di liberazione individuale – costituisce a mio modo di vedere la base stessa della scrittura di Raymond e lo spunto per le atmosfere che si ritrovano nei suoi romanzi, potranno trovarne un sunto proprio nel commento ad Aprile è il più crudele dei mesi.
Dico subito che l’appello che avevo concesso all’autore è parzialmente superato: forse proprio per essere il primo episodio della serie, E morì a occhi aperti è sicuramente un romanzo più interessante e meglio congegnato di Aprile è il più crudele dei mesi, nel quale l’autore evita di esagerare con il grand guignol e l’infarcitura del racconto con quelli che ho definito luoghi comuni del genere noir. Allo stesso tempo va comunque rimarcato che Raymond rimane comunque sicuramente un autore minore, la cui scrittura risente di un certo dilettantismo che non gli consente di consegnare al lettore opere che eccellano veramente, sia pur nell’ambito del genere.
In E morì a occhi aperti fa dunque la sua prima comparsa il sergente, l’anonimo poliziotto londinese della sezione di polizia A14, detta Factory, che si occupa dei delitti irrisolti, in pratica di quei delitti che, coinvolgendo povera gente dei bassifondi della città, non balzano agli onori della cronaca e non garantiscono quindi visibilità mediatica e opportunità di carriera a chi se ne occupa. È forse utile riportare come il sergente, che narra in prima persona, presenta la Sezione in cui lavora, perché questo passo ci fornisce anche uno squarcio preciso della visione politica dell’autore, che a mio avviso ha una rilevanza non marginale nel contenuto dei suoi romanzi.
”Il fatto che la sezione A14 sia di gran lunga la più impopolare ed evitata del corpo dimostra solo, dal mio punto di vista, che avrebbe dovuto essere creata molto prima. Non andiamo a genio agli intellettuali di sinistra, ai politicanti radicali a ai loro accoliti, ma ci vuol pure qualcuno che faccia i lavori che loro non farebbero mai. Non andiamo a genio agli agenti in uniforme, né agli investigatori in borghese del CID e tantomeno a quelli del Nucleo Operativo. Il nostro lavoro riguarda le morti oscure, apparentemente irrilevanti e futili, di persone di cui non importa e non è mai importato niente a nessuno”.
Nell’universo letterario di Raymond, ad una società divisa in classi corrisponde dunque una polizia divisa in classi, di cui la Factory rappresenta il proletariato: visibilità nulla, scarse prospettive di carriera, indagini confinate negli ambienti del degrado sociale urbano; sono proprio questi, d’altro canto, gli aspetti professionali che in un certo qual modo attirano il protagonista e lo fanno restare alla Factory, in quanto gli garantiscono massima libertà d’azione e la possibilità di occuparsi degli ultimi.
È interessante notare come gli strali dell’anarchico Raymond si abbattano innanzitutto sull’intelligencija e sulla politica di sinistra. Ma su questo sarà necessario tornare.
Come spesso accade nei noir e nei gialli, il romanzo inizia con il ritrovamento di un cadavere. In questo caso si tratta di quello di Charles Locksey Alwin Staniland, cinquantuno anni, ucciso con una ferocia inaudita da innumerevoli colpi di mazzuolo, che gli hanno spezzato le braccia, le gambe e sfondato la faccia. Bowman, il volgare ed arrivista ispettore di Scotland Yard che si occupa solo di casi che gli possano dare visibilità, lascia volentieri il caso al sergente.
Staniland infatti era un poveraccio, un marginale: scrittore fallito, sposato con una figlia, si era trasferito in cerca di miglior fortuna nel sud della Francia, dove la moglie lo aveva lasciato a causa del suo alcolismo e della sua perenne crisi esistenziale. Tornato a Londra devastato dalla fine del rapporto coniugale e dalla forzata lontananza dalla figlia che adora, sprofonda in un baratro sempre più cupo, anche dal punto di vista economico. Si innamora infine di una prostituta incontrata in un locale dei bassifondi, Barbara, che però lo umilia per la sua impotenza sessuale e sembra legata ad un equivoco personaggio, grasso e viscido, che lui chiama il Cavaliere Ghignante e lo minaccia per il suo stare addosso a Barbara.
Questi ed altri particolari della vita e della personalità di Staniland il sergente li viene a sapere perché nello squallido appartamento in cui abitava sono state ritrovate lettere ed appunti, ma soprattutto numerose audiocassette cui Staniland ha affidato, nel corso dei suoi ultimi anni di vita, il racconto di episodi di vita e le sue riflessioni sul mondo in cui viveva e su ciò che gli stava accadendo. Questa sorta di diario sonoro permette al sergente di rintracciare le persone che hanno avuto a che fare lui, esplorando il degradato e violento universo urbano e sociale che caratterizza i quartieri popolari della Londra thatcheriana, fatto di casermoni fatiscenti nei quali si aggirano piccoli e grandi delinquenti, tra disoccupazione, disperazione, droga ed alcool. Il passo in cui, descrivendo il degrado di Battersea, Raymond afferma: ”Battersea è un esempio emblematico di una situazione nazionale disperata, in cui solo una successione di governi tipicamente britannica ha potuto cacciarci” va nella direzione, già vista sopra, di una accusa collettiva alla classe politica al potere, sia essa laburista o conservatrice. Al netto di una certa dose di qualunquismo che sicuramente ha caratterizzato lo scrittore, figlio della upper class inglese e sicuramente intriso del libertarismo astratto che connotava, particolarmente nel mondo anglosassone, quella generazione ribelle, ciò è a mio avviso indizio preciso del fatto che Raymond avesse colto come il trionfo thatcheriano fosse figlio anche, se non prevalentemente, della autonormalizzazione di una sinistra che già allora stava abbandonando i suoi valori fondanti per ritirarsi verso lidi elitari e di sostanziale condivisione della struttura socio-economica liberale.
A questo degrado sociale corrisponde il degrado delle relazioni umane: gli incontri del sergente con l’ex moglie ed il fratello della vittima, con il titolare e gli ex colleghi di una ditta per cui Staniland ha brevemente lavorato, con i proprietari di equivoci pub che frequentava ed altri restituiscono un panorama umano che per indifferenza, cinismo o vero e proprio odio ha progressivamente fatto precipitare Staniland nella solitudine e nella disperazione. Tutto ciò però non basta a spiegare la violenza cieca con cui è stato ucciso: in fondo Staniland era un povero emarginato come ce ne sono tanti, degno al massimo di qualche pugno. Deve esserci stato qualcosa d’altro che ha portato all’omicidio, qualcosa di intimamente connesso alla personalità di Staniland, ed è proprio la sua ricerca che guida le indagini anomale del sergente, che poco a poco si convince del fatto che in qualche modo Staniland volesse essere ucciso.
La vicenda è quindi potenzialmente molto intrigante, rivelando strette affinità con il miglior hard-boiled statunitense piuttosto che con le storie milanesi di Giorgio Scerbanenco, in quanto il suo sviluppo è affidato alla progressiva scoperta della vicenda umana della vittima, piuttosto che ad incastrare gli assassini con prove oggettive. Il romanzo di genere si può così trasformare, come accade nei suoi migliori autori, in uno strumento per scandagliare le regioni oscure dell’animo umano e il contesto sociale che le genera o quantomeno le accoglie e coltiva amorevolmente. Purtroppo, come in altri autori che mi è capitato di incontrare, queste ambizioni non sono a mio avviso sufficientemente supportate da una adeguata tecnica letteraria, ed il risultato complessivo non è quindi del tutto convincente.
Un primo aspetto che mi ha lasciato perplesso è lo strumento letterario che Raymond utilizza per far conoscere al sergente (e quindi al lettore) la personalità e le vicende della vittima. Come detto, si tratta di lettere, appunti, ma soprattutto nastri audio, che il sergente-narratore riporta per intero in pagine a volte troppo lunghe. Tralascio la questione della verosimiglianza di quella che dovrebbe essere una sorta di testimonianza magnetica, e in quanto tale riportare impressioni e resoconti mediati dalla memoria, sia pure a breve termine, mentre spesso si traduce in precisi racconti, con tanto di serrati dialoghi diretti riportati come tali. Il punto centrale è che – a mio avviso – la trascrizione di questi nastri occupa una parte troppo estesa, in termini sia di pagine sia di elementi conoscitivi, nella ricostruzione della vicenda umana di Staniland rispetto agli altri tasselli utilizzati allo scopo dal sergente, primi tra tutti i contatti con la cerchia relazionale della vittima. Ne deriva un romanzo raccontato, più che agito: non che la cosa sia deplorevole in sé, ma è indubbio che in un romanzo noir queste pause d’ascolto spezzano quasi innaturalmente il ritmo della storia. C’è però, forse, un preciso motivo per il quale Raymond fa così largo uso dei nastri e degli appunti di Staniland, sul quale mi soffermerò più avanti.
Un altro elemento che fa scadere il romanzo è a mio avviso la caratterizzazione eccessivamente schematica o quasi caricaturale di parte dei personaggi importanti che vi si incontrano. Alcuni di questi sono per la verità caratterizzati con sapienza, e su tutti emergono a mio avviso il fratello di Staniland e sua moglie, perfetto esempio della crudeltà, della perfidia e dell’ipocrisia che possono essere raggiunte nel fondo dei corridoi delle case piccolo-borghesi. Molti altri personaggi, invece, sono poco più che bozzetti unidimensionali, compresi quelli che giocano un ruolo non secondario nella vicenda. A mio avviso la caduta più grave dell’autore la si ritrova nelle caratterizzazioni di Harvey, il Cavaliere ghignante, e di Barbara. Senza entrare in particolari che svelerebbero troppo della trama, la personalità masochistica e scatologica di Harvey appare francamente inessenziale, volta forse ad introdurre un risvolto psicanalitico, comunque di seconda mano, in grado di stuzzicare il lettore popolare cui il romanzo era rivolto. Diverso è il discorso relativamente a Barbara, che per tutto il romanzo mantiene un coerente e a suo modo accattivante profilo di prostituta crudele perché segnata da una vita senza alternative, ma che improvvisamente, nel finale, si trasforma in una sorta di Diabolik al femminile al solo fine di creare una peraltro scontata suspense prima dell’inevitabile finale.
Non mancano quindi neppure in questo romanzo molti di quelli che ho già chiamato luoghi comuni del noir. Oltre che nell’improbabile finale, che costituisce comunque il passaggio che ne raggruma un maggior numero, essi sono rintracciabili nello stesso modo di agire sempre e comunque da duro del sergente (si veda in particolare il suo rapporto con Barbara) e nel suo linguaggio, spesso stereotipato sino a giungere a frasi di questo tenore: ”Prima o poi avrei dovuto ritornare là, ed ero indeciso se in vista dell’improvvisata fosse meglio premunirsi di un carro armato Chieftain o di un cannone semovente”, ottenendo l’unico effetto di allontanare il nostro dalle posizioni di rango in una ipotetica classifica degli investigatori dotati di maggior spessore letterario.
Se questi sono a mio avviso i punti deboli del romanzo, vorrei infine soffermarmi su un aspetto che ritengo particolarmente interessante, in quanto penso sveli plasticamente la funzione che l’autore ha attribuito alla scrittura del romanzo: mi riferisco ai suoi evidenti risvolti autobiografici, ed al fatto che questi sono riferiti alla vittima, non al detective.
Charles Staniland somiglia infatti molto al Derek Raymond dei primi anni ‘80. È un cinquantenne, ha vissuto nel sud della Francia, si è separato da poco dalla moglie (per Raymond era la terza) da cui aveva avuto una figlia ed ereditato un figliastro, è uno scrittore fallito, come era all’epoca Raymond che di fatto non pubblicava da oltre un decennio; in uno dei nastri di Staniland è descritta anche la macellazione di un maiale, e tra i numerosi lavori precari che Raymond aveva svolto in Francia vi era stato anche quello di norcino.
Perché la vittima del suo primo romanzo noir, un emarginato che viene brutalmente assassinato, è di fatto l’autore? Per comprenderlo ci si può riferire ad un particolare apparentemente secondario: il fatto che questo sia, oltre che il primo noir, anche il primo romanzo nel quale l’autore si firma come Derek Raymond, avendo pubblicato le sue precedenti opere, risalenti agli anni ‘60, con il suo vero nome di Robin Cook. È quindi evidente come questo romanzo rappresenti esplicitamente per l’autore un momento di profondo cambiamento professionale, ma probabilmente anche esistenziale. Raymond sembra affidare a Charles Staniland due compiti.
Il primo è quello di aiutarlo a tirar fuori sé stesso , ciò che è stato ma anche ciò che è ancora, con la sua visione del mondo. Gli appunti e i nastri di Staniland, al netto degli elementi di finzione romanzesca che contengono, se da un lato appaiono come un appesantimento del romanzo dall’altro possono essere letti come una sorta di confessione del fallimento definitivo dell’autore nella ricerca di una liberazione individuale dalla gabbia sociale.
Il secondo compito che gli affida è quello di morire, ma di farlo ad occhi aperti, con la piena coscienza della necessità della sua morte. Quello Staniland, quel Robin Cook che era stato in Francia e poi in Italia in una comune, deve essere ucciso, ma deve tenere gli occhi aperti affinché possa nascere Derek Raymond, che inizia di nuovo a scrivere dopo dieci anni, che si cimenta in un genere che gli permetta di descrivere gli abissi di crudeltà in cui il mondo cui credeva di poter sfuggire è sprofondato.
Pur con tutti i limiti strutturali segnalati E morì a occhi aperti è certamente romanzo di un certo interesse, che molto ci dice sulla personalità e sulle ambizioni letterarie dell’autore, e può essere considerato il vero esordio letterario di Derek Raymond: come spesso capita in questi casi i seguenti episodi non sempre saranno all’altezza di tali ambizioni, adagiandosi sugli elementi più spettacolari del genere.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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