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Un romanzo solo apparentemente “semplice” afflitto da una traduzione ormai del tutto inadeguata

Recensione de La battaglia, di John Steinbeck

Bompiani, Tascabili, 2006

Forse è il destino ad essermi avverso, ma più probabilmente è l’ennesimo segno della sciatteria dell’editoria italiana: sta di fatto che, dopo La dodicesima notte e La collera di Maigret, per la terza volta in poco tempo mi trovo obbligato, a rischio di annoiare schiere di miei lettori, a scagliarmi contro la traduzione di un’opera letteraria.
Stavolta il bersaglio è grosso, trattandosi nientedimeno di Eugenio Montale, traduttore nel 1940 di In dubious battle, romanzo scritto da John Steinbeck quattro anni prima, ancora oggi proposto in libreria nella stessa edizione, e del quale non esistono traduzioni più recenti.
Di una nuova traduzione quest’opera avrebbe davvero bisogno, e in merito ritengo che piuttosto che continuare a riproporre quella del peraltro grande poeta sarebbe meglio lasciare a chi può la lettura del testo originale, reperibile ad esempio qui, visto che viene a mio avviso letteralmente tradito da Montale.
Il tradimento comincia sin dalla versione del titolo: In dubious battle è citazione da un verso del primo libro del Paradiso perduto di Milton; del resto molti dei romanzi di Steinbeck hanno come titolo citazioni bibliche o tratte da classici. L’importanza del titolo originale è data dal fatto che esso è parte di un passo estremamente significativo, che è opportuno riportare per intero (traduzione mia, quindi alquanto grezza):
”… quindi fui spinto
a scontrarmi col più forte, trascinando nel conflitto
la grande forza di innumerevoli spiriti armati
che disprezzando il suo regno e preferendo me
opposero al suo grande potere un potere avverso
in un’incerta battaglia nelle pianure del Paradiso,
e scossero il suo trono. Cosa importa se fummo sconfitti?
Non tutto è perso. L’indomita volontà,
lo spirito di vendetta, l’odio immortale
mai conosceranno sottomissione o cedimento;
e cosa mai altro è, se non questo, il non essere vinti?”

Tradurre In dubious battle con La battaglia significa tagliare di netto il cordone ombelicale esistente tra il titolo originale e il passo di Milton, ed in questo modo amputare una parte importante del significato che Steinbeck attribuisce a questo romanzo: il racconto di un episodio tragico e fallimentare nell’ambito di una dura lotta, quella tra le classi, destinata comunque a continuare. Appare tra l’altro quantomeno strano che nella pur ottima introduzione, anonima e datata 1976, all’edizione da me letta, nella quale il romanzo viene contestualizzato rispetto ai tempi in cui fu scritto, non vi sia alcun accenno all’origine letteraria del titolo originale e alla sua oggettiva importanza.
Se comunque l’alterazione del titolo può essere forse considerato un peccato veniale, è la traduzione del testo che risulta oggi del tutto inadeguata per capire veramente questo romanzo.
Steinbeck è infatti scrittore realista, oserei dire naturalista, in particolare nelle opere della Dustbowl trilogy; uno degli elementi che caratterizzano il suo realismo è il linguaggio colloquiale, infarcito di slang, a volte duro e volgare, che mette in bocca ai suoi contadini e operai. L’impiego di tale linguaggio gli procurò non pochi strali da parte della critica conservatrice, particolarmente violente quando uscì Furore. A proposito del linguaggio di In dubious battle l’autore ebbe a dichiarare: ”I dialoghi [del romanzo] sono ciò che comunemente viene definito volgare. Ho lavorato fianco a fianco ai braccianti, e raramente ho sentito una frase in cui non vi fosse qualche scurrilità. Sono stufo del fatto che nei libri il nobile lavoratore si esprima come se fosse un professore universitario.” Per inciso, verrebbe fatto di notare come una polemica di questo genere negli anni ‘30 del XX secolo per noi europei appaia un poco di retroguardia e forse in ritardo di qualche decina d’anni; anche relativamente a ciò, tuttavia, emerge chiaramente a mio avviso l’importanza della contestualizzazione dell’opera d’arte rispetto alla situazione sociale concreta che l’ha generata.
Ebbene, come traduce Montale tale linguaggio volgare? Esattamente come se i nobili lavoratori si esprimessero come professori universitari nell’Italia fascista.
Il tratto che balza immediatamente agli occhi è che, fascistissimamente, i protagonisti, braccianti impiegati nella raccolta delle mele in California, si danno del Voi, il che attribuisce immediatamente ai dialoghi una vernice di artificialità superiore addirittura, per il lettore contemporaneo, a quella derivante da un possibile uso del Lei. Oltre a ciò, l’italiano di Montale è spesso accademico, gonfio di termini oggi desueti, con una struttura sintattica che a volte rende difficile la percezione dell’esatto significato delle frasi, nelle quali le interiezioni, parte integrante dell’inglese colloquiale di Steinbeck, suonano false se non ridicole. Forse un esempio può rendere l’idea di ciò che affermo. All’inizio del sesto capitolo il protagonista, Jim Nolan, ed un altro lavoratore hanno una discussione con un sorvegliante sulla raccolta delle mele:
Jim carried his bucket to the station. “Cold enough for you?”
“Not as cold as it will be if this wind doesn’t change. Freeze the balls off a brass monkey,” the checker said.
A sullen-looking boy came up and dumped his bucket. His dark brows grew low to his eyes and his dark, stiff hair grew low on his forehead. His eyes were red and hot. He dumped his bucketful of apples into a box.
“Don’t bruise those apples,” the checker said. “Rot sets in on a bruise.”
“Oh, yeah?”
“Yeah, that’s what I said.” The checker made a slashing mark with his pencil. “That bucket’s out. Try again.”
The smouldering eyes regarded him with hostility. “You sure got it comin’. An’ you’re goin’ to get it.”

Questo dialogo secco, sincopato e non scevro di trivialità (notare il meraviglioso freeze the balls off a brass monkey) diviene quanto segue:
Jim portò il suo bigoncio al centro. “Lo sentite il fresco?”
“Non è tanto freddo come potrebbe essere, a meno che non muti il vento. E allora sarà un freddo da ghiacciare una statua.”
Un ragazzo dall’aria imbronciata si accostò e rovesciò il suo secchio. Le nere sopracciglia gli scendevano fin tra gli occhi e i capelli oscuri e pesanti gli cadevano sulla fronte. Aveva gli occhi rossi e accesi. Gettò la sua scarica di mele in una cassa.
“Non sciupate queste mele,” disse il controllore. “Basta un colpo per farne marcire chissà quante.”
“Ah, sí?”
“Sí, e ve l’ho detto.” Fece un cenno con la matita. Questo viaggio non vi sarà commutato. [sic, forse errore tipografico per “computato”, N.d.R.] Ripassate.”
L’occhio infocato lo guardò con ostilità. “Di certo l’avete segnato. E lo tenete per voi.”

Anche tenendo conto della minore predisposizione strutturale della lingua italiana alla sincope e al ritmo brusco, è indubbio come il linguaggio di Montale appaia del tutto anacronistico. Forse nell’Italia fascista del 1940 un tale linguaggio, oltre ad essere allora più moderno, era il dazio da pagare per poter pubblicare un romanzo che parla di comunisti e di uno sciopero, anche se la manica larga del regime va probabilmente attribuita alla volontà di mostrare come nelle democrazie plutocratiche regnassero miseria e disordine sociale. Di fatto oggi la traduzione di Montale riveste a mio avviso unicamente un valore documentario.
Termino questa mia disamina dell’edizione Bompiani con un ulteriore piccolo, ma significativo segno della inadeguatezza che la caratterizza, dalla quale si salva solo – come accennato – l’introduzione. In quarta di copertina viene detto: ”Nel 1933 il Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt si trovò a dover fronteggiare una crisi disastrosa…”. Peccato che quel presidente fosse Franklin Delano Roosevelt, non Theodore, presidente anch’egli progressista ma che aveva terminato il suo mandato nel 1909 e che nel 1933 giaceva nella tomba da ben 17 anni!
Fatte queste lunghe ma a mio avviso doverose premesse veniamo al romanzo.
Come accennato La battaglia, primo capitolo della trilogia che comprende anche i più noti Uomini e topi e Furore, narra di uno sciopero di raccoglitori di mele in una vallata californiana negli anni della Grande Depressione. Protagonista è Jim Nolan, un giovane disoccupato che il lettore incontra mentre sta lasciando una camera in affitto per andare a presentare la sua richiesta di iscrizione al Partito Comunista. In quegli anni, pur contando su poche migliaia d’iscritti, il Partito era molto attivo nell’organizzazione delle masse operaie che tentavano di difendersi dai devastanti effetti della crisi, che aveva comportato, oltre a tassi di disoccupazione spaventosi, anche una generale caduta dei salari. Le lotte furono particolarmente dure, anche perché la classe padronale, sia industriale sia agraria, non esitò ad assoldare armare, spesso con la piena connivenza delle autorità pubbliche, milizie private per reprimere proteste e scioperi. Come evidenziato nell’introduzione al romanzo, ogni movimento, ogni azione delle classi subalterne era bollata come rossa, facendo leva sul sentimento anticomunista che già allora era stato sapientemente instillato nella maggioranza della popolazione statunitense, peraltro storicamente piuttosto incline a tale modo di pensare.
Jim vuole iscriversi al Partito perché ha visto suo padre lottare da solo contro il padrone e perdere; mentre era in carcere per vagabondaggio (questo spesso era il destino dei disoccupati) ha conosciuto dei militanti ed ha capito che avevano una speranza perché non lottavano da soli, ma come parte di un gruppo che aveva una precisa strategia e ideali definiti.
Per il suo apprendistato nel Partito Jim viene affiancato a Mac, un agitatore del proletariato rurale.
I due quindi partono, salendo su treni merci come gli hobos che verranno cantati qualche decennio dopo da Jack Kerouac, per la contea di Torgas, dove i braccianti giunti per la raccolta delle mele si sono visti ridurre il salario dai padroni. Mac spera che questo fatto possa indurre i lavoratori allo sciopero, e che l’azione possa aumentare la coscienza di classe, anche in vista di lotte più dure che si annunciano sui campi di cotone. Il romanzo racconta quindi di come l’informe rabbia dei lavoratori per l’accentuarsi dello sfruttamento si trasformi in lotta organizzata, anche grazie alla capacità di Mac di conquistarsi la fiducia dei leader e dei braccianti, nonostante la generale diffidenza per i rossi. Naturalmente lo sciopero scatenerà la reazione del padronato, che non esiterà a ricorrere all’omicidio per fermare la lotta.
In superficie siamo quindi di fronte ad un romanzo a tesi, il cui realismo è messo al servizio di un messaggio politico netto. Molto precise e dettagliate sono le descrizioni dei meccanismi dello sciopero, delle modalità di organizzazione dei braccianti, delle tecniche di lotta al crumiraggio organizzato dal padronato, del ruolo non esattamente neutro dell’autorità pubblica.
Un solido esemplare quindi della letteratura del proletariato cui in quegli anni aderirono molti scrittori statunitensi, di fronte all’evidenza del disastro economico, sociale e morale provocato dal capitalismo, mentre l’Unione Sovietica prometteva una nuova era di liberazione dell’uomo. Anche se così fosse stato, se cioè In dubious battle fosse solo una sorta di manifesto della necessità della lotta, credo lo si potrebbe definire un romanzo necessario nel contesto in cui fu scritto, pur sottoponendolo a tutte le opportune critiche dal punto di vista strettamente letterario. Ma il romanzo non è solo questo, e – sia pure ad un livello che è necessario leggere attentamente tra le righe – sembra suggerire almeno un’altra chiave di lettura, politicamente più sottile ed anche più legata ad aspetti esistenziali, se così si può dire.
Steinbeck non è mai stato comunista, anche se appoggiò alcune cause del Partito: sostenitore del New Deal rooseveltiano, quindi del tentativo (riuscito) di salvare l’assetto capitalista statunitense mitigandone i tratti più liberisti, essenzialmente al fine di scongiurare l’ascesa delle istanze socialiste, si sospetta che nel dopoguerra sia stato assoldato dalla CIA, e poco prima della morte esaltò l’intervento statunitense in Vietnam.
Così, a ben guardare, nel romanzo le decisioni e le azioni di Mac – l’attivista del Partito – sembrano a tratti essere guidate più da superiori, astratti e crudeli assunti politici che dalla volontà di supportare concretamente gli interessi dei braccianti in sciopero. Sin dal primo colloquio con Jim sulla questione egli afferma che sarebbe meglio che i padroni non cedessero subito, perché ”uno sciopero che è sedato troppo presto non insegna agli uomini come organizzarsi, come lavorare uniti. Uno sciopero duro è altra cosa. Gli uomini devono imparare come possono essere forti lavorando insieme.” Poco oltre auspica che vi sia l’intervento di truppe armate, in quanto ”… per ogni bracciante che venga colpito dalla baionetta di un monturato [sic; sta per “in uniforme”], eccone mille che verranno con noi, in tutto il paese.” Molte altre volte nel corso del romanzo il lettore attento è portato ad interrogarsi sulla durezza di Mac, ed anche la potente scena finale del romanzo, che non rivelo, può essere letta come la strumentalizzazione della lotta e delle tragedie che porta con sé a fini astrattamente rivoluzionari.
Molti critici hanno sottolineato come Steinbeck nel romanzo riservi la sua simpatia più che a Mac o a Jim Nolan, di cui il romanzo segue la bildung politica, alla figura del Dottor Burton, sorta di compagno di strada dei comunisti ma dotato di una visione più umanitaria della lotta (osserverà ad un certo punto che anche dall’altra parte ci sono degli uomini). Mi pare di poter tuttavia affermare che Burton giochi un ruolo troppo marginale nel romanzo per rappresentarne davvero il protagonista positivo, il portatore di una visione alternativa all’intransigenza leninista di Mac, limitandosi a mio avviso ad essere un affettuoso omaggio dell’autore al suo grande amico Ed Ricketts, protoecologo e filosofo, con cui condivise oltre un decennio di avventure.
D’altro canto è indubbio che senza le capacità organizzative di Mac, senza la sua visione, che deriva direttamente dalla scuola del Partito, i braccianti, e anche i loro leader, non sarebbero mai stati in grado di trasformare una rabbia informe in una lotta vera per l’affermazione dei propri diritti. Altresì indubbio è il fatto che nel romanzo la massa, da cui comunque promana un forte sentimento di rabbia, sembra essere un soggetto amorfo facilmente suggestionabile e malleabile a patto di darle delle certezze: le istruzioni di Mac a London, leader in pectore dello sciopero, sono queste: ”Se volete farli votare per qualche cosa voi dovete dire: volete questo, non è vero? E se volete che votino contro, voi dite: voi non volete questo, non è vero?”
Steinbeck quindi dissemina di indizi contraddittori il romanzo e lascia di fatto al lettore trarre le proprie conclusioni, limitandosi da buon naturalista ad esporre dei fatti che presentano varie sfaccettature, sia pure nel contesto di una netta presa di posizione. Del resto lo stesso autore ebbe ad affermare che ”il romanzo non è abbastanza controverso da attirarsi l’appoggio né dei lavoratori né dei capitalisti, per quanto entrambi possano trarne conclusioni polemiche, suppongo.”
Così, il dubious del titolo finisce forse per riferirsi più al giudizio da dare alla tattica adottata, più che all’esito della battaglia. Per conto mio, sono ancora convinto che cosa mai altro è, se non continuare a combattere, il non essere vinti?

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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