Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura ungherese, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Ragazzi alla deriva verso un mondo alla deriva

Recensione de I ribelli, di Sándor Márai

Adelphi, Biblioteca, 2001

Quasi una dozzina d’anni hanno separato la lettura di questo romanzo di Sándor Márai dal precedente, Truciolo, che tra l’altro rappresenta credo un volume piuttosto eccentrico nel quadro della cospicua produzione dell’autore ungherese. Ancora più indietro nel tempo è da ricercarsi la mia scoperta di Márai, che come per quasi tutti è avvenuta per il tramite della lettura de Le braci e L’eredità di Eszter, delle quali opere peraltro non conservo di fatto alcun ricordo. Fu proprio la consapevolezza che i miei meccanismi mnemonici a volte iniziavano a tradirmi anche rispetto alla lettura di opere importanti che mi spinse a cercare un luogo dove fissare a caldo le impressioni ricevute da un libro.
Se da un lato quindi leggere di nuovo a Márai ha costituito per me una sorta di ritorno a casa, a quel primo novecento che considero una sorta di luogo mitico della letteratura, dall’altro ha rappresentato di fatto l’ennesima scoperta di questo autore, ed ogni volta non posso che confermare la sua importanza letteraria, non solo relativa.
Sándor Márai, figlio della piccola nobiltà magiara, nacque – emblematicamente nel 1900 – a Kassa, nel Regno d’Ungheria, oggi Košice in Slovacchia, e nella sua lunga vita attraversò drammaticamente le vicende del secolo breve. Giornalista in Germania subito dopo la fine della prima guerra mondiale, quindi a Parigi, tornò in Ungheria nel 1928, e sino al 1945 scrisse e pubblicò (in ungherese, non in tedesco, scelta significativa) la parte più corposa della sua vasta produzione letteraria, ritirandosi peraltro in quello che definì un esilio interno di fronte al progressivo avvicinamento del regime di Horthy e della borghesia nazionale, classe alla quale sentiva di appartenere, al fascismo prima e al nazismo poi. L’occupazione nazista lo vide costretto a rifugiarsi in campagna, anche perché aveva sposato una donna di origine ebraica. I rapporti del borghese e liberale Márai con il nuovo potere popolare divengono presto complicati, e nel 1948 arriva la scomunica della sua opera nientedimeno che da parte di György Lukács: Márai lascia l’Ungheria. Soggiornerà prima a Napoli quindi negli USA, di cui diverrà cittadino, collaborando tra l’altro a Radio Free Europe, il canale radio finanziato dalla CIA per diffondere propaganda anticomunista (attivo ancora oggi). Visse di nuovo in Italia, a Salerno, tra il 1968 e il 1980. Tornato negli USA, persi sia la moglie sia il figlio adottivo, si suicida nel 1989. La sua opera, di cui si erano perse le tracce e che in Ungheria non era stata più pubblicate nel dopoguerra, cominciò ad essere riscoperta in Francia all’inizio degli anni ‘90: ovviamente nel nostro Paese la pubblicazione di Márai si deve ad Adelphi, nel cui catalogo oggi si trovano quasi una ventina di titoli, la quasi totalità nella prestigiosa Biblioteca Adelphi.
I ribelli, del 1930, è di fatto il primo romanzo vero pubblicato da Márai, che aveva esordito a 18 anni con una raccolta di poesie e nel 1924 aveva dato alle stampe il romanzo breve Il macellaio.
Il romanzo narra le vicende di quattro ragazzi, compagni di classe, che nell’anno in cui devono affrontare l’esame di maturità si sono legati di forte amicizia, formando quella che chiamano la banda. Siamo nella tarda primavera del 1918, in una città di provincia dell’Ungheria, che l’autore – per sottolinearne l’origine immaginaria – colloca in un paesaggio montano ma che ”… possiede anche un angolo di mare, quel tanto che basta a far bella figura e a formare un golfo”. Il tempo durante il quale seguiamo i quattro ragazzi è brevissimo, poco più di ventiquattrore, ma nel corso della narrazione numerosi flashback e digressioni permettono al lettore di ricostruire le vicende pregresse dei quattro ragazzi ed il contesto in cui queste avvengono. La narrazione è in terza persona, anche se l’autore sembra in qualche modo identificarsi maggiormente in uno dei ragazzi, Ábel: iniziamo quindi a conoscerlo, per poi passare agli altri tre.
Ábel (l’unico dei quattro di cui non conosciamo il cognome) è figlio di un medico che ora è al fronte e da mesi non dà più notizie; figlio unico, la madre è morta quando lui era ancora piccolo, tanto che di lei ha un ricordo confuso. È stato allevato da una zia zitella, cui a suo modo è affezionato, che si è trasferita da loro alla morte della madre. Con il padre ha sempre avuto un rapporto gerarchico e distante, a causa delle sue (del padre) inadeguatezze affettive. Legge molto.
Anche Tibor Prockauer appartiene alla buona borghesia cittadina: suo padre è colonnello, ed al pari del padre di Ábel è da tempo in guerra. Sua madre, da tempo malata e costretta a letto, controlla nondimeno con mano ferrea l’economia familiare. Tibor è di una bellezza volitiva; a tratti efebici associa il vigore dello sportivo. Ha un fratello maggiore, Lajos, che è da poco tornato dal fronte dell’Isonzo con un braccio amputato, e frequenta assiduamente la banda. È stato bocciato all’esame ma non ha ancora comunicato la notizia alla madre.
Béla Ruzsák è figlio di un negoziante del centro, appartenendo quindi alla piccola borghesia agiata della città. Del padre, che lo batte sovente, ha un timore reverenziale, il che non gli impedirà, come si vedrà, di ribellarsi in qualche modo alla sua autorità. Ama vestirsi in modo eccentrico: è tutto sommato la figura messa a fuoco con meno precisione dall’autore.
Ultimo membro della banda è il piccolo Ernö Zakarka, figlio di un povero calzolaio sulla via della pazzia a causa di manie religiose, che sogna il riscatto sociale del figlio. Vive in un buio seminterrato che funge anche da laboratorio del padre, il quale una volta, in un accesso di follia, ha ucciso senza ragione una cornacchia che viveva con loro e cui il figlio era molto affezionato.
Dunque quattro ragazzi sull’orlo della vita adulta, che però dal mondo degli adulti, ed in particolare dai padri, non hanno ricevuto che assenza e distanza; sanno tra l’altro che l’ingresso in tale mondo comporterà, subito dopo la maturità, la chiamata alle armi. Questo è il motivo principale per cui la banda si è formata: mettere in comune il loro disagio, il loro senso di avversione verso un mondo che li sta ingannando, trasformandolo in una ribellione. Ovviamente gli atti in cui questa ribellione si concretizzerà saranno all’inizio poco più che goliardate: rubare qualche libro dalla biblioteca scolastica, tormentare i professori. Ben presto però i ragazzi sentono il bisogno di uno spazio loro, ed affittano una stanza in una squallida locanda fuori città; Béla inizia a rubare parte dell’incasso del negozio del padre, mentre Tibor sottrae da casa l’argenteria di famiglia, impegnandola per una somma importante. A poco a poco la stanza si riempie di vestiti ed altri oggetti comprati con i soldi che i quattro si procurano o sottratti nelle rispettive case dagli oggetti cari ai genitori. Anche grazie a questi oggetti i quattro definiscono un codice di comportamento e inventano giochi il cui tratto comune è essere al di fuori delle convenzioni e del tutto non utilitaristici.
La banda non è comunque un club esclusivo: oltre a Lajos, il fratello mutilato di Tibor, vi sono ammessi anche i fratelli Péter e Tamás Garren (in seguito protagonisti di un ciclo di romanzi di Márai, ma che qui rimangono nell’ombra), ma soprattutto da qualche tempo vi è ammesso Amadé Volpay, grasso attore componente della compagnia teatrale che si esibisce da settimane in città. Amadé è stato presentato ai ragazzi da Lajos Prockauer, ed esercita su di loro il fascino dell’ambiguità: il suo essere attore non lo qualifica infatti come pienamente adulto, ma come un trait d’union tra il loro mondo e quello di fuori, affascinandoli con le sue esperienze di viaggio e la varia umanità incontrata.
Questo è il microcosmo umano, sociale e psicologico entro il quale si sviluppa la vicenda, della quale come detto il lettore segue in diretta solo le fasi finali. Rispetto a quanto detto sinora c’è però da introdurre un nuovo elemento, che percorre tutto il romanzo in modo quasi subliminale ma costituisce un asse portante dello sviluppo delle vicende narrate: il tema dell’omosessualità.
Si può affermare che questo tema, da Márai lasciato solo intuire al lettore per quasi tutta la durata del libro (al punto da aver eliminato, nell’edizione canadese definitiva del 1988, i passi in cui diveniva troppo evidente) si espliciti a due livelli, o meglio in due forme distinte. Vi è infatti l’attrazione, che assume connotati erotici, di ciascuno degli altri tre ragazzi nei confronti di Tibor, il Tibor bello e sportivo, dai tratti e dai modi fini ed eleganti; accanto alla comune matrice ribellistica, è stato questo l’elemento coagulatore del gruppo. È un’omosessualità latente, quasi naturale in un gruppo di ragazzi peraltro tutti vergini, per i quali il sesso è sino ad allora stato solo fantasie di bordelli, fonte di turpiloquio e vanterie, nonché solitarie pratiche segrete. Vi è però anche l’omosessualità del mondo degli adulti, quella praticata, che a volte diviene pedofilia, e che determina in buona sostanza l’epilogo della vicenda. È questo un altro aspetto del mondo degli adulti, uno dei tanti inganni da parte di coloro ai quali i quattro ragazzi intendono ribellarsi, uno dei tanti segreti della vita reale che non trovano spazio nella narrazione dei valori su cui si fonderebbe la società.
Già quanto detto sin qui lascia intuire il capolavoro, e come ogni capolavoro anche I ribelli si presta a vari livelli interpretativi.
Indubbiamente la matrice più immediata è quella del bildungroman: l’uscita dall’adolescenza dei quattro ragazzi, la loro incerta identità sessuale, il loro ribellismo che assume forme tanto grottesche quanto sterili, sono tutti elementi che concorrono ad una lettura psicologica del romanzo. Robusta risulta anche la componente psicanalitica, come testimoniato dall’accento dato nel romanzo al rapporto di ciascuno con il padre e alle accennate pulsioni omoerotiche che permeano la dinamiche del gruppo.
Di maggior interesse sono però a mio avviso livelli di lettura che derivano dal contesto sociale e politico in cui la vicenda è immersa. Siamo come detto nella primavera del 1918: il clima è quindi quello del finis Austriae, sia pur visto da una prospettiva periferica. Non vi è però in Márai alcuna nostalgia per quel mondo, anzi. La guerra, che non entra mai direttamente nella narrazione se non per il tramite del moncherino di Lajos, non è che l’ultimo atto della putrescenza della società e delle istituzioni, i cui prodromi c’erano comunque già tutti prima. Ne è testimone la più sacra delle istituzioni, quella familiare, che Márai letteralmente massacra. I padri presenti non sono migliori di quelli al fronte: tutti vedono nei figli delle loro vittime, sulle quali esercitare il loro potere e sfogare le proprie frustrazioni. Ma ancora più impressionante è, a mio modo di vedere, il ritratto che Márai fa dell’unica madre presente nel romanzo, quella dei fratelli Prockauer: una signora tirchia ed occhiuta, che si finge malata per controllare meglio i suoi figli e la servitù, i cui rapporti con il marito erano improntati, sin dalla gioventù, ad una fugace ed occasionale animalità.
Né può sfuggire la precisa connotazione di classe che l’autore conferisce ai suoi personaggi: i quattro protagonisti in particolare sono molto ben caratterizzati in questo senso, soprattutto in relazione alla connotazione sociale dell’epoca e del luogo. Tibor è figlio dell’alta gerarchia militare, appartenendo quindi all’élite dominante par excellence; Ábel appartiene alla media borghesia intellettuale e delle libere professioni; Béla, come detto, è figlio di un negoziante, mentre il piccolo Ernö, non a caso la vera vittima di tutta la vicenda, sembra quasi appartenere ad una sorta di disperato Lumpenproletariat urbano. Saranno proprio queste profonde differenze, in particolare l’odio di calsse nutrito da Ernö verso i ricchi e raffinati compagni a generare in ultima istanza gli sviluppi della vicenda. Se Ernö è la vittima, i suoi carnefici, oltre al padre, sono comunque i rispettabili componenti della società, i signori perbene che frequentano il caffè sul corso, l’attore Amadé Volpay, ma anche i suoi giovani amici borghesi, che lo hanno sempre trattato con sufficienza e non hanno mai capito il suo disagio. Tramite loro viene chiamata in causa l’intera borghesia, i cui rampolli sono diventati adulti in quel 1918 grazie al ribellismo asfittico e tragico da lui narrato e che ormai sono verosimilmente classe dirigente nell’Ungheria sulla via della deriva fascista del 1930.
Se è vero quindi che, come fu frettolosamente classificato dalla neonata Repubblica Popolare d’Ungheria, Márai è scrittore borghese è altrettanto vero che della borghesia cui era organico sapeva analizzare e comprendere le tare sociali, e le conseguenze cui queste l’avrebbero portata, come emerse già a suo tempo dalla lettura di Truciolo. Forse in questo caso l’immenso György Lukács avrebbe dovuto essere più cauto nel giudizio: avrebbe tra l’altro fornito un propagandista in meno alla CIA.
Resta da dire della struttura del romanzo e della scrittura di Márai. Anche sotto questi aspetti siamo a mio avviso al cospetto della grande opera. La scelta di comprimere la narrazione diretta in poche ore, da cui si dipartono digressioni e flashback, conferisce al romanzo un fascino particolare e permette al narratore di introdurre elementi di conoscenza quando serve. Márai è del resto abilissimo nella gestione quasi cinematografica della scena, alternando campi lunghi a piani-sequenza, azioni collettive a monologhi interiori, tanto che il lettore resta impigliato in una serie di presenti perfettamente funzionali alla complessità delle tematiche trattate. Questo modo di scrivere dovrebbe aprire il dibattito sul presunto realismo di Márai, che se è tale risulta quantomeno articolato: da citare assolutamente in questo senso sono le due scene madri del romanzo: la rappresentazione teatrale organizzata da Amadé, nella quale prevalgono accenti espressionisti (con analoghi tratti è del resto tratteggiata la figura dell’attore) – probabilmente assimilati dall’autore nella sua frequentazione berlinese – e il drammatico colloquio che Ábel e Tibor hanno con Havas, l’uomo del banco dei pegni, nel tentativo di riscattare l’argenteria dei Prockauer; anche in questo caso tinte forti, sottolineate dal lucore dei grassi che Havas ingurgita, la fanno da padrone. Magistrale, infine, a mio avviso proprio per la sua carica quasi simbolista, la scena finale del ritorno in città.
Spesso gli autori del primo novecento scoperti o riproposti da Adelphi verso la fine del secolo rispondevano più alla necessità di grattare il fondo del barile prima dell’abbandono di un filone che si era rivelato estremamente proficuo. Non è a mio avviso il caso di Sándor Márai, che anche con questo romanzo, forse soprattutto con questo romanzo conferma di essere uno scrittore che è necessario esplorare, se si vuol tentare di comprendere la storia europea.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...