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W. Somerset Salgari

Recensione di Acque Morte, di W. Somerset Maugham

Adelphi, Gli Adelphi, 2008

La produzione letteraria di W. Somerset Maugham è quantitativamente notevole: tra il 1897 e il 1952 pubblicò oltre trentacinque volumi di narrativa, tra romanzi e raccolte di racconti, e scrisse un analogo numero di opere teatrali, oltre a singoli racconti, saggi e reportages di viaggio. Nel corso della sua lunga vita (morì a 91 anni nel 1965) attraversò quindi il ‘900, ed in particolare fu attivo negli anni compresi tra le due guerre mondiali. È superfluo ricordare come questi anni siano stati di capitale importanza in letteratura, ma in generale per le arti: il modernismo di inizio secolo, declinatosi in decine di movimenti artistici, si arricchisce, se così si può dire, della coscienza collettiva della tragedia della Grande Guerra, dando vita ad alcune delle opere d’arte più significative del secolo e non solo. In letteratura basti citare i nomi di Kafka, Proust, Musil, Woolf e Joyce ed i rispettivi capolavori, semplice punta di un iceberg che comprende decine di autori impegnati a rivoluzionare il modo stesso di scrivere, oltre che l’oggetto della scrittura.
Cosa c’entra Maugham con questo impetuoso movimento artistico? Almeno a giudicare da questa mia prima lettura poco o nulla: Acque morte mi ha infatti restituito l’immagine di uno scrittore di retroguardia, che pur dotato di una indubbia capacità narrativa la esplicita attraverso una prosa convenzionale che rimane solo alla superficie dei temi che lo scrittore affronta, mancandogli la capacità di approfondirli e renderli per ciò stesso universali.
Acque morte è la brutta versione italiana del titolo originale The Narrow Corner: non mi dilungherò oltre quanto già fatto in altri commenti su questo vezzo editoriale di inventare un titolo diverso rispetto all’originale. Mi limito a constatare che un’eventuale traduzione letterale, L’angolo stretto, non avrebbe a mio modo di vedere suscitato scandalo e soprattutto che il cambiamento del titolo fa perdere la connessione con la citazione dai Colloqui con sé stesso di Marco Aurelio che l’autore pone in esergo: ”Breve, dunque, è la vita dell’uomo, e angusto l’angolo della terra in cui egli dimora”.
In effetti il romanzo è ambientato in un angolo di mondo, se non angusto, perlomeno remoto. La vicenda si svolge infatti su alcune isole dell’arcipelago indonesiano, che nel primo dopoguerra erano ancora dominio olandese. L’isola nella quale il romanzo prende avvio, Takana, sembra di fantasia, mentre per quella dove la vicenda si conclude, cui Maugham dà il nome di Kanda-Meria, l’autore si è ispirato ad un remoto arcipelago di tre isole, Banda Neira, un tempo effettivamente importante centro di coltivazione della noce moscata.
Il romanzo si svolge in un tempo imprecisato: l’unico indizio temporale lo si trova proprio all’inizio, nel brevissimo primo capitolo, composto da una sola frase: ”Tutto questo accadde molti anni fa”; una serie di indizi nel testo (ad esempio la presenza di automobili) lascia intuire che siamo comunque agli inizi del ‘900.
Il romanzo è preceduto da una breve prefazione dell’autore, nella quale Maugham informa il lettore che i due personaggi principali, il dott. Saunders e il capitano Nichols, sono già apparsi in due sue precedenti opere, e che proprio un brano scritto, quindi stralciato, per La luna e sei soldi, romanzo del 1919, conteneva in nuce la vicenda che dodici anni dopo avrebbe narrato in The Narrow Corner.
Il primo personaggio di cui il lettore fa conoscenza è il dott. Saunders, un medico inglese di mezza età, specialista in chirurgia oculistica, che all’inizio del romanzo si trova a Takana, ed a cui Maugham fornisce alcune delle sue caratteristiche fisiche, a cominciare dalla bassa statura. È lì solo temporaneamente, in quanto in realtà vive, da ormai parecchi anni, a Fuchu, in Cina, dove la sua professionalità è tanto apprezzata dalla comunità cinese quanto snobbata da quella inglese. Nel corso del romanzo il lettore verrà a sapere che Saunders ha lasciato l’Inghilterra dopo essere stato radiato dall’albo e che è un accanito fumatore di oppio.
Alcuni mesi prima un ricco e vecchio mercante cinese lo ha convinto, tramite un bella somma di denaro, a venire a Takana ad operarlo per una cataratta: l’operazione è riuscita ed ora Saunders non ha più nulla da fare se non attendere per qualche settimana l’arrivo della nave con la quale intraprenderà il lunghissimo viaggio di ritorno.
Mentre sta sorbendosi una birra sulla terrazza di un misero locale, vede arrivare lungo la strada polverosa una strana coppia di uomini bianchi male in arnese: un signore piuttosto anziano, con il viso segnato dal tempo e i denti anneriti, ed un bel ragazzo dall’accento australiano. Saunders è incuriosito dalla loro presenza, perché nessuna nave è attraccata sull’isola. Attaccato discorso, viene a sapere che l’anziano si chiama Nichols, ed è lo skipper del Fenton, un bialbero appena giunto in rada; il ragazzo invece si presenta come Fred Blake. I due sono molto evasivi sul motivo del loro viaggio nelle isole, e soprattutto il giovane Fred sembra nervoso e ansioso di troncare la conversazione.
Quando però Saunders accenna al suo essere oculista, il capitano Nichols ricorda di averne sentito parlare, e gli chiede se può fare qualcosa per la gastrite che lo tormenta da tempo. Saunders comincia ad accarezzare l’idea di potersi far dare un passaggio da Nichols sino ad un porto da cui parta un traghetto, abbreviando l’attesa per il rientro. Invita perciò a cena i due in albergo e, vincendo le resistenze di Blake, parte con loro il giorno dopo.
Dopo qualche avventura, tra le quali una tempesta a cui il piccolo Fenton sembra dover soccombere e il funerale di un marinaio indigeno morto su una nave incontrata nella rada di un’isola deserta, i tre giungono a Kanda-Meria, dove Saunders potrà imbarcarsi su un piroscafo olandese. Saunders intanto è riuscito a sapere qualcosa di più della strana coppia. Il capitano Nichols è un vecchio furfante dei mari, specializzato in contrabbando e altri loschi traffici. Mentre era a Sidney, disoccupato e in cerca di un modo per fuggire da una moglie megera, gli sono state offerte una nave e una somma importante per portare in viaggio per le isole per alcuni mesi un passeggero, il giovane Fred Blake. Secondo Nichols il ragazzo è figlio di un pezzo grosso e deve aver combinato qualche guaio a causa del quale è bene che sparisca all’Australia per un po’ di tempo.
A Kanda-Meria, possedimento che gli olandesi hanno strappato ai portoghesi alcuni secoli prima, c’è una strana atmosfera di decadenza: la coltivazione della noce moscata vi aveva attirato numerosi possidenti, che avevano edificato lussuose ville in marmo, che sole e ormai spesso vuote rimangono a testimoniare gli antichi splendori. I tre conoscono però subito un atletico ragazzo danese, Erik, che li presenta ad una famiglia anglo-svedese, il cui patriarca possiede una estesa piantagione di noce moscata. Sua figlia, morta da poco, ha sposato in seconde nozze un insegnante inglese, Frith, che ha smanie da letterato e sta traducendo in inglese I Lusiadi di Camões. Frith ha una figlia diciottenne, Louise, bellissima e spigliata, fidanzata ufficiosamente con Erik, che fa subito colpo su Fred Blake, il quale si lega anche di sincera amicizia con Erik. Proprio Louise e il suo rapporto con i due giovani sarà la causa indiretta della tragedia che scoppia improvvisa nella piccola comunità. Naturalmente il lettore verrà anche a sapere la vera causa della fuga di Fred da Sidney.
Una trama piuttosto articolata, quindi, che mi è stato necessario riassumere, almeno in quelli che ne costituiscono gli antefatti, al fine di rendere conto dell’atmosfera complessiva nella quale il romanzo è immerso, che ne costituisce indubbiamente un asse portante ma che, a mio avviso, è anche un’occasione sprecata.
L’ambientazione nei mari del sud, che si ritrova anche in altre opere di Maugham, prima fra tutte La luna e sei soldi, del 1919, rimanda immediatamente ai grandi scrittori britannici che alcuni decenni prima di Maugham avevano fatto di questi scenari lo sfondo di storie indimenticabili: Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad. In particolare il rimando a Conrad appare scontato, non fosse altro perché due tra le più importanti opere dello scrittore polacco-britannico, La linea d’ombra e Vittoria, erano apparse solo una quindicina di anni prima The Narrow Corner, appartenendo quindi quasi alla stessa epoca letteraria. Ma è proprio questo rimando, e l’inevitabile confronto che ne segue, ad apparire impietoso. Chiunque abbia letto ed amato La linea d’ombra sa infatti quanto questo breve romanzo induca a fermarsi e a riflettere, quanto nell’entusiasmo con cui il giovane capitano intona un vero e proprio poema d’amore nei confronti della sua nave si possa ritrovare un atteggiamento verso la vita che è di tutti, la certezza di non avere limiti, di potercela fare, e quanto poi la realtà della vita quasi sempre ci porterà a più miti consigli, perché la nave non è nostra, ma il risultato di una Storia alla quale non ci possiamo sottrarre (a meno di non essere dei grandi rivoluzionari). Intendo dire che Conrad ci ha consegnato una storia nella quale ciascuno di noi può intravedere il proprio io, la società in cui vive, il suo rapporto con gli altri e molto altro ancora. In Vittoria, poi, come in altri romanzi di Conrad, è la stessa struttura narrativa, con la narrazione affidata a diversi personaggi e quindi vista da diverse angolature, a farsi elemento imprescindibile degli strati interpretativi del racconto. Nulla di tutto questo in Acque morte: la narrazione, convenzionalmente affidata ad un narratore terzo, scorre piana, tutto rimane in superficie, i personaggi somigliano troppo a dei cliché che agiscono come agiscono più per necessità editoriale che per necessità interiore, il loro essere profondo emerge solo quel tanto che basta per servire al lettore medio, in cerca d’avventura, quale era probabilmente il pubblico di Maugham. L’esempio più eclatante è a mio avviso il personaggio del dottor Saunders, vero protagonista del romanzo, che potrebbe svolgere un ruolo analogo a quello svolto da Marlow in alcuni romanzi di Conrad. Ebbene, la caratterizzazione di Saunders è affidata da Maugham ad alcuni epifenomeni: l’aspetto fisico, il vizio dell’oppio, la fuga dall’Inghilterra, senza che questi divengano però fattori di conoscenza del dottore, che alla fine del romanzo se ne andrà senza che il lettore abbia davvero legato con lui.
Certo siamo ad un livello narrativo mediamente alto, e non mancano momenti in cui l’autore è in grado di trasmettere l’atmosfera da fine dell’impero delle isole magnifiche e sperdute in cui il romanzo è ambientato, ma ciò a mio avviso non basta per elevare Acque Morte al rango di opera d’arte importante. Del resto, se mi posso permettere, anche dal punto prettamente narrativo ho riscontrato qualche ingenuità che non mi sarei aspettato in uno scrittore ormai navigato come il Maugham del 1932, se si considera che The Narrow Corner è il suo tredicesimo romanzo: su tutte il fatto che il disvelamento di chi sia davvero Fred Blake e di cosa abbia combinato per dover sparire da Sidney sia affidato ad un lungo colloquio finale con il dottor Saunders, per di più con una storia nella storia che definire schematica e stereotipata è dir poco. Analogo espediente narrativo, vale a dire affidare ad un colloquio la spiegazione di fatti che hanno portato conseguenze già note al lettore, è impiegato dall’autore anche per scavare nelle vicende dalla famiglia di Frith, al termine del libro.
Fatta salva la parzialità di giudizio inevitabile dopo la lettura di un solo romanzo, mi pare comunque di poter dire che la cifra di Maugham sia quella di uno scrittore minore, non solo in senso relativo rispetto ai grandissimi che scrivevano al suo tempo, ma anche in senso assoluto. Almeno in Acque morte mi pare infatti che Maugham non scriva per cogliere lo spirito del tempo in cui viveva, ma per fornire ai suoi lettori un prodotto ben confezionato, nel quale si sfiorano tematiche importanti senza però avere il coraggio di approfondirle, comportando questo probabilmente un minore apprezzamento popolare: in questo senso l’ambientazione esotica lo avvicina forse più a Salgari che a Conrad. Un riflesso diretto di questo posizionamento letterario è il suo modo di scrivere, la cui semplicità lo può fare accostare (mutata mutandis) ad un’altra riscoperta della tarda Adelphi, che aveva ormai già esaurito la spinta propulsiva degli anni migliori: mi riferisco ad Irène Némirovsky. Ne deriva ciò che un critico ha definito ”un tale tessuto di cliché che alla fine si resta meravigliati per la capacità dello scrittore di assemblarne tanti, e per la sua immancabile incapacità di inserirvi qualcosa di peculiare”.
Romanziere e commediografo fra i più popolari e amati del novecento, dice a proposito di W. Somerset Maugham l’incipit dell’anonima mezza paginetta di introduzione che Adelphi si degna di inserire in questa edizione tascabile di Acque morte. Avrò certo modo di approfondire lo stile e la poetica di questo autore, avendo sullo scaffale della mia biblioteca una decina di tomi dello scrittore inglese che attendono di essere letti, ma la lettura di questo primo romanzo (moltissimi anni fa lessi il racconto In villa senza conservarne un particolare ricordo) mi ha restituito l’immagine di uno scrittore piano, alla cui prosa semplice corrisponde una piatta superficialità quanto a capacità di delineare i suoi personaggi, di conferirgli quel carattere di universalità che ritengo essere uno dei tratti distintivi della letteratura destinata a segnare il suo tempo. Il sospetto è quindi che la popolarità di cui ha goduto soprattutto nel mondo anglosassone nel primo dopoguerra sia dovuto proprio al suo essere scrittore semplice, narratore di storie avvincenti e piene di sentimenti, senza che però questi sentimenti andassero al di là di una convenzionalità volta a catturare il pubblico medio, quello che si aspetta di emozionarsi alle gesta dei suoi eroi, nei quali potersi in qualche modo immedesimare o da poter odiare.
Non so se mi sbaglio, e come detto avrò sicuramente modo di affinare più avanti il mio giudizio, ma allo stato mi pare di poter dire che Maugham rappresenti una sorta di banalizzatore a favore del grande pubblico di alcuni dei luoghi letterari frequentati dai grandi autori delle generazioni precedenti la sua: dotato indubbiamente di una vasta cultura letteraria, è come se prendesse alcuni dei grandi classici e li trasformasse in bignami divulgativi. Purtroppo, come sempre accade con i bignami, ciò che va perso è la profondità dell’originale, il suo contenuto più vero e recondito, a favore della semplice nozione, in questo caso l’involucro esteriore delle storie.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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