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Il romanzo-giungla: misterioso, lussureggiante, stratificato e pericoloso

Recensione di Giuseppe e i suoi fratelli, di Thomas Mann

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 2006

Cosa rende un romanzo, un racconto o un poema un capolavoro? Quand’è che il lettore ha la netta percezione di trovarsi di fronte ad un’opera letteraria di grandezza assoluta, che resterà scolpita nella sua memoria e della quale sa che trarrà sempre piacere o dolore, emozione o rabbia, passione o nostalgia?
Non è facile rispondere a queste domande, in quanto il rapporto con un libro è innanzitutto un’esperienza personale, quasi sempre condotta in solitudine, e di conseguenza personali sono i sentimenti che scaturiscono dalla lettura. Ognuno di noi legge per motivazioni diverse, e diverse sono le sensazioni che riceve, condizionate ad esempio dall’età, da cosa passa il convento della propria vita in quel momento e anche dalle opinioni degli altri. Ciascuno ha quindi idealmente nella propria testa una lista di libri che considera capolavori sulla base di criteri personalissimi, che possono divergere nettamente e legittimamente da quelli di chiunque altro.
Personalmente quando rifletto su una lettura baso le mie considerazioni – ovviamente da dilettante quale sono – su ciò che ritengo fondamentale per capire un’opera letteraria: il suo rapporto con il contesto in cui l’autore viveva e con la sua vicenda umana, le presumibili motivazioni per le quali l’autore ha deciso di raccontare quella storia, il modo in cui ha deciso di raccontarla. Sono le risposte che ricevo rispetto a questi elementi che determinano l’emozione che provo nella lettura e l’importanza che un libro assume nella mia memoria letteraria. Perché esso assurga al rango di capolavoro deve essere necessariamente presente un altro elemento: una sorta di complessità intrinseca che mi permetta di rinvenire molteplici livelli interpretativi. In altri termini un capolavoro a mio avviso deve essere in grado di avvincere sia il lettore che assorbe la storia narrata per sé sia quello che ne sviscera ogni frase per ritrovarvi allusioni, richiami, rimandi a livelli nascosti ma non meno importanti – anzi spesso essenziali – di comunicazione con l’autore.
Vi sono anche molte opere letterarie considerate ufficialmente capolavori, perché paradigmatiche del grado di sviluppo culturale e sociale di una comunità umana, perché hanno introdotto fondamentali elementi di novità nelle modalità di espressione letteraria, perché hanno reso il senso di un’epoca, perché hanno esplorato tratti sino allora oscuri delle relazioni tra gli esseri umani e tra questi e il mondo che li circonda. Sono in genere i grandi classici, libri che tutti conosciamo o dovremmo conoscere per poterci orientare nel mondo in cui viviamo. Leggere i grandi classici, e meditare su di essi, a mio avviso permette anche di affinare le proprie capacità critiche ed analitiche rispetto a qualsiasi altro testo letterario, non foss’altro per comparazione.
Che Thomas Mann fosse autore di grandi capolavori mi era già noto. Nel mio olimpo letterario ideale rientrano a pieno titolo romanzi quali I Buddenbrook, La montagna incantata, Doktor Faustus e racconti come Tonio Kröger e La morte a Venezia. Altri lavori dell’autore, sia pure forse minori, mi avevano confermato la grandezza dell’autore di Lubecca, delle cui opere ritenevo di avere ormai letto la porzione più significativa: il grande romanzo della gioventù, che apre ufficialmente il novecento letterario; il bildungroman che riflette sulla cultura di un continente lanciato verso la catastrofe della grande guerra; il romanzo che fa i conti con la kultur tedesca e il virus nazista poco dopo la sua caduta, i racconti che riflettono sul ruolo dell’artista, sulla sua condizione di grande escluso. In realtà mancava almeno un tassello fondamentale: quanto da me letto era infatti il frutto della sua attività letteraria prima e dopo il dodicennio nazista. Ma cosa aveva prodotto durante? La risposta stava dentro un cofanetto di quattro volumi che da anni faceva bella mostra di sé negli scaffali della mia biblioteca. Ora so che quel cofanetto racchiudeva un capolavoro assoluto, un’opera che a mio avviso ha pochi termini di paragone nella letteratura occidentale degli ultimi tre secoli; duemilacinquecento pagine nelle quali storia, mito, religiosità, umanità, analisi psicologica, ironia, tecnica espressiva e narrativa si fondono per dare vita a ciò che non posso chiamare monumento letterario solo perché ne sancirei una inesistente rigidità. Di fronte a quest’opera sento acutamente tutta la mia inadeguatezza di recensore della domenica, del tutto incapace di avvicinarsi realmente alle fonti di tanta magnificenza; trovo conforto tuttavia nel fatto che scrivo solo per il piacere di scrivere, senza alcuna pretesa od obbligo culturale, quindi vado avanti con sprezzo del ridicolo.
Credo che la metafora migliore per definire Giuseppe e i suoi fratelli sia quella della giungla. Come una giungla tropicale questo romanzo è infatti misterioso e ricco di suoni che subito non riconosciamo ma pian piano ci diventano familiari, lussureggiante ed avviluppante per la sua prosa sontuosa, stratificato perché offre al lettore la possibilità di godere di infiniti piani di lettura, pericoloso e sdrucciolevole in quanto fa perdere continuamente l’orientamento e porta in una direzione diversa da quella che si riteneva di avere imboccato, pieno di tranelli e pericoli per chi lo attraversa con il passo sicuro delle proprie idee. Proprio come in una giungla la semplice descrizione delle piante e degli animali che la compongono non esaurisce l’insieme, fatto di infinite relazioni tra le singole specie, così di questo romanzo non si può dare l’idea isolandone un singolo elemento costitutivo, per quanto importante.
Prima di addentrarsi in una giungla è fondamentale capire dove si trova e il clima cui è soggetta: così è necessario fare prima di addentrarci nel romanzo.
Mann impiega sedici anni per scrivere i quattro volumi che lo compongono: dal 1926 al 1942. Sono gli anni dell’ascesa del nazismo e della sua presa del potere, che porterà alla guerra europea e mondiale. Per Mann sono anni segnati dall’esilio, prima in Svizzera poi negli Stati Uniti. È del 1922 il discorso con il quale prese le distanze dalle posizioni nazionalistiche, reazionarie ed antidemocratiche espresse in Considerazioni di un impolitico, e La montagna incantata, edita nel 1924, è il primo frutto letterario di una visione che ormai ha chiari – sia pur sempre da un’ottica elitaria grande-borghese – i pericoli non solo culturali ma anche politici del richiamo ad una presunta superiorità tedesca. Inevitabilmente il nazismo crescente vedrà in Mann un intellettuale ostile alla rivoluzione nazionale: dopo la celebre conferenza tenuta nel gennaio 1933 all’Università di Monaco su Dolore e grandezza di Richard Wagner sarà costretto a lasciare la Germania, dopo avere pubblicato in patria i primi due volumi dell’opera; nella primavera dello stesso anno le sue opere verranno date alle fiamme durante i Bücherverbrennungen nazisti.
Giuseppe in Egitto, iniziato in patria e il cui manoscritto fu recuperato fortunosamente dalla figlia Erika, fu completato durante il soggiorno in Svizzera, mentre Giuseppe il nutritore fu scritto interamente negli Stati Uniti. Anche se Mann inframmezzò la scrittura del romanzo con altre opere e attività, Giuseppe e i suoi fratelli ha costituito sicuramente l’impegno maggiore dello scrittore per un periodo significativo della sua vita, e di queste vicende si trovano tracce non labili nello svolgimento del romanzo.
Di cosa tratta Giuseppe e i suoi fratelli? Mann riscrive, amplia e rielabora le vicende di Giacobbe e di suo figlio Giuseppe che occupano oltre metà della Genesi, dal cap. 27 al cap. 50. Sono storie tra le più conosciute della Bibbia: il furto della primogenitura ad Esaù, gli anni di Giacobbe pastore dallo zio Làbano, il matrimonio con Rachele e quello obtorto collo con Lia, i dodici figli, le avventure di Giuseppe con i fratelli prima e in terra d’Egitto poi, l’interpretazione dei sogni del Faraone e l’ascesa ad un potere secondo solo a quello di quest’ultimo sono episodi che fanno parte di un patrimonio diffuso di conoscenze, soprattutto nel mondo protestante, riscritte, citate e rappresentate innumerevoli volte. Perché allora Mann sente il bisogno di riscriverle, trasformando poche decine di pagine della Bibbia in un romanzo debordante? Molte sono le spiegazioni possibili, alcune indicate dallo stesso Mann nel ricco apparato di lettere, brevi saggi, conferenze posto a corredo di questa bellissima edizione Mondadori.
Una prima motivazione si può desumere dall’anno di inizio della stesura del romanzo. Nel 1926 il partito nazionalsocialista era ancora lontano dalla conquista del potere, ma l’antisemitismo in Germania aveva già solide basi: Hitler aveva pubblicato Mein Kampf, dove poneva l’antisemitismo alla base del programma del partito, e una rivista come Der Stürmer iniziava la sua diffusione. Scrivere un romanzo di ambientazione ebraica, ricordare alla Germania, in particolare a quella protestante, le origini ebraiche del credo in dio non poteva non avere un preciso significato politico.
Ulteriore motivazione della scelta, che diverrà centrale nel corso della redazione e del parallelo consolidarsi del potere nazista, è l’umanizzazione del mito, per sottrarlo a quelle che egli definisce le forze oscurantiste del fascismo, che su miti arcaici ed ancestrali, declinati secondo modalità oscure ed iniziatiche, basavano la loro presunta superiorità morale e razziale. Quale migliore risposta di rendere completamente umane le avventure dei patriarchi ebrei, che hanno fondato la religione dei padri, e dei loro sodali? Così il Giacobbe di Mann è fondamentalmente un simpatico furbacchione, che si arricchisce ai danni di Làbano, anche perché quest’ultimo l’ha gabbato per anni facendolo lavorare gratis e dandogli in moglie la brutta Lia, il giovane Giuseppe è un vanesio pettegolo, convinto che gli altri debbano per forza amarlo più di loro stessi, Mut-em-enet, la moglie di Potifar, è una donna vera, travolta dalla passione e così via. L’umanizzazione del mito, riconoscere che il tipico è il sempre-umano, il mitico, che l’uomo è il risultato dell’azione di forze contrapposte, di una dialettica incessante tra ciò che è alto, celeste e ciò che è basso, infero, costituisce una sorta di basso continuo nel romanzo, e mostra tra l’altro l’influsso che sull’opera di Mann esercitano la psicanalisi e l’idealismo tedesco nelle sue varie accezioni.
Mann intendeva anche perseguire un intento strettamente letterario-culturale: occuparsi di una storia già nota per evidenziare, avvalendosi dell’arma dell’ironia, i meccanismi della creazione letteraria. Se la storia è conosciuta da tutti, allora è possibile concentrare l’attenzione su come questa storia si costruisce, sulle differenze tra la storia quando avviene e quando narra sé stessa, sulle possibilità date alla scrittura di raccontarla in un modo diverso da come è avvenuta, ma anche di sapere come sia realmente avvenuta una storia che in realtà non si sa se e come sia avvenuta. Molti sono a questo proposito gli interventi dell’autore: riempie le pagine di descrizioni dettagliatissime di persone, luoghi e fatti, avverte il lettore che racconterà una cosa come è avvenuta, anche se le fonti tradizionali non ne parlano; altrove mette in discussione, con deduzioni pseudorazionali, alcune affermazioni delle fonti. È palese che mettere in discussione le fonti significa mettere in discussione la storia, visto che non vi sono altri strumenti di controllo su di essa; l’ironia di Mann sta proprio nel vestire l’incongruenza dell’intervento della scrittura sulle fonti attribuendo all’intervento stesso la capacità di stabilire una realtà unicamente frutto della fantasia dello scrittore. Alle storie di Giacobbe e Giuseppe si affianca quindi la metastoria che narra della scrittura che scrive di sé stessa mentre scrive, ironicamente enfatizzata anche dallo stile ampolloso, biblico, da Mann utilizzato per dare una finta credibilità al racconto, e che in realtà ne sottolinea l’inverosimiglianza.
Infine tra le motivazioni della scrittura del romanzo non è da sottovalutare a mio avviso l’ambizione di Mann di trasfondere in un romanzo le sue profonde conoscenze del mondo dell’antico Egitto, le cui descrizioni costituiscono uno dei tanti elementi di grande fascino di questa opera.
Apparentemente in questo romanzo Mann accantona uno dei temi centrali delle sue opere: quello del ruolo dell’artista nella società. In realtà tra i tanti piani interpretativi dell’opera emerge anche questo. Mann, nella sua evoluzione politica, cui ho accennato, è passato da una visione individualistica dell’artista, che vede sé stesso come un eletto/escluso, che osserva il mondo da fuori, (Tonio Kröger), ad un ruolo sociale ed attivo: manda moniti all’Europa, parla ai tedeschi dall’esilio, è insomma definitivamente sceso dalla montagna incantata. La parabola di Giuseppe, analizzata con attenzione, è analoga. Mentre il giovane Giuseppe è convinto di essere il migliore, di avere un rapporto diretto con la luna, di dover essere amato per quello che è, egli diviene, significativamente dopo essere morto per due volte ed in terra straniera, il nutritore, colui che usa le sue capacità per nutrire il popolo sottraendolo alla carestia.
Sono questi solo alcuni spunti di riflessione, sicuramente non i più importanti, per chi vorrà gettarsi nella meravigliosa avventura della lettura di questo libro immenso, per il cui tramite potrà tra l’altro approfondire la conoscenza della storia e delle religioni di regioni che vanno dall’Egitto alla Mesopotamia, potrà capire le motivazioni che portarono un giovane faraone, Achenaton, e la sua bellissima moglie Nefertiti a promuovere una radicale riforma religiosa dal profondo significato politico ed economico, potrà riflettere su come per Mann la religione non sia un corpus immutabile di valori, ma come questi debbano andare di pari passo con i tempi, e come il rapporto tra uomo e dio sia reciproco, arricchendosi entrambi della presenza dell’altro.
Ognuno di questi argomenti, e molti altri, ogni personaggio del libro meriterebbero riflessioni adeguate, ma questo può essere lasciato ai critici e agli studiosi. Mi limito quindi ad inchinarmi di fronte a tanta grandezza, a tanto sapere e a tanta laicità di pensiero, grato a Mann perché i cinque mesi spesi ad assaporare goccia a goccia questa meraviglia della cultura mondiale rientrano a pieno titolo tra i periodi più letterariamente felici della mia vita.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Il romanzo-giungla: misterioso, lussureggiante, stratificato e pericoloso

  1. Ben, qualcuno che ha letto Giuseppe e i sui fratelli. Lo conoscono in pochi. Io veramente dovrei stare zitta perché l’ho letto fra i quattordici e i quindici anni, nel periodo in cui ho sfruttato a fondo la biblioteca comunale del paesello e mi sono fatta il grosso della cultura. Più tardi sono passata agli oscar mondadori.
    Immaginati cosa ci posso aver capito. Però mi era piaciuto moltissimo, mi aveva affascinato e molte cose le ricordo ancora. E in ogni caso mi impegnavo: siccome non riuscivo a capire la differenza fra spirito e anima (all’inizio, mi pare in una specie di introduzione), avevo chiesto lumi al prete che ci faceva religione, che però, poveretto, non aveva potuto aiutarmi (mi pare di aver captato più tardi che c’è Jung dietro, ma può darsi che confonda).
    Una curiosità: ma com’è che sei così entusiasta (anche a parte questo romanzo) di Thomas Mann, che è uno scrittore borghese che più borghese non si può? Lo scrittore borghese per antonomasia, colui che prolunga il romanzo ottocentesco fino al 1950, ecc.
    A proposito di riscritture: conosci di Th. Mann L’eletto? Non è ai livelli di Giuseppe e i suoi fratelli, però non è male…

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    1. Ciao Elena. Bentornata da queste parti.
      Pensa che stavo per chiudere l’anno con la bellezza di 5 (cinque) commenti al mio blog, e che il tuo ritorno ha fatto segnare di botto un + 40%!
      Certo che leggere Joseph und seine Brüder a 14 anni fa di te un’Eletta (notata la fine citazione?) e ancora di più il fatto che lo ricordi ancora con tanta precisione.
      Io invece Mann l’ho scoperto, credo quindicenne, per interposta persona, ma questa persona è Luchino Visconti (cineforum del liceo, Morte a Venezia, Adagietto – Sehr langsam dalla 5^ di Mahler, estasi pura: tutti limonavano tranne me che ero attaccato allo schermo).
      Comunque si vede che da tanto non venivi a trovarmi: certo che Mann è il borghese, ma per battere il nemico devi conoscerlo.
      Scherzi a parte, scrittore immenso, ovviamente uno dei pilastri della mia bislacca costruzione letteraria: L’Eletto è lì: acquistato il 18 giugno 2012, periodo stimato di lettura: 2029 (forse tra giugno e agosto).
      A fra poco: vado a leggere l’altro commento.
      V.

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